Antenore ci è approdato; Tito Livio e Andrea Palladio ci sono nati; Berlinguer ci è morto, mentre un altro Enrico – il banchiere Scrovegni – ci ha fatto il migliore dei suoi affari, per alludere al titolo di un famoso libro di Chiara Frugoni.
Parlo ovviamente di Padova, che credevo di conoscere almeno per sommi capi. Fino a ieri, quando ho scoperto in una giornata che la mia conoscenza era molto più parziale di quanto pensassi. Per la prima volta ho visitato il piccolo Oratorio di San Michele, ho passeggiato lungo la Riviera Paleocapa, ho notato il cippo che in Piazza della Frutta commemora il segretario del PCI nel luogo dove ebbe il malore che lo portò alla morte, nel 1984.
E poi sono tornato in uno dei posti più belli della città, ovvero il Battistero di San Giovanni Battista, per ammirare gli affreschi realizzati da Giusto de’ Menabuoi su commissione di Fina Buzzaccarina, consorte di Francesco da Carrara il Vecchio che tenne la signoria della città per trent’anni, dal 1350 al 1380.
Nel Battistero c’erano anche le loro tombe, ma vennero distrutte dai Veneziani agli inizi del Quattrocento quando si impadronirono di Padova sconfiggendo gli odiati Carraresi (tanto per ricordare, se ce ne fosse bisogno, che il vandalismo non è fenomeno d’importazione).

Avevo ancora negli occhi la meraviglia di quella Bibbia dipinta – con scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, fino all’Apocalisse – e delle scene di quella raccontata nelle due parti, una ora a Londra, l’altra a Rovigo, in cui è diviso il manoscritto momentaneamente riunito nel contiguo Museo Diocesano per la mostra La Bibbia Istoriata Padovana (visitabile fino al 19 aprile: approfittatene!), quando sono uscito dall’hotel.
Attraversando la hall ho riconosciuto la musica diffusa dagli altoparlanti: la Suite N. 1 in Sol maggiore BWV 1007 di Johann Sebastian Bach, ma non so dire se nella interpretazione di Yo-Yo Ma come all’inizio dell’episodio n. 3 della terza stagione del Dr House. Mi è sembrato un segnale del destino: era la conferma che facevo bene a vincere la stanchezza per tornare in centro e insieme un omaggio al compositore nel giorno del suo compleanno: papà Bach compiva ieri 341 anni!
Con buon anticipo – per fortuna: la chiesa si è riempita in fretta! – sono arrivato a Santa Maria dei Servi, per chiamare con il nome con cui è più nota la Chiesa della Natività della Beata Vergine Maria, dove alle 20.30 era in programma un concerto per la Settimana Santa dell’Iris Ensemble, terza ricorrenza dell’iniziativa.
È stato il degno coronamento di una giornata culturalmente molto intensa. Sotto la direzione del Maestro Marina Malavasi, l’ensemble ha eseguito due cantate composte da Bach poco più di tre secoli fa, nel 1725:
- Ich hab in Gottes Herz und Sinn, BWV 92
- Was mein Gott will, das gscheh allzeit, BWV 111
Bravissimi, e applauditissimi, tutti: musicisti, coro e solisti: Anastasia De Bastiani soprano, Silvia Vavassori contralto, Alberto Allegrezza tenore e Alberto Spadarotto basso.

Le due cantate sono accomunate dal tema della fiducia in Dio, qualunque cosa succeda a chi crede in Lui. Mi ha colpito il doppio richiamo al profeta Giona, esempio di renitenza da parte dell’uomo e di infinita pazienza da parte del Signore (al Museo Diocesano avevo preso una cartoline del festival I colori del sacro, con un’illustrazione dell’artista spagnolo Ulises Wensell dedicata a Giona inghiottito dalla balena).
Se dovessi indicare quello che per me è stato il vertice del concerto, senza esitazione sceglierei l’aria della seconda cantata, quando contralto e tenore hanno incrociato le loro voci in un mirabile tappeto sonoro di violini, viola e basso continuo. La traduzione italiana di quella parte di testo recita:
Procedo dunque con passo sicuro
anche se Dio mi conduce alla tomba.
Dio ha scritto i miei giorni
e così, quando la sua mano mi toccherà,
farà svanire l’amarezza della morte.
Dopo aver ringraziato il pubblico per la calorosa accoglienza, il Maestro Malavasi ha annunciato che quest’anno l’ensemble era arrivato preparato. Ed ecco allora – ciliegina sulla torta di compleanno di Johann Sebastian – come graditissimo bis il corale finale della cantata BWV 147, Herz und Mund und Tat und Leben (a cui si è aggiunto anche l’oboista Gregorio Carraro).
Uscendo dalla chiesa quasi con le lacrime agli occhi per la gratitudine – non prima di aver ammirato il Crocifisso di Donatello – pensavo che il celebre aforisma di Emil Cioran regge anche nel suo ribaltamento: Se c’è qualcuno che deve tutto a Dio, quello è proprio Bach.
Saul Stucchi
Iris Ensemble
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