Quello di ieri, 2 aprile, è stato un giovedì intenso in quello che rischia di essere un «annus horribilis in decade malefica». Ho trascorso il pomeriggio tra la Fondazione Luigi Rovati per visitare la piccola mostra Gli Etruschi e l’Olanda. A/R dei bronzi Corazzi di cui renderò conto nei prossimi giorni e la Galleria degli Artisti, giusto un salto per salutare le Gemelle Diverse – Stefania e Paola Garola e Donatella Gradassi – poco prima che disallestissero la loro esposizione temporanea Un viaggio tra colori e acqua.
A coronare la vigilia del Venerdì Santo è stato il concerto di Giovanni Lindo Ferretti Percuotendo. In cadenza al Teatro Dal Verme, in cui il cantante dei CCCP e CSI era accompagnato sul palcoscenico dal chitarrista Luca Alfonso Rossi e dal percussionista Simone Beneventi.

Appena entrato Ferretti ha accarezzato il teschio di un cavallo, totem che a metà del concerto ha poi preso in mano per annunciare – fuori microfono – l’imminente arrivo di un non precisato “biennio mongolo”. Come dice lui stesso, ciò che deve accadere, accade (e accada).
In poco meno di due ore e una quindicina di brani (tra cui Depressione caspica in arrangiamento reggae) intervallati a letture, Giovanni Lindo ha ripercorso le tappe della sua carriera, anzi, delle sue carriere, in una sorta di autobiografia più o meno romanzata (come tutte le autobiografie) che ha spaziato dal natio borgo di Cerreto alla sterminata steppa della Mongolia, passando ovviamente per Reggio Emilia, la provincia più filosovietica dell’impero americano, Berlino e Melpignano.
Ha rievocato i passaggi che hanno portato alla reunion dei CCCP (e a quella, orami prossima, dei CSI: io ho già preso il biglietto per la data di Villafranca), con i concerti nella ex capitale della DDR e quelli in giro per l’Italia.
Metaforicamente – ma neanche tanto – se l’è cantata e suonata, tenendo insieme in questo album dei ricordi personale che è anche collettivo (almeno per quelli di noi che hanno fatto un lungo tratto di strada insieme a Ferretti e Zamboni) Fatur – «già bronzo di Riace, ora Buddha di giada» e il fratello maggiore con cui andava a funghi, i compagni di avventure e i suoi cari sepolti sull’Appennino («memoria è cattedra dei morti»).

Davvero «tutto passa e tutto lascia traccia» (lo ricordavo scrivendo della mia visita al Museo Archeologico del Finale, l’anno scorso), anche se il nostro, quando arriva a parlare di intelligenza artificiale, mette le mani avanti e dichiara di non avere «nessuna indicazione da offrire». Ne prendiamo atto.
Se è vero che il Ferretti prosatore non regge il confronto con il Ferretti poeta, ieri sera le due metà dell’artista erano riunite in un concerto “non concerto” che ha fatto i conti col passato, non per prenderne le distanze o archiviarlo, ma per rendere grazie in piena consapevolezza di un percorso davvero straordinario. Lui ha ringraziato noi e noi lui, tributandogli una standing ovation. E meno male che all’intentissimo Te Deum seguito dall’unico bis di Annarella – altrettanto da brividi – non ha fatto da coda Spara Jurij: sarebbe stato impossibile pogare al Dal Verme.
Questa la scaletta dei brani (con beneficio d’inventario):
- Finistère
- A tratti
- Brace
- Trabocca
- Depressione caspica
- S’ostina
- Inquieto
- Cadevo
- Cronaca montana
- Intimisto
- Cavalli e cavalle
- Pons tremolans
- Contatto
- Neukolln
- Del mondo
- Te Deum
- Annarella
Saul Stucchi