L’editore Crocetti ha da poco mandato in libreria – per la sua pregevole collana Mediterranea – Una strada senza nome di Kapka Kassabova, nella traduzione di Anna Lovisolo. “Romanzo”, nell’accezione à la Carrère per intenderci, che nella versione italiana ha per sottotitolo Infanzia e altre disavventure in Bulgaria, dove i palpeggiamenti sull’autobus subiti dall’autrice sono da considerarsi tra le esperienze meno traumatiche (sia detto, ovviamente, senza alcun intento assolutorio per la pratica e i praticanti).
Già l’abitudine di tirare la cordicella elastica con cui da bambini Kapka (a metà del libro scopriamo che il suo nome significa “goccia d’acqua”) e i suoi amici portavano al collo la chiave di casa per poi venirne colpiti in faccia dice qualcosa in più di quell’infanzia per le strade di Sofia.
L’autrice abitava con la famiglia nel condominio denominato Gioventù 3 nel blocco 328 che occupava metà della sua via, di cui peraltro nessuno conosceva il nome, ammesso che ne avesse uno (a questo fa riferimento il titolo), con la pensilina della fermata dell’autobus tappezzata degli annunci funebri – i necrologs – di chi era venuto a mancare nel quartiere, materia di lettura per i pendolari in paziente attesa.

La versione originale è uscita quasi vent’anni fa, nel 2008, quando la Kassabova aveva trentacinque anni, mentre la fotografia in copertina la ritrae bambina di pochi anni. Quelli di noi nati suppergiù attorno agli anni Settanta possono confrontare i propri ricordi con quelli dell’autrice e verificare quanto fosse diversa la nostra infanzia al di qua della Cortina di ferro che ci divideva dal blocco socialista (barriera peraltro bucata dalle canzoni italiane di Toto Cutugno e Celentano e dalle soap opera strappalacrime).
Per dare un’idea della povertà in cui vivevano Kapka racconta che la prima volta che vide le banane fu a nove anni, in occasione di una visita presso dei parenti in Macedonia: allora ebbe un assaggio della distanza tra quello che la circondava e il resto del mondo. E lì fa cenno al lago di Ocrida a cui poi dedicherà Il lago (2020, pubblicato in Italia da Crocetti due anni dopo).
Per quanto ridotte al minimo, non erano però azzerate le possibilità di viaggiare all’estero, tanto che due anni dopo andrà a Berlino Est, dove si sentirà – paradossalmente – felice: «Come la maggior parte della gente dalla nostra parte, avevo interiorizzato l’oppressione. Il Muro era già dentro di me, i mattoni e il cemento del mio io undicenne. Il Muro non era più un luogo, e neppure un simbolo. Era invece uno stato mentale collettivo, e c’è qualcosa di confortevole, di rassicurante, in tutto ciò che è collettivo. Persino in un carcere». La madre, invece, ebbe un crollo emotivo quando vide le toilette dell’università di Delft.
Memoir personale e reportage di un’epoca, Una strada senza nome mescola ricordi personalissimi come il sorriso “polisemantico” della madre, la propria malattia autoimmune, i rapporti con i parenti e gli amici, lutti e liti («classici e cemento: di questo era composta la nostra vita») a una galleria di personaggi più o meno pubblici e noti e alla rievocazione delle tappe che hanno fatto la storia della Bulgaria, fino all’esplosione del nazionalismo negli anni recenti (come dicevo, il libro è del 2008).

Il viaggio in Bulgaria è, soprattutto, un viaggio nel tempo: «Quanto mi sbagliavo sul fare semplicemente la turista, sul riprendere possesso di me. Quanto ingenua a non capire i meccanismi fondamentali del viaggio nel tempo. Perché il viaggio è proprio questo, in Bulgaria. Puoi consultare a piacimento la cartina più aggiornata, ma in un modo o nell’altro finisci sempre da qualche altra parte».
La vita ha poi portato Kapka prima in Inghilterra (dove scoprirà gli Smiths, ma anche il razzismo) e poi in Nuova Zelanda, per farla approdare in Scozia, dove vive da vent’anni. Nelle pagine del libro racconta di come si sentano lei e gli amici che hanno provato, anche solo temporaneamente, l’esperienza dell’espatrio: «[…] ho la sensazione che sia possibile, forse inevitabile, vivere tra due nazionalità. Anzi, più di due. È un po’ come indossare abiti diversi, tutti quanti della taglia sbagliata, tutti leggermente ridicoli, troppo larghi o troppo stretti. La taglia giusta non la fanno più, non è in produzione».
Il tempo passa e gli orizzonti – culturali e geografici – della Kassabova si ampliano. Il lettore che abbia già dimestichezza con le opere della scrittrice ritrova in queste pagine i semi delle storie che poi sbocceranno nella quadrilogia balcanica (tutta pubblicata da Crocetti, tranne Confine. Viaggio al termine dell’Europa, edito da ETS nel 2019): nonna Anastassia e il lago di Ocrida, il monastero di Rila, il monte Pirin… E intanto ha modo di approfondire la storia – le storie – di questa parte d’Europa, conoscere i «confini psicotici e cangianti» tra le sue varie realtà, i rispettivi nazionalismi (e revisionismi storici) e le infinite guerre che hanno provocato, senza contare i nemici esterni («ci hanno traumatizzati con un intero purgatorio di poesie e ballate sui turchi malvagi»).
Il libro è anche una guida al palinsesto di popoli e culture dei Balcani, un album di “famiglia allargata” che include Jane Sandanski – il Che Guevara dei Balcani – e Miss Stone, lo zar Simeone, il musicista Ivo Papazov, lo scrittore Elias Canetti e tante altre figure.
Nei reportage che lo compongono Kapka fa i conti con il proprio passato, come quando torna a Balčik, la località sul Mar Nero dove trascorreva le estati, e vi trova solo un cimitero dell’infanzia, ma non per colpa dell’immobiliarista inglese che ha comprato l’area: «È tutto il resto. La lugubre edilizia socialista, il cancro, l’erosione, e gli stupidi vecchi tempi che passano e se ne vanno. Non sarei proprio dovuta venire. Una volta adulta, Alice non deve tornare mai più nel Paese delle Meraviglie. Odio essere diventata grande».
Per nostra fortuna, diventando grande, si è dedicata alla scrittura.
Saul Stucchi
Kapka Kassabova
Una strada senza nome
Traduzione di Anna Lovisolo
Crocetti
Collana Mediterranea
2026, 368 pagine
22 €