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Voi siete qui: Biblioteca » Mecacci e Piretto a BookCity: i bambini randagi dell’URSS

22 Novembre 2019

Mecacci e Piretto a BookCity: i bambini randagi dell’URSS

Quello di domenica 17 novembre è stato un pomeriggio davvero intenso, almeno per chi scrive queste righe. Tre appuntamenti del ricco calendario di BookCity Milano concentrati nella sede della Fondazione Feltrinelli.

Dopo l’incontro tra Luciano Canfora e Carlo Greppi sul tema “Fermare la politica dell’odio” e la conversazione tra Federico Meda e Claudio Visentin sul Muro di Berlino, è stata la volta dell’incontro tra Luciano Mecacci, già professore ordinario di psicologia generale presso la Facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi di Firenze e Gian Piero Piretto, già professore di cultura russa presso l’Università degli Studi di Milano.

Gian Piero Piretto e Luciano Mecacci a BookCity 2019

Besprizornye: bambini randagi

Tutt’altro che leggero il tema della conversazione: la sorte dei bambini abbandonati nella Russia sovietica. Mecacci è infatti autore del saggio “Besprizornye. Bambini randagi nella Russia sovietica (1917-1935)”, uscito recentemente nella collana “L’oceano delle storie” di Adelphi, arricchito da 35 fotografie a colori e in bianco e nero fuori testo.

Servendosi di fotografie, spezzoni di video e canzoni, Piretto e Mecacci hanno rievocato il dramma di migliaia di bambini e ragazzini in un ventennio cruciale – e particolarmente tragico – della storia dell’immenso Paese dei Soviet. L’Unione Sovietica, in realtà, aveva ereditato dalla Russia zarista il problema, secolare, dei bambini abbandonati.

Il regime sovietico cercò soluzioni a un problema della vita sociale. Ci furono moltissime resistenze alla campagna per una nuova quotidianità (Piretto ha ricordato l’intraducibile termine russo “byt” al quale dedica tanto spazio nel suo monumentale “Quando c’era l’URSS. 70 anni di storia culturale sovietica”, Raffaello Cortina Editore).

Di certo il problema dell’infanzia abbandonata non era compatibile con la politica che tentava in tutti i modi di imporre il finto ottimismo staliniano (“Vivere è diventato più bello, compagni, vivere è diventato più allegro”, Stalin dixit nel 1935).

Dalla psicologia alla polizia

Mecacci ha ricordato lo stupore della dirigenza sovietica nel constatare le dimensioni del fenomeno, la moltitudine sterminata di bambini abbandonati, sbandati, in fuga dagli angoli più remoti del paese. La moglie di Lenin, Nadežda Konstantinovna Krupskaja, era una pedagogista e in un primo momento il problema viene affidato agli psicologi perché tentassero di porvi rimedio. Ben presto, però, ci si rese conto che le soluzioni proposte non riuscivano a contenere e contrastare il fenomeno.

Gian Piero Piretto e Luciano Mecacci a BookCity Milano 2019

Stalin allora disse “basta!”, affermando che si trattava di un problema di ordine pubblico e come tale doveva essere affrontato. La riconsiderazione del problema portò alla militarizzazione della risposta che passò sulle spalle (e nelle mani) della polizia. Per i ragazzi dai 12 anni in su si applicarono le stesse norme valide per gli adulti, ovvero la prigione e, nei casi più gravi, la pena di morte.

Il termine “besprizornye” non doveva più comparire nella letteratura, se non utilizzato in contesti in cui venisse elogiato il superamento del problema. La patina dell’ottimismo staliniano si traduceva in censura. Mecacci ha raccontato di aver compulsato, per la sua ricerca, libri con pagine tagliate e brani cancellati.

Bambini allo sbando

“Besprizornye. Bambini randagi nella Russia sovietica (1917-1935)” ricostruisce la fase iniziale di questo fenomeno. Fu un periodo atroce, ha ricordato Piretto. I discorsi trionfalistici del regime contrastavano con una realtà ben diversa, terribile e tragica. Migliaia di bambini si organizzavano in bande più o meno numerose che mettevano insieme figli di nemici del popolo, orfani, figli abbandonati dai genitori, scappati di casa.

Luciano Mecacci, Besprizornye. Bambini randagi nella Russia sovietica, Adelphi

Quello dei “besprizornye”, solitamente tradotto con “bambini orfani” o “abbandonati” (ma letteralmente significa “senza custodia”) era un corpo molto composito. E nonostante la propaganda del regime sovietico si sforzasse di mostrare il contrario, questo corpo di sbandati non si integrò mai con i Pionieri.

I bambini si ponevano domande di una profondità tragica assoluta (“perché mia madre mi ha messo al mondo?”, per citare il verso di una canzone) a cui nessuno sapeva rispondere. E d’altra parte non c’era nessuno che potesse risponder loro. Così i bambini si autoeducavano.

L’Armata Rossa li usò come unità di sfondamento perché erano pronti a tutto, mentre è una leggenda che venissero lasciati in pace dalle forze dell’ordine perché le loro vittime erano borghesi. In realtà la polizia ne aveva paura o scendeva a patti con essi, intrattenendo loschi affari.

Nell’ultima parte dell’incontro i due studiosi hanno affrontato il tema del teppismo giovanile (mentre a me martellava nella testa la canzone dei CCCP “Huligani dangereux”: Sovietki Punki Leningrada / Suonano inni di frontiera / Calciano pietre per la strada / Tirano rubli nella Neva…), soffermandosi sulla figura del poeta Esenin, per la cui vita sregolata e la tragica morte venne preso a modello da migliaia di giovani (ci fu persino un’ondata di suicidi per imitazione).

Come ultimo tassello, a ulteriore oscuramento di un quadro già foschissimo, Piretto e Mecacci hanno accennato al tema della sessualità di quei bambini randagi che vivevano in un mondo di perversione assoluta in cui la sessualità era precocissima e la prostituzione e/o l’abuso quasi la regola, così come le malattie veneree.

Fuori dalla luminosa “capanna” bianca della Fondazione Feltrinelli, intanto, calavano le tenebre.

Saul Stucchi

Luciano Mecacci
Besprizornye
Bambini randagi nella Russia sovietica (1917-1935)

L’oceano delle storie
Adelphi
2019, pp. 274, 22 €

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