Anni fa mi capitò di assistere a una conferenza di don Antonio Mazzi in cui si parlava della famiglia. “Attenzione, genitori, – aveva ammonito a un certo punto il fondatore di Exodus – non dimenticatevi mai di essere coppia anche nel periodo della vita in cui siete genitori, perché poi i figli se ne vanno via, e voi restate da soli senza più nulla da dirvi”.
Questo ammonimento mi è tornato in mente ieri sera, assistendo a L’anno sabbatico, commedia in due atti scritta da Valeria Cavalli per la regia di Alberto Oliva, con Monica Faggiani, Arturo Di Tullio e Flavia Marchionni, in scena fino a domenica 15 ottobre al Teatro Martinitt di Milano.
Carlo e Laura rappresentano la coppia all’apparenza perfetta: lui, ortopedico di successo, lei stravagante moglie con abbondanza di tempo libero che cerca vanamente di occupare con iniziative di volta in volta differenti e vacue. Abitano in una bella casa e hanno una figlia che, ottenuta la maturità, ha scelto di prendersi un anno sabbatico (anzi, quindici mesi, come sottolinea frequentemente il padre) prima di decidere del proprio futuro.

Trovatisi soli, i due proseguono il loro ménage borghese fingendo di ignorare la distanza che progressivamente si sta insinuando fra loro fino a disgregare completamente la coppia.
Ma se per tutto il primo atto i coniugi gestiscono questa evidenza rifugiandosi nei classici cliché della coppia contemporanea (la giovane amante e la carriera per lui; lo shopping compulsivo, la suggestione per le nuove tendenze, e la dedizione al culto della casa da rivista per lei) quasi un doping assunto al fine di reggere quella routine connaturata alla pretesa di rispettabilità tanto importante per loro, l’arrivo della figlia fa deflagrare il conflitto che fino a quel punto si era limitato esclusivamente a innocue schermaglie, a base di battutine e frecciatine condite talvolta con ironia, altre volte con sarcasmo.
Il ritorno a casa di Elisa coincide non solo con la fine del primo atto, ma con un drastico cambiamento dell’atmosfera, e la cena di bentornato si trasforma in un doloroso rift che si apre nella coppia a testimoniare con violenza l’inconciliabilità fra le aspettative di Carlo, che vorrebbe rinvenire nella figlia le proprie medesime ambizioni e quelle di Laura che attraverso la ragazza vorrebbe finalmente vivere quella sensazione di libertà e di realizzazione individuale che, si suppone, a causa del matrimonio ha dovuto immolare o che si è autonomamente preclusa per ossequi alle convenzioni sociali.
Il cambio di atmosfera di cui parlavo poco sopra coincide con un innalzamento dei toni e con l’utilizzo di un linguaggio meno edulcorato, proprio a sottolineare la svolta violenta nella dialettica della coppia: non più ironia e battutine, ma aggressività finalmente liberata dalle catene del socialmente accettabile.
Questo tracimare verbale è anche un tracimare della natura dei due protagonisti, natura che esce con tutte le sguaiate piccinerie, le meschine recriminazioni, gli egoismi, e le vacue rivendicazioni, da cui emergono senza vergogna tutti i modelli malati che vessano la nostra società, primi fra tutti il successo, il denaro, l’apparenza, il prestigio.
In disparte, sovrastata dalla follia dei duellanti, vittima e al contempo campo di battaglia, sta Elisa, schiacciata [come molti di noi] dalle aspettative e dalle proiezioni dei genitori completamente dimentichi del punto di vista della ragazza. Delusa dal loro comportamento, soffocata dalle loro aspettative, ma decisa a non rinunciare alla propria natura e ai propri sogni, le resta una sola scelta.
Il finale sembra tuttavia offrire un orizzonte tutt’altro che massimalista: la famiglia tradizionale non è un luogo brutto di per sé; brutte semmai possono a volte essere le persone che la abitano.
Non è la prima volta che Valeria Cavalli affronta il tema del rapporto fra figli e genitori in crisi o separati. Ma se in Beata gioventù prevaleva la lievità, ne L’anno sabbatico i graffi e i lividi si fanno più marcati. Si sorride, spesso si ride di gusto, ma non si è immuni da una sensazione di malinconia e di sconforto.
La regia di Alberto Oliva e la recitazione degli ottimi Arturo Di Tullio (abile ad alternare brillantezza e veemenza) e Monica Faggiani (travolgente nel rendere al meglio la confusionaria Laura) interpretano al meglio le sfumature del testo, e una scenografia appropriata richiama le linee e le atmosfere del teatro elegante degli anni che furono.
[Aggiungo un’ultima annotazione personale che, lungi dal voler essere un’esegesi del testo di Valeria Cavalli, mi è stata comunque suggerita dallo spettacolo. A un certo punto il regista fa fare a Monica Faggiani un riferimento alla famosa pesca di Esselunga che tanto ha animato i dibattiti su social e quotidiani nell’ultimo mese, fra la guerra russo-ucraina e quella israelo-palestinese.
Su quello spot si è detto di tutto: si sono fatte avanti le femministe contro il padre separato, il movimento Lgbt contro la famiglia tradizionale, gli ultrà cattolici contro l’istituto del divorzio. Pochi hanno notato che lo spot (e si tratta comunque di pubblicità) si focalizzava sul punto di osservazione della bambina che aveva il legittimo desiderio di vivere i genitori in armonia. Che è esattamente ciò che vuole sottolineare L’anno sabbatico, dove Elisa è deliberatamente messa in secondo piano proprio durante la cena che dovrebbe celebrare il suo ritorno].
Simone Cozzi
L’anno sabbatico
di Valeria Cavalliregia Alberto Oliva
con Monica Faggiani, Arturo di Tullio e Flavia Marchionni
Informazioni sullo spettacolo
Dove
Teatro MartinittVia Riccardo Pitteri 58, Milano
Quando
Dal 5 al 15 ottobre 2023Orari e prezzi
Orari: da martedì a sabato 21.00domenica 18.00
Biglietti: intero platea 26 €; intero galleria 20 €