A chiudere il programma 2024 del ciclo Conversazioni d’arte curato dall’editore Johan & Levi in collaborazione con la Fondazione Luigi Rovati, ieri sera (11 dicembre, ndr) nell’auditorium del Museo si è tenuto un incontro dal titolo “L’insostenibile riproducibilità dell’arte. Dal museo delle opere scomparse alla perduta autenticità dell’artista”.
A dialogare tra loro erano lo storico dell’arte Fabio Vittucci in qualità di presentatore e Noah Charney come ospite, anch’egli storico dell’arte, nonché fondatore di ARCA, Association for Research into Crimes against Art, e autore di una ventina di libri, alcuni dei quali tradotti in italiano. Fanno parte del catalogo di Johan & Levi Il museo dell’arte perduta (2019) e L’arte del falso (2020).

Proprio dalla comparazione tra le copertine dell’edizione anglosassone per i tipi di Phaidon e quella italiana de Il museo dell’arte perduta ha preso avvio l’incontro. Vittucci ha segnalato l’interessante ribaltamento di prospettiva nella scelta compiuta dall’editore italiano che ha optato per l’immagine della volta dei Dottori della Chiesa della basilica superiore di San Francesco ad Assisi come appare dopo il terremoto del 1997, mentre l’edizione inglese ha in copertina un particolare degli affreschi che Tiziano aveva dipinto al Fondaco dei Tedeschi, ormai quasi illeggibili.
Tanti modi per sparire
Vittucci si è soffermato sull’ansia della perdita che prova la nostra contemporaneità, anche per la paura di non essere in grado di raggiungere la grandezza del passato. C’è poi il tema della riproducibilità dell’opera d’arte che sconfina – sottilissimo il confine – nel falso, tema dell’altro libro di Charney proposto dall’editore milanese (nonché della mostra Fake? allestita nel 2017 al Tel Aviv Museum of Art, recensita qui su ALIBI Online).

In un italiano perfetto l’autore americano (che vive da anni a Lubiana, in Slovenia) si è scusato del fatto che avrebbe parlato in inglese (a tradurre i suoi interventi è stato l’ottimo Luca Trentini). Sorridendo ha notato che fu una pessima idea quella dei committenti di far realizzare affreschi in una città sul mare come Venezia, dove il vento porta il sale che aggredisce le pitture.
Un capitolo del suo libro è dedicato alle opere perdute per disastri naturali, ma c’è anche il tema della perdita degli artisti. Per un periodo, per esempio, si è creduto che Giorgione fosse uno pseudonimo di Tiziano e non un pittore vero.
Vandalismo e iconoclastia
Per introdurre il capitolo sulla distruzione di opere d’arte da parte dell’uomo Vittucci ha mostrato delle immagini delle devastazioni causate dal bombardamento di Dresda e dei Buddha di Bamiyan prima e dopo l’esplosione provocata dai Talebani.
Charney si è soffermato sulla differenza tra vandalismo con i danni collaterali dovuti alle guerre e iconoclastia, quando l’intervento distruttivo è mirato in modo specifico contro opere specifiche.

A volte, ha osservato Vittucci, i danni li provoca in modo preterintenzionale chi agisce per mettere al riparo le opere, ammassandole in un luogo ritenuto sicuro. È successo con i documenti dell’Archivio di Stato di Napoli, centrato da una bomba incendiaria durante la Seconda guerra mondiale.
E poi ci sono le opere d’arte che in qualche modo vengono nascoste, da un collezionista o dall’artista stesso. Come esempi sono stati presi L’origine del mondo di Courbet che dal 1995 è esposta al Museo d’Orsay di Parigi, dopo aver vissuto varie vicissitudini di “coperture”, e il Ritratto di Don Ramón Satué di Goya, sotto il quale si cela un precedente ritratto di Giuseppe Bonaparte, re di Spagna messo sul trono dal fratello Napoleone.
Quando un’opera viene ridipinta il motivo può essere il costo del supporto oppure il cambiamento dei tempi – come il rovesciamento di un sovrano – che spinge l’artista a mutare il soggetto dell’opera per renderla adatta al nuovo corso.
Il Napoleone del crimine
Il momento più intrigante dell’incontro è stato il racconto delle vicende attorno al Ritratto di Georgiana, duchessa del Devonshire di Thomas Gainsborough (1787), uno dei case history più celebri della storia dei furti d’arte. Trafugata nel 1876 da una galleria londinese prima che il dipinto varcasse l’oceano per essere esposto negli Stati Uniti d’America.
Al ladro Adam Worth, definito il “Napoleone del crimine” – tanto che Conan Doyle si ispirò a lui per Moriarty, l’antagonista del suo detective – Charney dedica gustose pagine rievocate ieri sera. La donna ritratta era la “principessa Diana del XVIII secolo”; il fratello del ladro era a sua volta un ladro, ma di mezza tacca, più spesso in carcere che fuori; il detective William Pinkerton era il precursore di Sherlock Holmes… Che storia!

Charney ha voluto ricordare che ogni capitolo de Il museo dell’arte perduta si apre con un’opera d’arte perduta che è stata poi ritrovata. Non aveva intenzione, infatti, di deprimere il lettore, ma voleva anzi dare un messaggio di speranza. A volte però, ha osservato Vittucci alla fine dell’incontro, è lo stesso artista a prevedere la scomparsa della sua opera d’arte, facendo alcuni esempi.
Al momento delle domande del pubblico ho fatto presente la mia sorpresa per il fatto che in quasi due ore di chiacchierata sui temi della perdita e dei furti d’arte non fosse mai stato menzionato il caso clamoroso della pala d’altare dell’Agnello mistico di Gand dei fratelli Hubert e Jan van Eyck, l’opera d’arte più rubata della storia, argomento sul quale Charney ha scritto un libro che vi consiglio (come gli altri, sia chiaro): Stealing the Mystic Lamb. Chissà che Johan & Levi non decida di aggiungere questo titolo al suo ricco catalogo…
Saul Stucchi
- Noah Charney
Il museo dell’arte perduta
Traduzione di Irene Inserra e Marcella Mancini
Johan & Levi
Collana Saggi d’arte
2019, 296 pagine
30 € - Noah Charney
L’arte del falso
Traduzione di Irene Inserra e Marcella Mancini
Johan & Levi
Collana Saggi d’arte
2020, 293 pagine
30 €