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Voi siete qui: Biblioteca » L’uomo venuto dal futuro. La vita visionaria di von Neumann

19 Giugno 2024

L’uomo venuto dal futuro. La vita visionaria di von Neumann

Si vorrebbero bandire certi luoghi comuni: non sempre un grande fisico o un grande matematico sono uomini psichicamente terremotati, a disagio con le più banali incombenze quotidiane, a rischio di depressione – certo, in un numero cospicuo di casi, tutte queste difficoltà, come dire, aiutano la causa.

Parecchie figure di grandi scienziati commuovono persino per quanto appaiono imbranati, sprovvisti dei più elementari strumenti per condurre vite normali e costantemente alle prese con angosce e paturnie ostinate. Ma poi ci sono casi assai fuori norma – e ce lo aveva raccontato di recente il fortunato romanzo di Labatut, Maniac: uno di questi è John von Neumann, uomo di tutt’altra pasta, bon vivant, amante delle belle donne e delle lunghissime automobili americane.

Se diversi furono gli ambiti in cui eccelse al punto da cambiare la storia della scienza, nella vita extra-professionale non si fece mancare niente.

Ora Ananyo Bhattacharya, membro del London Institute for Mathematical Sciences, dedica a von Neumann una biografia, L’uomo venuto dal futuro – La vita visionaria di John von Neumann  (da Adelphi).

Ananyo Bhattacharya, L'uomo venuto dal futuro. La vita visionaria di John Von Neumann, Adelphi

Vi si parla dell’uomo e dello scienziato, ma soprattutto dell’orizzonte contestuale alle discipline in cui il fisico ungherese si trovò impegnato. Orizzonte che geograficamente vede proprio l’Ungheria giocare un ruolo da protagonista perché un gruppo cospicuo di connazionali del Nostro, per lo più ebrei (i “marziani”, li chiamavano), offrirono un notevole contributo agli sviluppi straordinari della scienza novecentesca (lo stesso von Neumann, tentando di spiegare il fatto, alludeva “alla coincidenza storica di alcuni fattori culturali” alla base di “un sentimento di estrema insicurezza negli individui di quella regione e la necessità di produrre cose fuori dal comune, essendo in gioco la propria estinzione”).

Uno di essi, Leo Szilard, sollecitò prima di altri il governo americano a impegnarsi nell’atomica, in quel progetto Manhattan che doveva anticipare le ricerche dei nazisti. Von Neumann sarebbe stato anche il più accanito sostenitore della tesi che la resa del Giappone benché compiuta nei fatti non fosse un motivo sufficiente per non gettare la bomba su Hiroshima.

In virtù proprio di una personalità incontinente e con gli anni sempre più declinata in un cinico entusiasmo, riuscì non solo a convincere le autorità militari a provocare l’inutile strage, ma si impegnò nel calcolo del massimo danno possibile e poi nell’ossessiva ricerca di un’approvazione al suo disinvolto proposito di buttare bombe preventive verso tutti i paesi cattivi del mondo.

Era nato a Budapest nel 1903 in un ambiente ricco e colto, non solo quello coevo della città ma segnatamente quello famigliare, ebrei dell’alta borghesia che lo fecero studiare da precettori privati ben presto a corto di argomenti grazie all’intelligenza fuori del comune del ragazzo (sì, pare la storia del Giacomino nazionale).

Si spostò presto in Germania, fra Berlino e Gottinga, centro nevralgico di studi pionieristici, conobbe il lavoro del matematico tedesco David Hilbert e si inserì, nemmeno ventenne, nella sofisticatissima vicenda della crisi della geometria euclidea, sorta di teatro sperimentale in cui attori di razza, dallo stesso Hilbert a Bertrand Russell a Kurt Gödel, recitarono una parte decisiva. La velocità, l’acutezza e la profondità insieme in cui partecipò alle ricerche e alle discussioni fu esemplare di quanto sarebbe accaduto dopo in ogni campo.

Perché è stranota – e non comune – la versatilità cui si applicò il suo genio, tale da fargli occupare un ruolo di primo piano in ambiti diversi, affrontati con una disinvoltura al limite della sprezzatura: giovanissimo prodigio matematico, accetta di seguire i corsi di chimica per accontentare il padre e studiare contemporaneamente matematica: in qualsiasi università o paese finisca, si dimostra il più brillante, sempre puntando l’obiettivo verso il cuore delle singole discipline: nella crisi dei fondamenti della matematica lui c’è, in quelle del calcolo idem, nelle avventurose e sconcertanti ricerche sulla meccanica quantistica allo stesso modo, dove entra per scompaginare e poi ricomporre insieme la partita fra Heisenberg e Schrödinger.

Oscilla dalla matematica alla fisica passando per le vie inesorabili della logica; fa quadrare i conti che restavano in sospeso fra le suggestioni più fascinose e le acute perplessità di Einstein (ancora cento anni dopo, mettere insieme la meccanica quantistica e la teoria della relatività appare come una delle sfide più interessanti).

Non siamo lontani dal futuro protagonista faustiano di quella che potremmo chiamare guerra dell’atomo, sia quella della materia in cui si muovono le particelle elementari che quella nera, ferale delle reazioni nucleari. L’ebreo von Neumann ha ormai dovuto lasciare la Germania hitleriana ed è approdato in America, a Princeton.

Von Neumann scavalla ambiti e discipline con incursioni che lasciano senza fiato osservatori, colleghi e avversari. Prima di mettersi al lavoro sulle basi dei moderni calcolatori, al perfezionamento del famigerato ENIAC, alla teoria dei giochi, alla teoria della mente etc, il Nostro sa come avvicinare anche i vertici militari, cui la postura ideologica assolutamente conservatrice e aggressiva non può dispiacere – fabbricatore di morte, per anni le colpevoli attitudini dell’uomo che avrebbe ispirato il dottor Stranamore di Kubrick ne oscurano il genio, ora di nuovo in auge per aver concepito da pioniere (malefico, si dirà) macchine pensanti, autonome dall’emozione, dalla morale e dalle imperfezioni umane.

Rubando il titolo di un bel film di Woody Allen si potrebbe dire che la vita di von Neumann sembrava incentrata su un motto semplice (e, nello specifico, pericoloso) – basta che funzioni.

Se il libro di Labatut raccontava più l’uomo “dietro le quinte”, nelle vicende famigliari, Bhattacharya approfondisce maggiormente le questioni scientifiche, tanto da farlo risultare alla fine una storia della scienza novecentesca attraverso l’esperienza di von Neumann. Da entrambi i libri non è difficile comprendere infatti come l’attività del genio ungherese sia alla base di alcune grandi questioni dell’umana storia attuale.

Michele Lupo

Ananyo Bhattacharya
L’uomo venuto dal futuro
La vita visionaria di John von Neumann

Traduzione di Luigi Civalleri
Adelphi
La collana dei casi
2024, 447 pagine, 47 immagini bn
30 €

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