“L’ALIBI della domenica” di questa settimana è dedicato a “Flora” di Alessandro Robecchi.
Questa è una canzone d’amore, verrebbe da dire, parafrasando il titolo di un altro suo romanzo. “Flora” di Alessandro Robecchi, pubblicato da Sellerio nella collana “La memoria” come i precedenti (tra cui “Di rabbia e di vento”), è infatti un inno – laico, ça va sans dire – a un poeta: Robert Desnos.
Ma diamo prima qualche coordinata a chi non abbia ancora letto il libro. La vicenda si srotola in un futuro – speriamo! – imminente. L’emergenza Covid-19 è finalmente alle spalle, archiviata.
L’estate ha colpito Milano come un ciclone, dal finestrino entrano suoni, odori, il sottofondo del traffico, i motorini smarmittati, le voci delle famiglie che fanno due passi per il gelato, la vita normale. È sembrato un miraggio, per un po’, e poi è tornata normale, con dentro uno stordimento e un timore di convalescenza impaurita”.

Per non rivelare troppo della trama ci limitiamo a riportare le prime righe del risvolto di copertina: “Flora De Pisis è stata rapita. La regina della tivù del dolore, Nostra Madonna delle Lacrime, la principessa del cinismo, la diva tanto umana, l’amore delle masse, la cui popolarità è in gran parte merito di Carlo Monterossi, inventore, pentito, del programma Crazy Love. Ed è a lui che il capo indiscusso della Grande Tivù Commerciale affida la delicatissima faccenda, nella speranza che la trattativa rimanga segreta.”
E le ultime: “Mentre la tensione cresce, il Paese si agita alla notizia ormai pubblica, i media sembrano impazzire e la data della messa in onda si avvicina, i «terroristi» sembrano sempre più una brigata di agitatori surrealisti, guidati da una coppia che ha inventato «un piano bellissimo, oltre le stelle» e ispirati da un grande artista: Robert Desnos, poeta e resistente”.
Note a margine
Quelle che seguono vogliono essere “note a margine”, da leggere prima, dopo o tra le pagine di “Flora” (ma sicuramente non “al posto di”). Ma avverto il lettore con lo stesso avviso in cui mi sono imbattuto ieri sera in apertura del Capitolo Dieci de “L’ispettore Morse e le morti di Jericho” di Colin Dexter (anch’esso pubblicato da Sellerio). Il monito viene niente meno che da Shakespeare, per la precisione dall’Atto II, Scena III di “Molto rumore per nulla”: “Delle mie note non ce n’è una che sia degna di nota”. Bene, ora lo sapete.
Purtroppo è una nota dolente a dare il La a questo pezzo. Nel ricco patrimonio librario di CUBI – Culture Biblioteche in rete, il mio sistema bibliotecario di riferimento, a cui aderiscono più di 70 biblioteche distribuite in 57 Comuni dell’est milanese, ovvero oltre 443 mila titoli in catalogo, non c’è nemmeno un libro di Robert Desnos!
Troviamo le opere di Antonin Artaud, André Breton, Paul Éluard, per fare il nome di qualche compagno d’avventure surrealiste. C’è qualcosa anche di Raymond Roussel, noto al pubblico italiano soprattutto per il delizioso librino di Leonardo Sciascia, uscito giusto cinquant’anni fa. “Atti relativi alla morte di Raymond Roussel” è pubblicato sia da Sellerio, con un saggio di Giovanni Macchia (1979), che da Adelphi, a cura di Paolo Squillacioti, (2020). Ma di Desnos niente! Bisognerà rimediare.
Alla ricerca di Desnos
Allora ho cercato in casa. Ho ripreso in mano “L’altra metà di Parigi. La Rive Droite” di Giuseppe Scaraffia (Bompiani), letto l’anno scorso. Sulla quarta di copertina c’è questa citazione di Paul Morand: “Scendevamo verso il 1939 come il 1900 verso il 1914, scivolando nell’abisso come nel piacere”.
La scheda 166, relativa a Boulevard de la Saussaye a Neuilly-sur-Seine, è tutta dedicata a Robert Desnos. Nelle tre pagine che la compongono un frammento della sua vita è raccontato attraverso la passione per due delle donne che ha amato: Yvonne e Youki.

Poi ho comprato (online: non è molto surrealista né resistente come atto, ma sicuramente efficace) “Le bonjour de Robert Desnos. Dalla scrittura medianica al lager” di Pasquale Di Palmo, pubblicato da MC (ancora prima di vederlo citato alla pagina 343 di “Flora”, la stessa in cui ho capito – o creduto di capire – la ragione del titolo…).
È un piccolo gioiello.
I capitoletti sono 44, ognuno idealmente corrispondente a un singolo anno di vita dell’autore (non riuscì a compiere il quarantacinquesimo per poco meno di un mese, anche se si tratta solo di un «vezzo», in quanto i testi non prendono in considerazione eventi accaduti anno per anno. […] In calce a questo «percorso» anomalo figurano quattro lettere, proposte per la prima volta in italiano, che Desnos scrisse a Youki durante il suo periodo di detenzione nei Lager e una bibliografia essenziale”.
Il libro è ricco di aneddoti, informazioni e immagini. Ne cito soltanto una. A pagina 83 è riprodotto l’ex libris di Youki realizzato da Foujita, il pittore giapponese naturalizzato francese di cui Lucie Badoul – che lui aveva soprannominato appunto Youki – era stata la terza moglie, prima di diventare amante e poi moglie di Desnos.
Al momento di scrivere queste note nel catalogo di CUBI sono presenti 21 copie di “Flora”, tutte in prestito! Sarebbe il caso di acquistare almeno un esemplare di “Le bonjour de Robert Desnos”…
Stregati da Dvořák
Da qualche tempo ho preso l’abitudine di segnarmi su un quadernetto i brani musicali citati in articoli e libri che sto leggendo. Non sapendo distinguere un Do da un Re, è un modo come un altro per ampliare la mia discoteca (anche se, ovviamente, ho canzoni e brani a cui sono legato e che non cambierei per nulla al mondo).
“Flora” è disseminato di citazioni dall’immenso patrimonio musicale di Bob Dylan, che il Premio Nobel per la Letteratura nel 2016 ha recentemente venduto alla Universal per 300 milioni di dollari (questa sì che non è una canzone d’amore!). Ma è ad Antonín Dvořák che è dedicata questa seconda nota. Riporto un brano da pag. 197, omettendo il nome del soggetto per evitare di fare spoiler.
Le aveva dato da leggere. Pagine sparse, poesie, anche solo qualche riga, oppure si sedeva e parlava di cose astruse, le raccontava aneddoti che non c’entravano nulla, né con la storia che avrebbe dovuto raccontare né con loro, con lei […]. Un giorno era entrato, l’aveva invitata, sorridendo, a indossare delle cuffie, non cuffiette da telefono, cuffie chiuse, professionali, collegate a un iPhone. Le aveva chiesto di ascoltare con calma, di rilassarsi, di lasciarsi andare, non pensare a niente. Poi aveva schiacciato un tasto e lei, Flora De Pisis, la cinica Flora De Pisis, la regina di Crazy Love, la star della tivù, era volata via, come una foglia, come un petalo nel vento leggero. Si era portata le mani alle orecchie, aveva premuto le cuffie alla testa, avida di bersi quella cosa meravigliosa che sentiva, che la avvolgeva, che le entrava dentro, no, che le scivolava attorno. Sei minuti che non finivano mai e che passavano in un lampo, sei minuti perfetti, levigati come una perla.
«Oddio, che bello! Cos’era?».
«Dvořák, il secondo movimento della Serenata per archi in Mi maggiore».
«È la cosa più bella che abbia mai sentito».
Sto ascoltando il brano in questi giorni, dopo essermelo appuntato sul quadernetto. Lo segue un’annotazione presa da “L’ispettore Morse e le morti di Jericho” che, come ho detto sopra, ho iniziato a rileggere dopo “Flora”. A pagina 46 un abbacchiato Morse torna a casa, si siede in poltrona e cerca di rilassarsi ascoltando musica classica.
“Quindi scelse la registrazione del Concerto per piano n. 21 di Mozart diretto da Barenboim, accese il grammofono e, mentre cominciava l’etereo Andante, cercò di allontanare dalla sua mente tutti i problemi terreni. Talvolta, a quel modo, riusciva quasi a dimenticare. Ma non quella sera”.
Beh, anche questo brano (che probabilmente vi sarà già capitato di ascoltare) non è niente male…
Lady in the Loge
La terza e ultima nota riguarda “Lady in the Loge”, opera realizzata da Jan Zrzavý a pastello su carta nel 1918 (l’anno in cui Desnos iniziò a scrivere poesie). È conservata alla Národní Galerie. Non vi svelerò in che circostanze compare in “Flora”. Vi invito però a cercarla sul sito della Galleria Nazionale di Praga. Forse, come il sottoscritto, ignoravate il nome e l’opera dell’artista ceco (1890-1977).
Il sito della Galleria riporta una cinquantina di suoi lavori, molti dei quali di soggetto religioso, come “L’Ultima Cena” e “Cristo e Giovanni”. A me piace molto “Cleopatra II” (1942-1957).

Navigando nella collezione d’arte del XIX secolo dedicata al Modernismo Classico ci si imbatte in veri capolavori, come la “Vergine” di Klimt, un “Autoritratto” di Picasso datato 1907 (anno in cui termina “Les demoiselles d’Avignon”) e “Joaquina” di Henri Matisse (1911).
Ma ci sono anche tante altre opere interessanti. A me ha colpito in modo particolare “Lettore di Dostoevskij” di Emil Filla, “opera iconica dell’Espressionismo ceco”, come recita la didascalia. Raffigura un lettore visibilmente scosso (se non abbattuto) dalla lettura di un romanzo di Dostoevskij.
Di sicuro non farete quella faccia leggendo “Flora” di Robecchi. Oltre a essere un romanzo godibile (io l’ho divorato, alla stessa velocità con cui ho “spazzolato” la torta preparata da mia moglie, una “crostata gloriosa” come quella che compare a pag. 210), apre finestre su mondi tutti da scoprire e invita a trovare la poesia in tutto ciò che ci circonda.
Saul Stucchi
- Alessandro Robecchi
Flora
Sellerio
Collana La memoria n. 1191
2021, pagine 384
15 € - Pasquale Di Palmo
Le bonjour de Robert Desnos
Dalla scrittura medianica al Lager
MC
Collana I fiocchi
2020, pagine 158
14,50 €