Nel tennis le linee bianche definiscono una geometria precisa: ciò che cade dentro è valido, ciò che resta fuori è errore. Il mio sogno di ragazzino non era giocare la finale di Coppa dei Campioni, o vincere il gran premio di Formula 1, tantomeno raggiungere il podio olimpico dei cento metri piani. Il mio unico sogno, un po’ ingenuo e ostinato, era giocare e vincere sull’erba di Wimbledon, inchinarmi al cospetto della Duchessa di Kent, e sollevare la coppa attualmente detenuta da Jannik Sinner.
Il mio idolo era John McEnroe. Non un esempio di continuità, certo, ma un concentrato di genio, nervi, e talento puro. Era un’attrazione condivisa e trasmessa da mio padre: lui prudente, composto, e aggrappato alla sicurezza che solo l’ordine sa offrire, mi aveva abituato ad amare l’estetica dei tennisti fuori dagli schemi, quelli capaci di alternare colpi di classe pura a giornate da dimenticare: Ilie Nastase, Vitas Gerulaitis, Adriano Panatta.

La celebre finale del 1980 tra Borg e l’americano non l’ho scoperta dopo: la ricordo bene, per averla vissuta insieme a mio padre e mio fratello, in un pomeriggio estivo trascorso davanti alla TV in bianco e nero nella nostra casa di vacanza a Bratto. C’era una tensione strana in quella stanza, una mescolanza di passione e frustrazione che si rifletteva nelle immagini sgranate dello schermo, e l’antenna da sistemare.
Proprio quell’atmosfera l’ho ritrovata nelle pagine de La grammatica del bianco. Un’estate a Wimbledon (Sellerio). Angelo Carotenuto sceglie una prospettiva defilata ma efficace: la Storia di questo meraviglioso sport osservata con gli occhi di Warren Favella, un ragazzino arruolato nella squadra di raccattapalle per contribuire silenziosamente alla riuscita di quell’epica, interminabile, rocambolesca finale.
È dal bordo del campo che il protagonista osserva i due campioni e, allo stesso tempo, impara a misurarsi con se stesso, comprendendo che il mondo così come il tennis non sempre è regolato dalla giustizia, che esistono “punti di ferro” e “punti di paglia”, e che puoi perdere una partita anche se fai più punti del tuo avversario.
Tra uno scambio e l’altro, Warren impara ad amare il tennis, tanto che questo diventa lo strumento per superare la timidezza, per trovare una propria dimensione, e per affrontare il mondo.
Il romanzo si muove così su un doppio binario: da un lato la cronaca di una partita leggendaria, dall’altro un racconto di formazione discreto sulla capacità di conoscere il proprio io, perdonarsi, perdonare e andare avanti consapevoli che la vita è bella anche se non sei il numero uno.
Significativa la considerazione che Cicca, il ragazzino che introduce il protagonista ai misteri del tennis, fa a proposito di Borg e di Mc Enroe: “Cosa c’è di meglio di essere il migliore?” “Battere il migliore.”
Un libro privo di retorica, misurato e riuscito, che fa sorridere e commuovere, che usa lo sport non come semplice scenografia, ma come chiave per raccontare la crescita personale.
Simone Cozzi
Angelo Carotenuto
La grammatica del bianco
Un’estate a Wimbledon
Sellerio
Collana La memoria
2025, 256 pagine
15 €