Francesco Permunian è uno dei pochi scrittori italiani – forse dovrei dire narratori, seppur eccentrici, ché è possibile marcare una pur fragile differenza – che continuo a seguire, e il suo ultimo lavoro Anime farfuglianti nella notte (Mezza centuria di microstorie sul fallimento come opera d’arte) – splendida edizione del veneziano Palingenia – forse me ne ha rilevato il motivo.
Le storie fondamentalmente mi annoiano, meno al cinema, questo è vero, specie se pretendono di evocare profondità che in realtà suonano sulla pagina subito simulate, posticce. Mi pare che la letteratura, tranne rare eccezioni per quanto riguarda il nostro Paese, riesca meglio laddove provi a sabotare se stessa dall’interno, o – lo abbiamo visto recentemente con Alberto Ravasio che credo qualche debito con Permunian lo abbia e nel libro viene anche citato – quando metta in scena non il suo fallimento ma quello dei suoi interpreti.
Forse le diamo ancora troppa importanza se rispetto alle tragedie diffuse, intense e numerose, consideriamo degne di nota le angustie e i dolori di chi alla letteratura stessa ha creduto di votarsi per poi fallire miseramente. O forse non potendo caricarci di tutte le tragedie del mondo, ci lasciamo prendere da queste storie di miserabili che per consuetudine e inclinazioni (reali o immaginarie) riconosciamo come prossimi, parenti (serpenti, va da sé) che nel circo dell’editoria, più o meno rispettabile o farlocca, ancora tentano di dare senso a una vita altrimenti insensata.

Ma nell’ultimo libro di Permunian, è come se tutto trovasse definitiva acquiescenza in una terribile, definitiva verità: la gran parte degli scrittori vive un’esistenza da povero disgraziato che tanto più appare ai loro occhi tragica quanto più risulta comica all’esterno.
Permunian ha costeggiato in altri suoi libri il tema del fallimento, lo ha forse sentito sulla propria pelle, la sua vita di scrittore si è mossa ai margini della mondanità editoriale: ciò che però e per fortuna non gli ha impedito di guadagnare la stima di molti, compreso chi scrive.
Cosa resta della letteratura dunque quando di quel dispositivo di conoscenza impareggiabile pare non interessare più a molti e si trasforma nello spettacolo di redazioni malmostose in cui si aggirano filibustieri semianalfabeti, faccendieri della comunicazione, avventizi scrittorucoli colmi d’astio o, nel migliore dei casi, di sogni tanto banali quanto improbabili?
Resta di fallire meglio, avrebbe detto il noto Beckett riportato in esergo. Resta di fare del fallimento un’opera d’arte, di farne clamore, di renderlo così grottesco da meritare menzione e memoria in una ipotetica storia delle incredibili gesta di umani alla frutta marcia della disperazione – in qualche modo implicati nella vertiginosa, subdola menzogna dell’ambizione letteraria. Cui questa volta Permunian trova un centro di irradiazione e di collasso insieme ben preciso, al punto di poter leggere il suo libro anche come un romanzo, non lineare certo, a più voci, che però si muove da un nucleo preciso, totem nefasto di preghiere e assilli e delusioni: l’editore Bellas Lettras.
Fantasmatica ma micidiale, la suddetta impresa genera microfolle di ingenui scriventi ansiosi di pubblicare, e magari, chissà, di avviarsi a una futura gloriosa carriera. Un corteo di poveracci in cui non mancano altezzosi eruditi convinti di saperla lunga, o timide bestiole del sottobosco letterario che per pubblicare prendono in considerazione qualsiasi opzione, a partire dal resoconto di catastrofi personali d’ogni genere, miserie della propria vita sessuale comprese, utili magari a soddisfare la curiosità di un pubblico che in redazione immaginano non molto migliore.
A questa tormentata dabbenaggine, a questa schiavitù preterintezionale ma non troppo perché niente ai loro occhi è più importante di vedere nome e cognome stampato sulla copertina di un libro, talvolta uno qualunque purché sia, fa da contraltare la proterva stronzaggine della proprietà, azienda che circuisce e fabbrica “un chiassoso pollaio di pennuti nevrastenici e incontinenti” dai nomi buffi – altro tratto riscontrabile di Ravasio – contando sulla perizia truffaldina di un editor, scrittore disilluso, che sa come accalappiare gli stolti che sognavano catàbasi dantesche e invece al massimo possono sperare di non dover pubblicare a proprie spese.
Nel libro – che per concertazione e struttura segna un nuovo scatto nell’opera di Permunian – non ci sono solo boccaloni da parrocchia, ma anche attempati eruditi delusi da promesse mancate, sfiorati da un qualche successo, o redattori che saccheggiano lavori altrui, o pretenziosi esegeti con l’ambizione di tradurre grandi classici, rimbambiti pensionati capaci di trafugare tombe a caccia di vecchie liriche; e decine di altre figure improbabili (tranne, ahimè, per chi dispone di qualche contezza del mondo editoriale) che s’intrecciano per combinazioni assurde o paradossali.
Tutto vero, in un certo senso: Bellas Lettras, grottesco e iperboli a parte ma non troppo, non si discosta da certo paesaggio editorial-capitalistico oggidiano: zero regole e profitto selvaggio. Un tradimento in piena regola della letteratura, la fine forse di una grande illusione. Cui partecipa l’indotto delle scuole di scrittura, l’onnipresenza delle agenzie letterarie dei festival e delle manifestazioni in cui a scomparire è il testo, la sola cosa che dovrebbe davvero contare.
Epperò, se è vero che la macabra comicità del libro svela il suo cuore nero, bando alla tristezza: Anime farfuglianti nella notte è un’opera esilarante, anche in virtù di una scrittura in stato di grazia, altro che premio Strega (se non fosse per un altro libro di feroce acuzie comica: I convitati di pietra di Michele Mari).
Paturnie ricorrenti e mostri solitari sospesi fra il sacro e il ridicolo della (para)letteratura, sagome di ciclotimici petulanti, perfidie di omini velleitari, umorali rompipalle dall’esistenza parodistica etc: c’è tutto Permunian in questo libro che ha tutto per diventare un piccolo classico.
Michele Lupo
Francesco Permunian
Anime farfuglianti nella notte
Mezza centuria di microstorie sul fallimento come opera d’arte
Palingenia
Collana I bacari
2026, 288 pagine
29 €