Quando, nel 1976, Ugo Fantozzi manifestò spassionatamente la sua opinione al termine della proiezione de La corazzata Kotiomkin, proiezione organizzata da Guidobaldo Maria Riccardelli al quale aveva coartamente invitato tutti i dipendenti della Megaditta, ricevette novantadue minuti di applausi.
Credo che se, al termine della proiezione di House of Gucci, mi fossi espresso negli stessi termini, avrei ricevuto dalla platea del cinema Arcobaleno di Milano un’ovazione dal minutaggio raddoppiato.

Domande
La visione del film, diretto da Ridley Scott, ha suscitato in me una serie di domande.
La prima: come è possibile riunire un cast stellare (Al Pacino, Jeremy Irons, Salma Hayek, Jared Letho, Adam Driver e Lady Gaga), farlo dirigere a un mostro sacro di Hollywood, già apprezzato per Alien, Blade runner, Thelma & Louise, ma anche per Il gladiatore e Le crociate, utilizzando oltretutto un budget faraonico, e ottenere una brutta copia di Yuppies dei fratelli Vanzina?
La seconda: come è possibile che, nonostante viaggiare a cavallo dell’Oceano Atlantico sia diventato sufficientemente semplice, gli sceneggiatori americani abbiano ancora una visione degli europei piena di stereotipi e di facili luoghi comuni?
La terza: avevano davvero bisogno, Pacino, Irons, la Hayek, e Scott, di prendere parte a questo obbrobrio, dopo averne letto la sceneggiatura?
House of Gucci vuole ricostruire le vicende del rampollo Maurizio e dell’ambiziosa moglie Patrizia Reggiani, dalla loro gioventù fino al drammatico epilogo di via Palestro al numero 20, dove l’imprenditore fu assassinato per mano di un sicario. Vicende narrate in modo oleografico, con profluvio di retoriche cartoline di Milano, delle piste innevate di Sankt Moritz, della campagna toscana; con abbondanza di sottolineature musicali grazie a brani iconici degli anni Ottanta, dovizia che mi ha appunto portato alla mente Vacanze di Natale e Yuppies.
Non che Scott non riesca così a centrare l’atmosfera scriteriata di quegli anni dove il lusso e gli eccessi erano all’ordine del giorno, dove l’ambizione sfrenata era una leva importante per illudersi che la mobilità sociale fosse un valore raggiungibile. Però, viene istintivo affermare: Sotto il vestito niente.
Infatti, il risultato è caricaturale, involontariamente comico. Tutto è eccessivo: dalla esposizione degli sfarzi, all’imbarazzante luogo comune proprio di Hollywood che accosta gli italiani a Pavarotti e alla Traviata; fino alla recitazione macchiettistica (compreso il mio amato Pacino, costretto nei goffi panni di Aldo Gucci, per non parlare di Jared Letho che fa l’involontaria parodia di Paolo, lo scemo di famiglia contrapposto al raffinato e spregiudicato Maurizio).
Un’occasione persa
Stefani Germanotta, meglio nota come Lady Gaga, si muove davanti alla macchina da presa con una gestualità plateale, cercando di rendere la poca attitudine della Reggiani a stare nell’alta società: partita bene, con una recitazione fresca, diventa via via più sguaiata quando deve rappresentare la rozza determinazione di una donna accecata dall’ambizione.
E qui sta la grande occasione persa da Ridley Scott. Il personaggio della ragazza di umili origini, assurta al ruolo di first lady della casa di moda milanese, andava esploso con più attenzione, rendendola il perno del film, fino a trasformarla in una moderna Lady Macbeth. Invece il regista inglese si limita a narrare impassibilmente la macabra vicenda, senza emettere un giudizio sulla donna, senza provare a capire se Patrizia avesse già questo disegno dal giorno in cui incontrò Gucci, o se vivere in quell’ambiente dorato l’abbia trasformata in un’ambiziosa e vorace mantide incapace di porsi dei limiti.
Avrebbe per certi versi potuto diventare un film se non politico, almeno sociologico. Non si rinviene traccia, invece, di analisi psicologica né sulla Reggiani, né su Maurizio che da timido e imbranato diventa improvvisamente spietato, un vero squalo. Così, per restare alla tragedia Shakesperiana, gli attori si agitano su una scena piena di strepito e furore, senza significato alcuno.
E l’unica interpretazione verace, peraltro sconcertante, dei fatti arriva a macchina da presa spenta, dalla voce di Lady Gaga che definisce Patrizia Reggiani “una donna che aveva il diritto di essere felice”.
La fine è nota, direbbe il Bardo. Peccato.
Simone Cozzi
House of Gucci
- Regia: Ridley Scott
- Soggetto: dal libro omonimo di Sara Gay Forden
- Soggetto di Becky Johnston
- Sceneggiatura: Becky Johnston, Roberto Bentivegna
- Interpreti: Lady Gaga, Adam Driver, Al Pacino, Jared Leto, Jeremy Irons, Jack Huston, Salma Hayek