Per un appassionato di fotografia in bianco e nero, quale sono io, la bellissima mostra allestita da Arethusa a Palazzo Ducale di Genova, e intitolata “Pier Paolo Pasolini – Non mi lascio commuovere dalle fotografie”, è un percorso di sublimazione di ciò che la fotografia rappresenta: tecnica, narrazione ed emozione. Anche commozione, a dispetto del titolo.
Non solo: le foto, scattate da paparazzi, da fotografi ufficiali e da fortunati passanti o da ammiratori, concorrono a formare un mosaico sconnesso e spesso incoerente, che rispecchia fedelmente quella che è stata l’esperienza umana e la personalità di PPP.

Premetto che mi sono recato a Palazzo Ducale da semplice amante della fotografia, completamente (o quasi) a digiuno dell’opera pasoliniana, ma incuriosito dal personaggio che pure percepivo denso e ruvido, di cui avevo solo letto alcuni articoli sulla critica al consumismo e visto alcuni documentari.
PPP in primo piano
Per parlare compiutamente di questa mostra mi sembra appropriato partire dall’ultima sala, quella in cui sono esposti i ritratti del poliedrico (e vanitoso) intellettuale friulano.
Stupendi primi piani che, grazie all’uso del bianconero esaltato da un gioco di luci ed ombre, sottolineano i lineamenti duri e spigolosi di un volto irregolare quanto il suo carattere. Il richiamo alla fisiognomica è sembrato opportuno al curatore per narrare, mediante le immagini, la complessità del personaggio, i cui spigoli pongono all’interlocutore domande scomode, a cui sembra spesso impossibile trovare una risposta.
A tal proposito viene utile citare Aristotele:
È possibile inferire il carattere dalle sembianze, se si dà per assodato che il corpo e l’anima vengono cambiati assieme da influenze naturali: dico ‘naturali’ perché se forse, apprendendo la musica, un uomo fa qualche cambiamento alla sua anima, questa non è una di quelle influenze che sono per noi naturali; piuttosto faccio riferimento a passioni e desideri quando parlo di emozioni naturali. Se quindi questo è accettato e anche il fatto che per ogni cambiamento c’è un segno corrispondente, e possiamo affermare l’influenza e il segno adeguati ad ogni specie di animale, saremmo in grado di inferire il carattere dalle sembianze».

Sulla scorta di questa autorevole opinione, e percorrendo a ritroso il dipanarsi della mostra, possiamo come in una caccia al tesoro raccogliere tutti i frammenti di Pasolini: il figlio devoto alla madre (che venerava, a differenza del padre con cui c’era un vigoroso conflitto edipico), il regista, l’intellettuale capace di immergersi nel fango della realtà distante dal milieu intellettuale della Roma di Via Veneto, il politico controcorrente (distante dalla linea di pensiero che oggi definiremmo mainstream), il poeta, il professore, il calciatore, l’uomo schivo e riservato affascinato dalle periferie, dai luoghi a margine della vita. Una poliedricità che mi ricorda quella descritta da Todd Haynes e Oren Moverman in una pellicola del 2007 intitolata I’m not there, biografia non autorizzata di Bob Dylan.
La fauna umana
Un tema impregna in modo preponderante la mostra: l’attrazione per la borgata, che ha finito per plasmare la personalità e il pensiero dello scrittore. Egli, infatti, si staglia sul panorama culturale italiano come un autore di scritti politici (così, almeno, lo conoscevo io).
Tuttavia l’esperienza in quella parte peculiare della periferia romana, dalla quale trae ispirazione per molti suoi film e per le sue analisi sociologiche e politiche che terminano con la critica alla società consumistica, aggiunge alla lucidità (e, a volte all’irresolutezza) del suo pensiero, una nota emotiva, sentimentale. Lo si intuisce nelle molte foto che lo ritraggono a passeggio per i territori marginali della metropoli romana, fra palazzi squallidi e auto abbandonate su strade sconnesse, in mezzo a ragazzi malvestiti e malnutriti, eppure sereni e vitali, che di quel contesto residuale costituiscono la fauna genuina. La vita e la violenza si accostano e contrappongono spesso, in queste immagini.

La felice coincidenza che la mostra sia stata allestita a Genova risiede nel fatto che proprio il capoluogo ligure abbia dato i natali a un altro cantore delle vita e della violenza che anima gli individui ai margini della società: Fabrizio De André. Latitudini diverse per punti di vista simili. Entrambi scomodi, entrambi originali, entrambi atei ma non privi di spiritualità religiosa, entrambi espressi senza la rinuncia all’io poetico.
Sempre a suo agio
Pasolini affronta i grandi temi della collettività, muovendosi all’interno di un panorama culturale che, a osservarlo dall’odierna prospettiva di annichilimento del pensiero, mette molta malinconia: Pontecorvo, Bertolucci, Moravia, Parise, Calvino. Questi e molti altri sono ritratti con lui in una serie di scatti che documentano il romitaggio di Pasolini da un ambiente a un altro, mai fuori posto, mai omologato. Scomodo e interessante per la sua continua necessità di cercare un diverso punto di vista, riusciva ad essere appropriato alla Biennale di Venezia, come a una contestazione studentesca; in un salotto saturo di intellettuali, come nella platea di un premio letterario; ai tavolini di Via Veneto come nella amata Casarsa della Delizia, la terra delle sue origini, benché egli fosse nato a Bologna. E la foto dello spoglio soggiorno della sua abitazione di Casarsa, montata in una splendida cornice di legno pregiato, è quella che più di tutte ho apprezzato.
Pasolini in ogni contesto, ma sempre con la mente rivolta alle borgate romane, e all’umanità popolare che le abita e affascinandolo. E, ironia della sorte, se la borgata plasmò la sua vita, ne plasmò anche la sua fine.
Fu proprio la mano di un ragazzo di borgata, Piero Pelosi, a mettere fine all’esistenza terrena del controverso intellettuale.
La morte
Ed è emblematico che la mostra inizi proprio con la sua morte, con le fotografie della scena del delitto, dell’omicida, e della Alfa Romeo Giulia 2000 GT che schiacciò il corpo agonizzante del regista. Come se la morte di Pasolini rappresentasse di per sé la scintilla che fece deflagrare tutte le sue contraddizioni, la nostalgia, e il malessere che erano i medesimi di un popolo che stava attraversando un decennio di grandi trasformazioni. Come se quell’esplosione avesse proiettato in modo radiale tutte le schegge di una personalità che saranno poi raccolte percorrendo la mostra, fino ad avere un’immagine completa del personaggio.
La sua morte, infine, scatenò un feroce dibattito su di lui, dibattito ospitato da tutti i quotidiani italiani, le cui prime pagine campeggiano nella sala iniziale della mostra: la sorpresa, per me abituato ormai a vedere gli attuali tabloid come ricettacoli di polemiche sterili, gossip e stupidità varia, sta nel fatto che, con tinte e toni differenti, da Il Giornale di Montanelli, a Il Secolo d’Italia, dal Corriere della Sera a Il Giorno, per finire con Il Manifesto della Rossanda a L’Unità, tutti questi giornali hanno affrontando la morte di Pasolini partendo dalle sue considerazioni sulle origini della violenza.
E, a differenza di quanto accadrebbe oggi, nell’Italia bigotta e piccolo borghese del 1975 l’aspetto più pruriginoso legato alla tragica fine del poeta friulano (notoriamente omosessuale e ucciso dal Pelosi che si suppone fosse stato adescato da Pasolini per soddisfare una impellenza lubrica) sta in secondo piano rispetto al dibattito sulla genesi della violenza.
Simone Cozzi
Didascalie:
- L’entrata della mostra a Palazzo Ducale
Foto di Simone Cozzi - Carlo Bavagnoli
Pier Paolo Pasolini sullo sfondo dei palazzi della borgata, 1960 ca.
© Collezioni d’Arte Fondazione Cariparma – Donazione Carlo Bavagnoli - Federico Garolla
Pier Paolo Pasolini nel quartiere di Centocelle, Roma, 1960
© Archivio Federico Garolla
Pier Paolo Pasolini
Non mi lascio commuovere dalle fotografie
Informazioni sulla mostra
Dove
Loggia degli AbatiPalazzo Ducale, Genova
Quando
Dal 30 novembre 2021 al 13 marzo 2022Orari e prezzi
Orari: dal lunedì al venerdì 14.00 – 19.00sabato, domenica e festivi 10.00 – 19.00
Biglietti: intero 12 €; ridotto 10 €