A chiusura della prima parte della seconda edizione del ciclo I giorni dell’ostinazione che organizzo alla – e con la preziosa collaborazione della – Biblioteca Ostinata di Milano, lo scorso 4 giugno ho ospitato Maria Nisii per dialogare con lei sul suo libro La casa dell’invisibile, pubblicato da Editrice Queriniana.
Il sottotitolo spiega il tema del volume – Marilynne Robinson e la teologia del quotidiano – mentre in quarta di copertina ne è data la definizione più calzante: una «bussola per orientarsi in un’opera [quella della Robinson, appunto] intensa e profonda, dove il racconto del quotidiano diventa rivelazione del mistero».

Tanto è ricca l’opera della Robinson (sia sul versante della narrativa che l’ha resa celebre a livello mondiale, sia su quello della saggistica), quanto è prezioso e utile lo strumento messo a disposizone del lettore dalla Nisii, studiosa di teologia e letteratura e docente all’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Torino.
Tanti i punti di forza del saggio, a cominciare dalla chiarezza dell’esposizione. Poi l’intelligente disposizione del materiale, articolato in capitoli arricchiti da schede di approfondimento e rimandi a materiali digitali (interviste all’autrice, video e altri approfondimenti).
Fondamentale l’analisi e la proposta al lettore italiano – a cui è nota soprattutto l’opera narrativa – del cospicuo lavoro della Robinson sul versante saggistico, dai primi studi a Leggere Genesi, pubblicato nel 2024 e tradotto in italiano l’anno successivo da Marietti 1820.
Ma è innegabile che il cuore del volume è la quadrilogia che prende il nome dal primo romanzo, Gilead, a cui sono venuti dietro – in una successione cronologica su cui si è soffermata Maria alla Biblioteca Ostinata – Casa, Lila e Jack (tutti pubblicati da Einaudi con la traduzione di Eva Kampmann).

Impossibile qui rendere conto dell’opera così «intensa e profonda» dell’autrice statunitense e dell’altrettanto valida lettura che ne fa la studiosa piemontese. Cercherò di darne un assaggio proponendo – o meglio, purtroppo solo sfiorando – alcuni temi.
Partirò da quello della “riscrittura” non tanto perché a me particolarmente caro, quanto piuttosto perché tutta la narrativa della Robinson è in qualche modo una “riscrittura delle Scritture”, ma non solo. Illuminante è un brano riportato in una nota (mi raccomando: sono tutte da leggere!), nel quale la scrittrice rivela il suo rapporto con Shakespeare: «Ho la tendenza a occuparmi delle sue opere come se fossero teologia».
Apertamente citato o in filigrane più o meno evidenti Shakespeare ricorre con frequenza nei romanzi della Robinson. Come non pensare all’amletico There’s a special providence in the fall of a sparrow leggendo a pag. 37 di Jack: «Mio padre direbbe che un passero non è soltanto un passero. Perché la sua caduta ha un significato, dal punto di vista cosmico»?!
E poi Dostoevskij, al cui Raskol’nikov assomiglia il protagonista dell’ultimo pannello del polittico. «Il personaggio di Jack è un rovello teologico. C’è da chiedersi se lo sia stato anche per l’autrice che ha trasformato quella che sembrava definitivamente una trilogia in una tetralogia, per aggiungervi questa appendice inattesa», scrive la Nisii. È proprio sulla sua figura, consapevole di vivere un’esistenza da eroe di un «romanzo russo», e sulla bellezza di Caino, io e Maria ci siamo soffermati nell’incontro milanese, analizzando le affinità e le divergenze tra Jack e il figlio prodigo della parabola lucana.

La studiosa illustra la cornice storica e geografica dei romanzi robinsoniani, soffermandosi sulla questione razziale («A suo avviso infatti la serietà del cristianesimo americano sarebbe messa in dubbio dalla discriminazione delle persone di colore», leggiamo a pag. 151).
Molto utile, nella parte finale del volume, è la panoramica sul pluralismo evangelicale, quel mosaico ricco di tradizioni e contraddizioni che caratterizza la società americana, dai Padri Pellegrini alla seconda presidenza Trump.
Il microcosmo della fittizia Gilead, dietro la quale si cela la vera Tabor (entrambi toponimi biblici), è raccontato magistralmente con un approccio polifonico che ricorda quello dei romanzi di Dostoevskij (definiti polifonici, appunto, dal critico Michail Bachtin).
Dell’inadeguatezza di un solo sguardo nel racconto di una vita parla la Robinson, e di sponda la Nisii, che in La casa dell’invisibile ci accompagna alla scoperta di quel microcosmo, facendo tappa sulla tecnica del flusso di coscienza, la teologia negativa e la teologia narrativa, l’importanza dei personaggi outsider e dei pastori (a loro agio con le storie bibliche ma messi duramente alla prova dalle situazioni della realtà contemporanea), il potere sovversivo della Bibbia, l’impronta di Calvino (Giovanni, non Italo).
Senza tralasciare, naturalmente, il tema più importante di tutti. Che riassumo con una riga: «Non ci sono dubbi: Robinson sa raccontare l’amore».
Saul Stucchi
Maria Nisii
La casa dell’invisibile
Marilynne Robinson e la teologia del quotidiano
Queriniana
Collana: Biblioteca di cultura
2025, 240 pagine
24 €