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Voi siete qui: Biblioteca » Magliani: Il bambino e le isole (un sogno di Calvino)

4 Maggio 2023

Magliani: Il bambino e le isole (un sogno di Calvino)

Recensione a Il bambino e le isole (un sogno di Calvino) di Marino Magliani (66thand2nd).

Le strade ferrate hanno una presenza suggestiva nell’intitolazione di diversi libri, dal mitico Poema ferroviario di Venedikt Erofeev al recentissimo Ferrovie del Messico di Gian Marco Griffi. Invece, questo romanzo – che, lo dico subito, mi pare il più bello tra quelli finora pubblicati da Marino Magliani – i binari “tristi e solitari” (come dimenticare la vecchia canzone?) non li reca in copertina, ma li frequenta con devozione lungo tutte le proprie pagine.

Il titolo (e il sottotitolo) trovano riscontro a pag. 47, nel dialogo tra i compagni di scuola Duilio (Cossu) e Italo (Calvino; ma nella pagina precedente è citato pure un terzo compagno, Eugenio – Scalfari): “La favola del bambino e il pallone…”; “E i binari… E il bambino e le isole. Mi pento di non averla scritta. Potrei sempre farlo.”. Al che Duilio replica: “Sai, è che un bambino che cerca la fine di binari c’è davvero… Avrà la nostra età, anno più anno meno…”. Ecco, proprio questo bambino è il protagonista della vicenda narrata.

Marino Magliani, Il bambino e le isole (un sogno di Calvino), 66Thand2nd

Nell’estate del 1935, un misterioso individuo dalla evidente vocazione artistica (“… il taccuino aperto sulle ginocchia e la matita a portata di mano sul sedile…”) viaggia su un treno che lo porta dalla Francia in Liguria, e scende a Sanremo. Magnifiche e precise le annotazioni sul paesaggio che osserva e sugli stimoli multisensoriali che lo colpiscono: “Assorbita dal vetro, da un po’ di tempo la luce penetrava nello scompartimento partendo da un rimbalzo sulla pelle del mare. Attraverso il finestrino superiore, aperto un palmo, si infilava un fastidio di polvere ferrosa, il freddo odorante delle gallerie costringeva a chiudere gli occhi. (…) Un bollore di cicale risalì dalle piante e assalì il silenzio”.

Incontra due bambini, Italo e Duilio, appunto, ai quali rivela di essere tedesco e di chiamarsi Walter (Benjamin, precisiamo noi, a scanso di equivoci littizzettiani). Ha con sé una valigia piena di libri per ragazzi, da cui Italo è attratto. E infatti, spinto dal miraggio di quei volumi, inizia a far compagnia al visitatore nelle passeggiate che costui compie in campagna, mettendogli a disposizione la propria competenza naturalistica (acquisita dai genitori). “Scrivo la storia di un uomo che disegna le isole e per fargliele disegnare mi devo allenare prima io”, l’uomo rivela al ragazzetto (e vedremo come questo disegnatore immaginario comparirà effettivamente nella storia, più avanti: tout se tient, per la sapientissima narrazione maglianesca).

Appare qui un altro elemento, in seguito più volte richiamato, come la ripresa di un tema musicale: il riferimento all’introvabile “lucertola ocellata”, animale quasi mitologico che sembra estratto dal Manuale di Zoologia fantastica di Borges. E soprattutto emerge il suggerimento narrativo (di Walter a Italo, ma anche viceversa…) che costituirà la trama dell’incipiente storia: “Scrivi il percorso del pallone e al fondo della discesa lo fai finire sui binari (…) Il pallone passa di là e il bambino lo lascia lì, perché la mamma ha detto che non si attraversano i binari (…) E se a tutti i costi lui rivolesse il pallone (…) Potrebbe andare fin dove finiscono i binari, senza attraversarli, e una volta di là tornare a prendere il pallone…”.

Un pomeriggio d’inverno del 1936, due bambini giocano a calcio in una piazza di Sanremo. Il pallone sfugge, rimbalza e si ferma oltre i binari. Uno dei due (anonimo) dice: “Vado a prenderlo”. L’altro (Gino) replica: “Sei matto, non si possono attraversare i binari”. Il primo ribatte: “Vado dove finiscono e torno a prendere il pallone, ci vuole tanto?”.

Da qui inizia la sua lunghissima avventura lungo le “fredde parallele della vita” imortalate da Claudio Villa (“E così, giorno dopo giorno, egli scavalca i crolli, attraversa paesi, uliveti e boschi di altre piante, incontra contadini che gli danno una mela, e quando se ne sta solo si diverte a riconoscere la luce dei fari che spoglia il mare, l’annuncio e l’odore della pioggia nell’aria, e ogni volta che dalla rupe bucata vede uscire i binari, sa che dopo un po’ spunterà un treno e il silenzio si farà lacerare da mille pallonate nei vetri”).

Oltre all’ovvio Barone Rampante, mi viene alla memoria – per specularità – un episodio di Rayuela, “antiromanzo” dell’argentino Julio Cortázar. Il protagonista, Horacio Oliveira, è tornato a Buenos Aires da Parigi. Abita in alto, in una stanzetta affacciata su un vicolo. Di fronte alla sua finestra si trova quella dell’appartamento di una coppia di amici. Un giorno, l’uomo si affaccia e chiede delle sigarette. Gli altri le hanno, ma nessuno dei tre ha voglia di scendere in strada e di risalire l’edificio di fronte, per andarle a prendere o portarle. Allora iniziano ad armeggiare con assi, corde e mobili di casa in modo da realizzare una (precaria) passerella pensile che unisca le aperture, evitando la necessità di fare il giro dabbasso…

L’avanzare verso Est è lento, una stazione (più o meno grande) dopo l’altra. Forse non è un caso che le soste della Via Crucis si chiamino anch’esse “stazioni”. Il Tempo inizia a subire una strana curvatura, come descritto nel bellissimo saggio del fisico Carlo Rovelli (che – a chi lo ha letto – pare direttamente chiamato in causa da pensieri come “La vita e i tramonti erano un trucco” o “Gli sarebbe piaciuto riutilizzare il Tempo. Conoscerne il trucco, come aveva imparato a non farsi fregare dal tramonto” oppure “E ora che era adulto, e terminate le febbri si rialzava a fatica, indolenzito, andava a lavarsi collo e denti alla stazione, e si specchiava, egli si accorgeva di averla scampata solo per qualche trucco, come la legge dei tramonti, i misteri delle isole, una forma di stempo che governava le vite letterarie” o infine “Com’era dunque possibile, cosa c’era di così spaventoso nelle pieghe del suo viaggio se le pagine di un libro uscito solo due o tre anni prima lo riportavano alla remota riviera degli orti…” e “Si può distinguere il futuro e il passato come il viaggio fra le due stazioni del Tempo…”).

Esplicito è il riferimento a Calvino (e al “sogno” del sottotitolo) nelle pagine successive: “Quando gli chiedevano perché ad inventarlo doveva essere proprio quel Calvino, lui non sapeva rispondere (…) Ma dai… Uno che inventa un barone rampante non può non aver progettato prima o poi uno come te”.

Eppure, qualche volta oltre i binari ci va – non, però, attraversandoli: “egli scendeva dalla scarpata dei binari a monte, cercava un sottopassaggio, e se ne andava alla spiaggia”. Proprio sulla spiaggia di Alassio incontra un uomo, che dapprima gli insegna a nuotare correttamente, quindi gli racconta di disegnare carrubi e soprattutto le isole (reali o immaginarie) che si vedono dalla costa, e poi di essere anche medico. Si tratta, come il lettore intuisce, di Carlo Levi.

Ne nasce una frequentazione, che mette l’uomo dei binari in contatto indiretto con Calvino (di cui Levi è amico: infatti, Italo e Carlo appaiono assieme nel capitolo successivo), con Benjamin e col primo capitolo del nostro romanzo: “Me ne ha parlato un amico (…) Quest’amico da bambino incontrò un grand’uomo che prima di togliersi la vita aveva avuto una mania, come te i binari e io le isole e i carrubi, e la sua era la lucertola ocellata”.

Nel prosieguo dell’itinerario e della vicenda – tra Spotorno e Bergeggi – si imbatte in “un signore milanese, benestante di suo e traduttore” che lo ospita per qualche tempo e gli amministra alcune suggestioni letterarie, tra cui le poesie di Sbarbaro. Poiché veniamo informati che sta traducendo il Romancero gitano, ci par di riconoscere il modello reale del personaggio, e vorremmo precisare che non è propriamente milanese bensì bustocco…

Le “barchette di pescatori (…) girate a pancia in giù, alcune poste su quattro ceppi” che l’uomo dei binari osserva ad Arenzano evocano un mio remotissimo ricordo infantile, risalente a una sessantina di anni fa.

Nei giardini pubblici della cittadina (la Provincia di Alessandria possedeva la colonia marina di Villa Figoli – ora bene municipale indigeno – in cui essi erano inclusi…) il nostro protagonista incontra “una signora molto bella” che gli lascia una perdurante nostalgia di ciò che, a conseguenza dell’avventura intrapresa, non ha potuto vivere (“Era diventato vecchio sognando una donna…”).

Dopo un capitolo di snodo dedicato ai rapporti fra Italo Calvino e Sanremo, lo ritroviamo a Camogli, poi alle Cinque Terre e quindi oltre il confine con la Toscana.

Ormai vecchio, divenuto improvvisamente consapevole della vanità del proprio intento, decide di invertire la marcia. Stavolta, però, prende il treno, fino ad Albenga, e ha modo di rivedere da un diverso punto di osservazione, e a una diversa velocità, le immagini che gli avevano man mano riempito gli anni trascorsi.

La Liguria di adesso non è quella che rammentava. Alassio, ai suoi occhi, sfavilla come la Lisbona di Sostiene Pereira. Ma neppure lui è più quello di un tempo, le forze gli sono scemate, le salite gli costano fatica, fare il bagno in mare gli dà malinconia. Da Cervo in là, poi, i binari sono spariti, le stazioni vuote e sprangate: la ferrovia è stata trasferita verso l’entroterra. Lui però continua ad attenersi al percorso originario.

Lo stile di scrittura si fa qui più esplicitamente biamontiano: “La Galeazza crollava per frane di muri e le ville e i pini orlavano a levante un pezzo di baia su cui galleggiavano chiarori…”. Biamonti stesso è alluso in maniera inequivocabile: “Gli venivano in mente (…) le parole di un romanzo. La luce radente. Le usava lo scrittore di un paese più a ponente (…) Sorvolava gli ulivi il suo cuore lichenoso e straziato (…) Siamo stati nella sua casa a San Biagio…”.

A Bussana rasenta la chiesetta dove si erano sposati i suoi genitori, e dove forse lui stesso era già stato presente, come embrione. Infatti, la ricorda “come si ricordano i posti che in qualche modo ci appartengono come pochi altri al mondo anche se li vediamo per la prima volta”. Raggiunge infine Sanremo, diversa eppure la stessa, con “le cose che ora stanno lì, non come se aspettassero lui, ma perché parte di una vita in grado di esistere malgrado lui, di farlo come sempre hanno fatto, senza di lui” (pensiero che coglie anche me quando torno, dopo parecchio, in un luogo che mi era stato caro, che sentivo parte di me…).

Ritrova la madre, giovane come al tempo in cui l’aveva lasciata. Lui invece è anziano e stanco. “Ora crede di saperlo bene cosa è la nostalgia. Non è mica la nostalgia del passato o del tempo futuro o di una regione, è solo la nostalgia di noi stessi”. Insieme vanno al cimitero. Nel tragitto, incrociano “davanti a un bar o una pasticceria” un uomo che potrebbe essere il poeta Giuseppe Conte: “un signore alto ed elegante, i capelli candidi come la statua, i giornali nella mano” (la madre, infatti, “gli restituì un mezzo inchino, come si salutano i grandi poeti”). Acquistano un’anguria da un contadino e si siedono a mangiarla.

Il mattino dopo, il vecchio viene rinvenuto sulla panchina, solo, con le bucce del cocomero accanto ma senza il saccone da spiaggia che portava sempre con sé. Al lettore, sublimemente immalinconito dal finale, viene da chiedersi: “Chi l’avrà preso? Sarà stata la mamma?”. Non lo sapremo mai. Perché, come troviamo annotato poco sopra, “lui non è più l’invenzione letteraria di nessuno”.

Grazie, Marino, grazie di cuore per aver scritto questo libro.

Marco Grassano

Marino Magliani
Il bambino e le isole (un sogno di Calvino)
66Thand2nd
Collana Bookclub
2023, 192 pagine
17 €

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