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Voi siete qui: Biblioteca » “La chiamata. Storia di una donna argentina” di Leila Guerriero

22 Maggio 2026

“La chiamata. Storia di una donna argentina” di Leila Guerriero

La brutale dittatura militare, il terrorismo di Stato, la detenzione in settecento campi clandestini degli oppositori: questi sono gli elementi su cui Leila Guerriero riflette ne La chiamata (traduzione di Maria Nicola per Edizioni Sur, 2025).

È un’opera che appartiene al genere non-fiction. Un libro che non potrebbe essere scritto in modo diverso. Guerriero deve aver capito presto che romanzare in questo caso avrebbe fatto perdere forza e intensità alla storia e alla vita della donna. Così ha scelto di scrivere il libro in prima persona.

La giornalista Leila Guerriero lo ha composto, secondo l’autofiction di Carrère, in uno stile che permette un punto d’incontro tra dialogo, non-fiction, indagine, diario, inchiesta, giornalismo narrativo, romanzo-verità. In questo modo possono esistere non solo le riflessioni sulla relazione creatasi tra Silvia e la scrittrice, ma anche i suoi dubbi, le perplessità della stessa autrice.

L’intento della scrittrice è di ripercorrere le vicende, la complessità, la visione a più sfaccettature capace di assegnare una tridimensionale problematicità agli eventi. Questo perché a Guerriero non interessa solo la vita della donna, ma ricreare un clima di paura e di (apparente) indifferenza generale.

Come era possibile che un’intera popolazione accettava la narrazione della dittatura, delle torture, delle detenzioni illegali, dei prigionieri buttati in volo nel Rio de la Plata? Sta di fatto che molti colpevolmente non si opposero, equivocando come pace sociale una silente carneficina, dopo anni di tensione e disordini. Permettendo a Videla di perseguitare non solo chi era entrato in clandestinità e combatteva con ogni mezzo un potere ingiusto, ma anche studenti finiti in una manifestazione, parenti prossimi e lontani, sindacalisti e operai. Così da estirpare con ogni mezzo il possibile germe della ribellione e del comunismo, utilizzare la delazione attraverso il terrore e la tortura.

Silvia Labayru ha vent’anni, è una montonera, ed è incinta quando viene imprigionata. La sua detenzione fu molto diversa dalle altre donne rapite che trascorsero l’internamento alla ESMA: dopo aver partorito su un tavolo sua figlia che non divenne un dono per coppie vicine al regime, com’era uso in quegli anni, la bambina fu consegnata ai nonni.

Il trattamento riservato a Silvia Labayru fu diverso da tutti gli altri. Forse perché aveva una magnetica avvenenza, forse perché figlia di una famiglia militare, Silvia fu scelta per un percorso di ‘riabilitazione’. Ciò significava dimostrare di aver abiurato. Ma anche accompagnare i suoi stessi aguzzini a cene e ricevimenti, sotto mentite spoglie.

L’ufficiale Alfredo Astiz, spacciandola per sua sorella, riuscì a infiltrarsi in gruppi avversi al regime. A causa di quella missione, furono fatte sparire dodici persone, tra le quali due suore e alcune madri di Plaza de Mayo. Aveva scelta, Silvia? Poteva dire no? Fu anche ripetutamente oggetto di violenze sessuali da un altro dei militari che comandavano alla ESMA, Alberto González. Che avrebbe dovuto o potuto fare?

Una volta fuori dall’ESMA – perché dopo un anno e mezzo viene liberata a sorpresa e vive a lungo in Spagna – Silvia Labayru fu ostracizzata, marchiata d’infamia e messa all’indice da una grande parte dei suoi vecchi compagni; considerata complice del regime che loro avevano combattuto. Colpevole di essere sopravvissuta a quell’inferno, dal quale non si usciva vivi.

Silvia Labayru non rientrava nel profilo della vittima che i montoneros in esilio intendevano presentare al mondo. Anche perché non aderiva in pieno a quanto gli oppositori al regime consideravano. A un certo punto del libro Silvia Labayru dice: «o accetti la narrazione della libertà, della giustizia, della denuncia, dei compagni desaparecidos, del culto del morto, senza la minima riflessione su quello che sono stati quegli anni, oppure niente. Come se si dovesse per forza morire».

Nei dialoghi riportati la scrittrice argentina cerca di riprodurre il modo di parlare delle diverse persone intervistate. Silvia non parla come Alberto Lennie, e Alberto Lennie non parla come Hugo Dvoskin, né come Lydia Vieyra (conoscenti della donna che la Guerriero intervista). Questo perché alla scrittrice interessa l’oralità.

E questo è il mezzo che permette al dettame delle frasi di avere al suo interno una ‘musica’ del libro. Una forma del parlato della gente entra nel testo e suona insieme alla musicalità e al ritmo del testo stesso. Le parole sono la trascrizione di discorsi reali, per questo cariche di significato, e ‘raccolgono’ il colore del suo dolore, la sua stranezza o la violenza sociale di chi le ha usate.

Il libro di Guerrero, scritto e rimontato dopo mesi di incontri e colloqui con Silvia Labayru e molti altri protagonisti di quei tempi, lascia al lettore riflessioni e domande. Oltre a offrire prospettive inedite su quella parte di storia argentina.

Il romanzo è tre i libri dello Strega Europeo 2026.

Claudio Cherin

Leila Guerriero
La chiamata
Storia di una donna argentina
Traduzione di Maria Nicola
Sur
2025, 456 pagine
23 €

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