Terza e ultima parte del racconto della gita sull’isola di Spinalonga, parte del reportage di Marco Grassano su Creta.
Riprendiamo la passeggiata litoranea, grezzamente pavimentata, piena di buche e di sassoni affioranti. Ciuffi di tamerici. Assecondiamo, in orizzontale e in verticale, l’andamento mosso della ridotta cornice, ritrovandoci infine sulla costa a oriente. Torna per un tratto, sulla sinistra, lo steccato, mentre l’alta muraglia di destra, artificiale, viene interrotta, in corrispondenza del nuovo bastione, da una radura virgiliana, ombreggiata di umili, onnipresenti tamerici.
Ci sediamo su un macigno e mangiamo l’uva, i cui acini scoppiano di succosa dolcezza fra i denti. Due genitori inglesi, biondi, giovani e – ci pare – piuttosto irresponsabili, fanno camminare al sole, tenendolo per mano, il loro bimbo, che piange a dirotto.

Proseguiamo. Lo spalto, staccato e posto appena più in basso rispetto al sentiero, si srotola solido. Ancora piccoli raggruppamenti di giovani tamerici. Un terrazzo sovrasta il baluardo e il mare. Scendiamo, per affacciarci al parapetto esterno.
Un piccolo panfilo riga lento il pelago intensamente azzurro. Sullo sfondo, la terraferma arsiccia, scoscesa, graffiata, lungo il pendio costiero, dall’ascendente sedime stradale, lieve alla vista come un frego di gesso. Ma, volgendo appena gli occhi e puntandoli all’orizzonte, lo sguardo, come quello di Ulisse [NOTA], naviga per l’alto mare aperto.

A destra, una cappella dal tetto bipartito affonda parte della navata nell’impennarsi della pietra. È dedicata a San Giorgio: eccolo, infatti, raffigurato in uno dei dipinti della chiara iconostasi, mentre trafigge di lancia il dragone.
Sul timpano che incima i pannelli, la scritta maiuscola ΑΓΑΠΑΤΕ ΑΛΛΗΛΟΥΣ (agapàte allèlous), che è, in lingua originale, la celebre esortazione del Vangelo di Giovanni (XIII, 34) “Amatevi l’un l’altro”. Affisso a una parete, un cartellone illustrato anglo-ellenico spiega, con un titolo mutuato invece da Dostoevskij (Έγκλημα και τιμωρία – Crime and punishment, ossia “Delitto e castigo”), il significato di alcuni affreschi. Trascrivo e traduco.
Nelle chiese cretesi, particolare enfasi viene attribuita alla raffigurazione del castigo dei peccatori. Queste scene sono collocate in scomparti quadrati o rettangolari, o in fregi. Puramente sadiche, sono piene di dettagli ‘piccanti’, che potrebbero sembrare pornografici anche agli osservatori moderni. I dannati sono solitamente dipinti nudi, con genitali accentuati, a bruciare tra le fiamme mentre vengono morsi da serpenti o tormentati da demoni, con gli strumenti della loro stessa lussuria.
A Creta, il castigo dei dannati appare spesso come un tema indipendente, e non una parte del Giudizio Finale, segno dell’importanza che la mentalità medievale assegnava al proprio obiettivo di moralizzazione contro il peccato. Fra tutti gli episodi del Giudizio Finale, divennero autonomi quelli più immediatamente intimidatori e più riconoscibili dai fedeli – quelli in cui chiunque poteva identificare sé stesso e i propri compagni con le figure dei peccatori. Attraverso queste pitture, è possibile comprendere la mentalità sociale del tempo, le credenze e i pregiudizi”.

Di fianco allo stipite d’ingresso del tempietto, murata nello stinto intonaco rosaceo, una smangiata lastra d’ardesia reca incisa un’antica epigrafe, forse bizantina o forse addirittura paleocristiana. Coi suoi caratteri arcaici, disseminati di sigle e abbreviazioni, mi risulta del tutto indecifrabile. Una finestrella grigliata. Una piccola campana per chiamare alle funzioni. Sul ridotto sagrato, una vera di pozzo.
Un groviglio di tamerici e fichi d’India occupa il fossato che separa il sentiero dal baluardo. Ritroviamo il gruppo brasiliano. Turisti si aggirano sulle balze del pendio, come in una scena del film con Totò “47 morto che parla”. Incombe ora, sempre sulla dritta, la torre-testa della tartaruga. Un ultimo, ampio bastione rettangolare offre la vista dell’isola prospiciente e della marina. Tra la costruzione e lo zoccolo dell’altura, il geometrico cancello di legno e ferro, sorvegliato, attraverso il quale si esce dall’area conchiusa.

Una rampa discendente. Singole tamerici e, in fondo, a ridosso della biglietteria, una tozza palma. Da lì saliamo di nuovo fino allo Snack Bar – Αναψυκτήριο che una freccia suggerisce: spazio ricavato fra basse, massicce pareti e coperto da una tettoia, dove si vendono anche ricordini. Prima di usufruirne, andiamo a lavarci le mani nel WC dietro l’angolo.
Ester mi indica, beffardamente, la scritta το νερό δεν είναι πόσιμο (to neró den eínai pósimo), ossia “l’acqua non è potabile”. L’acqua, pertanto, la prendiamo al bar (quella di stamattina l’abbiamo finita), assieme a un bel gelato con cui integrare l’uva già gustata. Scendiamo una scaletta di legno, fino alla terrazza sottostante, radamente ombrata dal canniccio che ricopre i travetti.
Ci sediamo a mangiare sulle rustiche sedie impagliate, leggermente instabili per via dell’irregolare pavimento di ghiaia, poggiandoci a uno dei tondi tavolini di ferro. Sul bordo esterno del belvedere, vasi di fiori stentati e di rigogliosi aloe. Facendoci solecchio contro il possente riverbero, ci affacciamo a contemplare, anche da qui, il braccio di mare che ci separa dell’isola di fronte.

Torniamo verso l’imbarcadero, dove, ammassandoci con numerose altre persone, attendiamo all’inconsistente riparo delle magre tamerici. L’immagine che mi corre al ricordo è quella di una grandiosa strofa montaliana: “Gloria del disteso mezzogiorno /quand’ombra non rendono gli alberi, / e più e più si mostrano d’attorno / per troppa luce, le parvenze, falbe”. È proprio vero che il Mediterraneo presenta ovunque caratteristiche comuni.
Approdano e ripartono vari battelli, ognuno dei quali deposita e si porta via la propria quota di passeggeri; poi arriva anche il nostro. Ci sediamo nella stessa posizione di stamattina. Alla mia destra, un terzetto di animate e scollacciate ragazze francesi scatta foto, ridacchiando per chissà cosa.
Prima di riprendere la macchina, decidiamo di fare un giro nel piccolo villaggio, seguendo, verso destra, la strada principale. Non fosse per l’elevata densità di taverne e botteghe, e per gli spicchi di zaffiro che a volte si affacciano fra le case in pietra, potremmo crederci in uno dei nostri paesini di montagna attraversati dalla Provinciale: Gremiasco, o Colombassi, o Fabbrica Curone. Un secondo “parcheggio libero” a manca, su uno spiazzo con un gabbiotto prefabbricato che pare di un peso pubblico.
La Celerio è arroventata, ma ci è sufficiente abbassare i finestrini e lasciare che entri liberamente l’aria della corsa. Rifacciamo, sotto un sole implacabile, l’intero tragitto. Giunti alla piccola rotatoria in fondo alla strada della trattoria Kri-Kri, svoltiamo verso sinistra e bordeggiamo un tratto di litorale, finché la freccia Κέντρο / Centre non ci fa deviare a dritta, in una via a senso unico, leggermente acclive fra due file a schiera di edifici disconformi e abbastanza brutti.
Giriamo ancora, con una pendenza più marcata, prima di un campo giochi triangolare, adagiato sulla roccia. La via zigzaga e monta lungo il tratto, a corsie spartite, tra la panetteria Mélissa e l’area con le aiuole di tuie, dove siamo soliti attraversare. Posteggiamo la vettura di fronte alla pensione.
NOTA: Su You Tube è visibile il film di Theo Angelopoulos “Lo sguardo di Ulisse” (Το βλέμμα του Οδυσσέα) del 1955.
Trentacinquesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- Vista dallo spalto est dell’isola
- L’interno della cappelletta di San Giorgio
- L’indecifrabile lapide esterna
- La torre-testa della tartaruga
- Dal terrazzo del bar