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Voi siete qui: Biblioteca » “Superare il problema dell’arte” di Yves Klein

20 Luglio 2026

“Superare il problema dell’arte” di Yves Klein

Avrebbe un senso chiedersi di Yves Klein – come si faceva un tempo con Leopardi, morto a 39 anni – dove sarebbe potuto arrivare se la sua vita non fosse terminata ancor prima, quando di anni ne aveva appena 34? Perché l’artista francese, nonostante mezzo secolo di avanguardia prima di lui, si era spinto molto in là, in una dimensione concettuale che surclassava l’oggetto estetico, al punto da lasciar ipotizzare sbocchi ulteriori in direzioni impensabili.

Del farsi progressivo della sua breve ma fulminante ricerca oggi è possibile tastarne il lavorìo direttamente dalle sue parole, raccolte in un bel volume edito da il Saggiatore, Superare il problema dell’arte, tradotto da Francesca Coppola.

Si tratta di scritti teorici lunghi e brevi, lettere, presentazioni, progetti, ricordi, che costituiscono anche una testimonianza delle difficoltà di ricezione del suo lavoro – non di rado, di un vero e proprio rifiuto, non del grande pubblico come verrebbe da immaginare ma degli stessi ambienti artistici: espositori ma anche critici e colleghi.

Specie negli USA, dove nei primi anni Sessanta Klein si era recato in cerca di gloria, e aveva invece esperito sulla propria pelle quanto lo spazio concreto dell’arte non fosse (e non lo è oggi) – come tende a credere chi non ha ancora cancellato gli esiziali imprinting delle maestre che lacrimano sulla cavalline storne – un angolo di paradiso ma spesso e volentieri un agone in cui se le danno di santa ragione (chiedere agli irosi sbandieratori della pop art Jasper Johns e Rauschenberg che tipo di accoglienza riservarono al francese).

Non che all’inizio, a Parigi, le cose fossero filate lisce. Sarebbe trascorso qualche anno quando un’altra figura centrale del ‘900, Lucio Fontana, squarciando la tela con i suoi tagli avrebbe (soltanto) suggerito la dimensione che sarebbe stata a Klein, almeno nelle intenzioni, peculiare: l’infinito – ma Klein già non c’era più.

L’infinito va inteso qui in un duplice verso: uno è quello misticheggiante, implicito nell’adesione al culto Rosacrociano e all’influenza del pensiero orientale, un altro, non slegato dal primo in quanto spesso edificato nello spirito meditativo di una ritualità lenta ma densissima, è quello dell’indefinitezza di una ricerca che si muove in plurime direzioni (di cui è parte non estranea il judo, pratica a cui Klein attribuisce molta importanza).

I monocromi, il Blu che prende il suo stesso nome, il colore come mera materia da sé bastevole a fare l’opera, il puro gesto che assottiglia il confine fra natura e artificio fino alle Antropometrie. Le modelle ricoperte di quel blu e fatte appoggiare sopra enormi tele, utilizzate come pennelli – e ovvi problemi col mondo femminista -, in diretta davanti a un pubblico – col che, eravamo già dentro una situazione, performing art. A un passo dal superamento dell’arte, appunto.

“Monocromizzavo le mie tele con accanimento, poi si liberò il blu onnipotente che regna ancora e per sempre. È a quel punto che non mi sono più fidato. Ho ingaggiato delle modelle nel mio studio, per dipingere non davanti a loro, ma con loro”.

L’artista ci racconta come la pratica estetica si coniugasse con l’esercizio spirituale e questo condizionasse l’altra: i digiuni, l’astensione dall’alcol, dal fumo, dal sesso persino, la disciplina nell’alimentazione e altre pratiche ascetiche convergevano in una meditazione sul vuoto, sul rapporto fra materia e concetto necessarie a intenderne, se così volessimo chiamarla, la poetica.

Scriveva il biografo McEvilley: “È un errore fondamentale (ancorché comune) ignorare il tono mistico e miracolistico degli scritti di Yves leggendovi un atteggiamento vacuo o un’ostentazione dada”: difficile dargli torto, anche se a leggerlo non tenderemmo a escludere del tutto l’altro movimento. Basti vedere alcuni titoli di questi interventi. “Evoluzione immateriale dell’arte”, da un discorso tenuto alla Sorbona, nel quale arriva a dire: “A chi mi chiede dove sia la mia arte rispondo che è lì dove sto parlando”.

L’arte non è più il manufatto, la pittura tradizionalmente intesa (anche nella sua versione avanguardista novecentesca), ma può sfociare in qualcosa che potrebbe, per esempio, diventare musica: il monoton, equivalente del monocromo, inconsapevole congiunto del nascente minimalismo di La Monte Young, Terry Riley etc (non casualmente nutriti del valore mistico della musica indiana, basata su un principio modale). E vi si parla, in maiuscolo, di Rinascita, nuova età dell’uomo etc.

L’avventura che precedette la tensione verso l’immateriale, il gesto, l’alea della situazione, la descrive in un testo centrale, L’epopea monocroma. “I Beoti – scrive – mi ripetono spesso, ma questo cosa rappresenta?” Sarcasmo a parte, Klein si mette di buzzo buono e spiega, in maniera quasi didascalica (cosa che negli altri testi non sempre fa, lasciandosi andare anche al gusto della frase-limite, dello spunto aforismatico anarcoide, ossia inteso a comunicare il disinteresse a farlo davvero – tratti chiari di megalomania non mancano, alternati a quelli di palmare genialità) che intende uscire “dipingendo con un solo colore, dal fenomeno ‘spettacolo’ rappresentato dal quadro convenzionale ordinario, classico da cavalletto”.

Esperienza del colore, il blu che rimanda al cosmo, alla rottura dei confini, a una perlustrazione del vuoto (che tale non è ma il pieno delle infinite possibilità), ma pure, contraddizione mirabile, esaltazione del mero pigmento (“la polvere incandescente, non il colore macinato nell’olio”), prima che il colore diventi ciò che ne fa, tradizionalmente, l’artista: “lo stato della materia prima (…) senza forma e limite (…) spazio astratto e reale allo stesso tempo”.

Tale approccio spiega l’altrimenti curiosa fascinazione per Delacroix, ossessionato dall’Indefinibile. Per questa strada, l’arte in Klein mira a un progetto che la trascenda: “I pittori non sono più procreatori di quadri (…) il fatto che esista come ‘pittore’ sarà il lavoro più formidabile di questo tempo”.

Eventi, azioni memorabili, quali il fotomontaggio del “Salto nel Vuoto”, o svuotare la galleria parigina Iris Clert e dipingerne le pareti di bianco: che i visitatori pagassero per vederla naturalmente era parte della situazione artistica (con la raccomandazione di non restare per più di tre minuti).

Il libro, cui avremmo aggiunto qualche immagine in più, serve a leggere dal di dentro una delle tappe fondamentali della storia dell’arte, una fra le decisive per farne tutt’altro.

Michele Lupo

Yves Klein
Superare il problema dell’arte
Traduzione di Francesca Coppola
il Saggiatore
Collana La cultura
2026, 376 pagine
30 €

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