Gli ultimi testimoni (Opere. Guerre: Ragazzi di zinco- La guerra non ha un volto di donna – Gli ultimi testimoni a cura di Sergio Rapetti, traduzione Paolo Maria Bonora e Nadia Cicognini per Bompiani, 2022) di Svetlana Aleksievič, Nobel per la Letteratura 2015, è apparso per la prima volta nel 1985 e racconta l’impatto che ebbe la conquista nazista sulla popolazione.
Per fare questo Aleksievič è partita dal racconto orale dei bambini − di età compresa tra i tre e i quattordici anni − che poi ha messo l’uno accanto all’altro per dare forma a una tragica narrazione corale, una specie di rapsodia fatta di racconti brevi, di brandelli di confessioni, che portano il lettore a interrogarsi sul senso della vita e della morte.
Molte delle sue centinaia di testimonianze ricordano il giorno in cui è scoppiata la guerra, come un giorno allegro: il tempo era buono e i bambini erano fuori a giocare con gli amici o a raccogliere funghi. Presto, la guerra e i suoi orrori si avvicina loro. Così la sicurezza è brutalmente sostituita dalla paura, dal dolore e dalla fame.

Con l’arrivo dei tedeschi, che portano «stivaletti di ferro», i padri vengono messi in fila e colpiti, le madri uccise da bombe, le case incendiate. Ci sono, così, resoconti di interi villaggi che vengono bruciati, di persone costrette a mangiare erba, perché non c’è altro. Mentre intere famiglie di partigiani vengono trucidate e appese agli alberi di cui a distanza di anni si sente, nelle parole dei bambini, dei proiettili, del vento gelido e della desolazione.
Nella maggior parte il senso di perdita e dell’abbandono è ciò che si consolida nella vita di bambini intervistati. E il senso che lega queste storie le une alle altre è oltre alla perdita – di fratelli, animali domestici, beni e soprattutto madri – è la sensazione perenne di avere troppa paura per essere di nuovo felici, perché la felicità non può durare.
La maggior parte di quei bambini ha trascorso la guerra dimenticando di essere bambini, perché in orfanotrofio o messi al lavoro in ospedali.
Alcuni di loro raccontano solo immagini con le quali hanno convissuto per tutta la vita adulta. Come fa Volodia Korshuk − che allora aveva sette anni ed era figlio di un partigiano – che ha convissuto per il resto della vita col ricordo nitido racconta il corpo della propria mamma impiccata sotto i suoi occhi dai nazisti perché moglie di un partigiano. O Varya Vyrko, in seguito un tessitore, che ricorda come lui e altri del suo villaggio sono stati costretti a seppellire il nonno nel giardino. E Volodia Ampilogov che ricorda come un bombardamento lo abbia fatto fuggire dal treno per un campo di concentramento.
A guerra finita la maggior parte di quei bambini sono tornano nei villaggi di appartenenza e si sono trovati a combattere la fame, a vagare, da soli o con altri bambini, mendicando, nascondendosi, mentre le mine inesplose continuavano a causare vittime.
La maggior parte ha trovato un posto nel mondo, altri, come Marija Puzan, hanno «fatto fatica a crescere perché nessuno diceva mai parole affettuose».
Per quarant’anni anni Aleksievič ha trascritto la storia orale dell’Unione Sovietica, basandosi esclusivamente su interviste, messe insieme come una serie di monologhi, non mediati da commenti.
I libri di Aleksievič hanno attirato ripetute critiche non solo perché lo studio della storia orale non è stata riconosciuta come ricerca dall’Accademia Russa delle Scienze, ma perché l’immagine che ne veniva fuori del paese e della sua Storia stonava con quanto le autorità hanno raffigurato dal 1945 in poi, mantenendo uno stretto controllo della sua storia attraverso i media, i libri scolastici e le celebrazioni degli anniversari.
Claudio Cherin
Svetlana Aleksievič
Opere. Guerre
A cura di Sergio Rapetti
Traduzione di Paolo Maria Bonora e Nadia Cicognini
Bompiani
Collana Overlook
2022, 1040 pagine
35 €