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Voi siete qui: Biblioteca » Da Adelphi le “Emigrazioni oniriche” di Manganelli

31 Agosto 2023

Da Adelphi le “Emigrazioni oniriche” di Manganelli

L’ultimo libro “inventato” di Giorgio Manganelli, Emigrazioni oniriche (Adelphi) è curato da Andrea Cortellessa ed è lo stesso critico letterario a indurci a usare questa definizione trattandosi – com’è ormai prassi nella lunga serie di (non) libri manganelliani usciti negli ultimi anni – di una collezione di testi sull’arte, ripresi da articoli di giornale, pieghevoli, cataloghi di mostre a suo tempo raccolti dalla compagna Ebe Flamini.

Alcuni (quelli scritti per la rivista FMR) erano apparsi già in Salon, altri sono quasi del tutto inediti anche per i lettori appassionati del Manga. Il quale non era come sappiamo un critico d’arte; in questi casi si è soliti utilizzare la formula del dilettante di genio – che invece allo scrittore sta stretta pur non mancando né il genio né il diletto. Declinato però il secondo non tanto nella versione dell’amateur per caso finito fra musei e le gallerie ma in quella soggiogata dal primo termine al punto da attraversare, perforandola a piacere, la storia dell’arte con la disinvoltura di chi l’ecfrasi la intende e la pratica fuori dal dettato ordinario, quello tipico del professionista che descrive l’opera e la illustra agli avventori che vorrebbero conoscerne il punto e il come.

Giorgio Manganelli, Emigrazioni oniriche, Adelphi

Manganelli va da un’altra parte, né si dà scrupoli filologici (peraltro, avventurarsi in un discorso sul vero e sul falso trattandosi di Manganelli sarebbe suicida – “ma è davvero esistito uno come Van Gogh?”, arriva a chiedersi).

Più ancora di quanto accadesse con la musica (imperdibile Una profonda invidia per la musica, uscito qualche anno fa con L’Orma Editore), dove nonostante il prevedibile ma malizioso understatement, Manganelli esibiva conoscenze di “ascoltatore maniacale” magari oblique ma folgoranti, di fronte all’immagine e al manufatto artistico le sue letture non fanno che stupire. Tendono infatti a scivolare (giusto il titolo) verso una dimensione onirica in cui a volte – benché poi le conoscenze siano ben più solide e puntuali di quanto lo scrittore voglia far intendere – l’opera che ha davanti si metamorfizza nella vertigine della lingua virtuosisticamente addestrata a crearne un’altra (di opera): fantasmatica e psichedelica insieme.

Può accadere che lo straniamento slitti fino al punto che il lettore quasi dimentica l’oggetto di partenza, non perché l’interprete “vada fuori tema” ma per il febbrile e turbinoso talento di farne la matrice di suggestioni plurime. Il fatto è che Giorgio Manganelli, quest’uomo “assai competente in fatto di cose che non esistono” (autodefinizione), era dotato di particolarissime vibrisse che lo indirizzavano in luoghi mentali inimmaginabili per i più (lo ricordo, io giovanissimo neostudente alla facoltà, poi abbandonata, di filosofia, un pomeriggio di un altro secolo, in una piccola libreria romana, seduto e apparentemente perduto in una sua lunare fissità – lo sguardo forse rapito da un aleph in un punto inafferrabile del pavimento).

Manganelli si prova con tutto, dai grandi della storia dell’arte canonizzati come tali, ai suoi contemporanei, dall’arte quasi preistorica delle pietre ai vignettisti della pubblicistica novecentesca, dall’araldica alla fotografia. Che si soffermi su Pontormo o sulle mummie del Fayyum, sulle sedie Thonet o sul Biedermeir (nome onomatopeico quasi: “solido, lento, un po’ pingue, magari birroso, di gran dignità”) lo sguardo del Manga è eccentrico, obliquo, come nel caso dell’articolo Stirpe di pietra, sulle statue stele della Val di Magra: da quella osservazione della materia primordiale Manganelli congettura e ipotizza discese in regioni enigmatiche, prelinguistiche; si avventura in possibili esplorazioni di un momento sorgivo, di quando al sasso consegniamo una ammissibile significazione che lo sottragga agli inferi della natura ancora non nominata: e la decifrazione, più fantastica che filologica, di tali “macigni mimetici” non può che evocare segni divini, come demoni femminei (si veda la distinzione che istituiva con il “femminile” l’ahimè dimenticata Camille Paglia) che precedono una possibile umanizzazione della donna.

Si diceva, non mancano i grandi nelle perlustrazioni per musei (“Lager di squisitezze” lo scrittore definisce gli Uffizi fiorentini) o mostre temporanee. Su Michelangelo (“arduo, temerario, tormentato e incapace di astuzia, atto solo a costringere chi gli stava di fronte a piegarsi al suo genio”): i più agées ricorderanno che il Nostro non era convinto del restauro della Cappella Sistina, temeva la perdita di quell’”ombra dura del tempo” che ne aveva scortato la visione per secoli.

Amava piuttosto certa cupezza tenebrosa che ritrova in Caravaggio, “pittore intensamente teatrale di grandi gesti, urla, fragori di catastrofi”. Notevole la lettura dell’Estasi di Santa Teresa del Bernini che delinea un viaggio dentro un diorama danzante che vivifica il non detto, il non esplicito dell’opera, percorrendone vie inattese, nelle quali non solo la statua ma tutto pare in perpetua, agitata metamorfosi: mera invenzione teatrale. Parimenti piace a Manganelli chi sa giocare con le illusioni, moventi che mettono in moto l’immaginazione: Tiepolo, per esempio, per decenni trattato come un minore.

E poi c’è il Manganelli dei suoi contemporanei. Incantato dalla leggerezza vibratile, geometrica e ventosa insieme di Fausto Melotti, o, all’opposto, dalla materia ctonia, scatologica di Carol Rama, artista legata a una poetica degli scarti, dei corpi mutilati, del sottosuolo, che finalmente viene sottratta alla sottovalutazione che aveva subito per troppo tempo, o ancora, dall’arte dell’amico Gastone Novelli, illustratore della sua Hilarotragoedia.

Non a caso Manganelli mostrava una certa inclinazione per l’arte di Fontana – in maniera diversa e secondaria -, visto che all’opera si sostituisce un qualche discorso sull’opera (ma in fondo nei Tagli non accade una cosa analoga?): l’oltranza è una legittima chiave di lettura (lo si potrebbe definire un Manganelli decostruttivista se non fosse che le etichette andrebbero riservate alla confezioni di generi alimentari – ai collezionisti ricordiamo che forse è possibile recuperare da qualche parte una elegantissima edizione del testo manganelliano L’ironia teologica di Fontana di Multhipla Edizioni, 1978, con i disegni in bianco e nero dell’artista).

Esempio in corpore vili della dismisura della vera arte, l’esercizio ermeneutico di Manganelli dunque va ben oltre la descrizione; sulla via del Platone mutuato da Edgar Wind anche per Manganelli l’arte è “esperienza selvatica, demonica, anarchica”, e le sue letture ne danno conto al massimo grado se è vero che, ancora con il Wind di Arte e Anarchia (con cui si apre il volume), “l’importanza di una data interpretazione sta nell’intensificare la nostra percezione dell’oggetto, e in questo modo accrescere il nostro piacere estetico”.

Come fa Manganelli, quasi sempre.

Michele Lupo

Giorgio Manganelli
Emigrazioni oniriche
A cura di Andrea Cortellessa
Adelphi
Collana Biblioteca Adelphi
2023, 348 pagine
24 €

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