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Voi siete qui: Biblioteca » “Anatomia del ritorno” di Paolo Ciampi: una recensione

8 Febbraio 2022

“Anatomia del ritorno” di Paolo Ciampi: una recensione

“Dovunque io viaggi la Grecia mi ferisce” recita il verso iniziale di una celebre poesia del premio Nobel Ghiorgos Seferis, nella recente, accorta versione di Maria Caracausi (Aiora Libri). D’altronde, il prototipo letterario del viaggio è uno dei pilastri della grecità: l’Odissea di Omero.

Ma l’Odissea è anche il punto di partenza della densa riflessione-narrazione di Paolo Ciampi “Anatomia del ritorno” (Italo Svevo editore), testo che esordisce proprio con un soggiorno dell’autore a Itaca, sulle orme di Ulisse. E, per aggiungere un ulteriore tassello al convergere di circostanze, io stesso ho percorso (e minuziosamente segnato) il libro appena tornato a casa dal mio ritorno a Chanià, Creta: cittadina che, per parafrasare Quasimodo, mi si era chinata in cuore quando l’avevo scoperta, nel 2019. Perché – ci pensino i lettori – il ritorno può compiersi in varie direzioni: torniamo a casa dopo un viaggio (condizione indispensabile per meditarlo, scriverlo e, così, riviverlo nei dettagli) ma, allo stesso modo, torniamo in un luogo assai diverso dalla nostra quotidianità, il cui incanto ci aveva però catturati (e raffrontiamo, a ogni passo, la realtà col ricordo).

Paolo Ciampi, Anatomia del ritorno, Italo Svevo Edizioni

Già dover usare il tagliacarte per aprire questo prezioso volumetto, come fa Anna Karenina sul treno fra Mosca e San Pietroburgo, rappresenta, di per sé, un viaggio – nello spazio e nel Tempo.

Duplice nostalgia

Lungo il suo itinerario fisico e mentale, Ciampi si rapporta con molti altri autori, antichi e contemporanei, occidentali e orientali: dall’Epopea di Gilgameš ai libri di Ryszard Kapuściński e Paolo Rumiz, dagli statunitensi Steinbeck e Kerouac al giapponese Matsuo Bashō.

Un altro concetto fondamentale investigato in queste pagine è quello di nostalgia. Parola di calco greco ma di conio moderno, e pertanto ignota ai Greci di allora. Parola che abbina l’idea di dolore e quella di ritorno. E infatti, come avviene per il duplice senso di marcia del ritorno, si può avere nostalgia di casa mentre si è lontani, e nostalgia di luoghi e atmosfere remoti mentre si è a casa.

Mi affiora alla memoria un personaggio minore di Cent’anni di solitudine: il calzolaio catalano che, da emigrato in Colombia, rimpiangeva il paesaggio mediterraneo della sua regione di origine, e una volta rientrato in Patria si è trovato a rimpiangere la lenta luce del Tropico. D’altronde, non si torna mai del tutto: un po’ di noi – del nostro pensiero, perlomeno – rimane nel luogo che fisicamente abbiamo lasciato. E che dire dei viaggi compiuti con i figli, esperienze di grandissima intensità emotiva che purtroppo – ora che ce li ritroviamo cresciuti – temiamo di non poter ripetere, e che pertanto ci destano anch’essi una nostalgia acuta, pungente?

Eterno mutare

Leggiamo, poi, della partenza come divisione, come separazione. Come morte di una porzione del nostro essere, se vogliamo. “Partire è un po’ morire”, recita un abusato detto francese, cui Vladimir Nabokov aggiunse – nel suo corpulento Ada o ardore – una coda sarcastica: “ma morire è partire un po’ troppo”. Però, bisogna effettivamente ammetterlo (l’idea era già in Eraclito): chi torna non è più la stessa persona che se ne era andata, modificata com’è dalle esperienze trascorse.

E si deve prendere atto che anche i posti subiscono mutamenti: strutture all’epoca accessibili sono chiuse, edifici in abbandono sono stati nel frattempo recuperati, la pavimentazione stradale la notiamo rifatta, i negozi differenti… Questo sfasamento di immagini vale per il ritorno a casa dell’esule (mi viene in mente la scrittrice Nina Berberova, pietroburghese come Nabokov, che nel 1989 – dopo 67 anni di assenza! – ha potuto rivedere la propria città, abbandonata nel 1922…), ma anche per il viaggiatore che ritrova, finalmente, un luogo a lungo rimpianto.

Parte del viaggio sono anche gli esseri umani (e gli animali, perché no, magari i gatti…): sia quelli incontrati nell’itinerario percorso, sia gli amici con cui ci rivediamo a casa, ai quali “facciamo rapporto” raccontando le memorie accumulate – come Ulisse giunto nella reggia dei Feaci.

Lo stile di Ciampi

Una volta avevo visto tracciata, su una parete di Aveiro, in Portogallo, questa frase, attribuita a Saint Exupéry: “Quelli che passano da noi, non se ne vanno soli, non ci lasciano soli, lasciano un poco di sé, si portano via un poco di noi”. Così avviene in ogni rapporto intercorso, per quanto fugace possa essere stato il contatto: noi abbiamo inciso nelle sinapsi neuronali delle altre persone la nostra immagine, e rechiamo la loro nella nostra mente.

Tutta questa marea di riflessioni e sensazioni e rimembranze (e molte altre ancora, ma non posso trascriverle tutte…) ha suscitato in me il piccolo grande libro di Paolo Ciampi. Ecco perché mi sento di raccomandarlo calorosamente.

Ma non posso tacere della qualità di scrittura, dello stile chiaro e preciso, delle parole sempre acconce. Delle immagini di laconica, folgorante bellezza (ne cito alcune, praticamente a memoria): “La luna è una pennellata di luce”; “In cielo una nuvoletta, una sola, magnificamente immobile”; “Nostalgia come il mare. Non onda alta, rabbiosa, ma onda leggera che mi lambisce”; “Una vela all’orizzonte, ala di gabbiano”; “L’ultimo ciclamino, rosa pallido quale a volte è la malinconia”.

Coraggio, lettori, fatevi avanti!

Marco Grassano

Paolo Ciampi
Anatomia del ritorno
Italo Svevo Edizioni
Collana Biblioteca di Letteratura Inutile
2021, 128 pagine
15€

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