Misericordia di Lídia Jorge (tradotto da Daniele Petruccioli per Voland, 2026) racconta la vita interiore di una donna in una casa di riposo. La vicenda si svolge a partire dal 2019 per concludersi negli ultimi mesi della pandemia.
La protagonista, Dona Albertí, vive in un hotel di lusso trasformato poi in una residenza per anziani e ribattezzata ‘Hotel Paraíso’. La struttura è luogo di protezione ma si rivela presto una società in miniatura, con gerarchie, rituali, economie affettive e forme di potere.
Ci sono anche gli ospiti, le famiglie, il personale, la direzione e chi passa in quelle stanze soltanto per compiere un turno. Ognuno di quelli che passano per la Rsa ha una diversa idea di cosa significhi assistere gli anziani. Per alcuni la cura è un lavoro da svolgere con efficienza; per altri è creare un legame, ascoltare ed essere responsabili.
Il mondo fuori dalle mura dell’Hotel Paraíso sembra svanito. Non ci sono notizie; né interesse da parte degli ospiti di sapere ciò che accade. Il mondo di fuori esiste sono nei libri o negli atlanti (Dona Albertí ne ha uno che consulta spesso, nonostante sia difficile da aprire per chi, come la donna, ha mani e polsi logorati dall’artrite).

Stare nell’ospizio non significa che i desideri o le relazioni siano finite. I degenti desiderano, fantasticano, soffrono, hanno aspettative, pudori, segreti o vanità. Cambiano semmai i modi e i tempi. A cambiare è il loro corpo, è la durata del tempo e il modo in cui si vivono i giorni. Altre sono le priorità come, per esempio, riuscire a dormire per una notte intera.
Volutamente frammentario Misericordia procede attraverso ricordi, riflessioni, episodi apparentemente minimi. La coscienza di Dona Albertí si muove liberamente tra il presente della casa di riposo e il mondo interiore dei ricordi, creando una narrazione di intensa densità poetica. E la memoria diventa la vera protagonista dell’opera. Non perché necessaria a ricostruire la propria storia, ma perché è il luogo in cui, in modo irregolare e imprevedibile, riaffiorano i dettagli perduti, che permettono di interpretare con uno sguardo diverso quanto è accaduto nella vita di prima.
Nell’Hotel Paraíso il dettaglio è tutto. Perché i dettagli (un sorriso, una parola di troppo, un gesto) rendono una giornata buona o cattiva. Di cui ricordarsi o di cui dimenticarsi.
Lídia Jorge possiede la capacità di passare dal racconto del dettaglio concreto all’astrazione meditativa senza perdere il controllo del ritmo narrativo. Per questo alcune pagine assumono la forma di un vero e proprio monologo interiore, altre si aprono a una dimensione quasi lirica, in cui la riflessione filosofica emerge dall’osservazione del quotidiano.
La pandemia di Covid-19 fa da sfondo storico al romanzo. L’isolamento imposto dalle misure sanitarie rende ancora più evidente la condizione di vulnerabilità degli anziani. Le visite interrotte, la distanza dai familiari e la paura del contagio trasformano la residenza in uno spazio sospeso.
Lídia Jorge denuncia il relegare la vecchiaia ai margini dell’esperienza umana, cacciandola nell’ombra e nel silenzio. L’intento della scrittrice è quello di raccontarne la fragilità, la dipendenza, l’approssimarsi della morte e, nello stesso tempo, la sorprendente persistenza del desiderio, dell’immaginazione e della memoria. Per questo motivo il titolo del romanzo non evoca la compassione paternalistica, semmai l’intenzione di riconoscere nelle persone la propria vulnerabilità.
Misericordia è un romanzo intenso perché racconta la vecchiaia e il morire. E fa riflettere sul bisogno di essere riconosciuti, ricordati e amati.
Claudio Cherin
Lídia Jorge
Misericordia
Traduzione di Daniele Petruccioli
Voland
Collana Amazzoni
2026, 400 pagine
20 €