“L’ALIBI della domenica” è dedicato questa settimana a “I promessi sposi”.
Sarà l’età, saranno le contingenze, fatto sta che la terza lettura de “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, dopo le due ai tempi dell’università (quelle parziali negli anni precedenti nemmeno le considero), mi sta segnando.
Probabilmente ne sono responsabili entrambi i fattori summenzionati, a cui però devo aggiungere l’opera di Leonardo Sciascia. Lo scrittore siciliano è l’autore italiano che più di tutti ha contribuito a forgiare il mio approccio alla letteratura e a raffinare il mio modo di pensare. «L’italiano non è l’italiano: è il ragionare». Le parole del professor Franzò di “Una storia semplice”, l’ultimo libro di Sciascia, arrivato nelle librerie il giorno della sua morte, mi tornano spesso in mente, recitate da un magistrale Gian Maria Volonté.
Dunque la terza rilettura de “I promessi sposi”, intrapresa al ritmo di dieci pagine al giorno all’inizio dell’estate, sta avvenendo sotto il segno di Sciascia. Con un duplice effetto: leggo Manzoni con la lente di Sciascia e insieme leggo Sciascia con la lente di Manzoni.
Storia della Colonna Infame
Ma questa volta ci sono anche le illustrazioni di Francesco Gonin che Manzoni aveva fortemente voluto per l’edizione del 1840 (la “Quarantana”) e che nelle mie precedenti letture mai comparivano e ancora la “Storia della Colonna Infame”, anch’essa “espunta” dalle edizioni sulle quali leggevo il romanzo. Sono altri due elementi – fondamentali, lo capisco soltanto oggi – che cambiano completamente la lettura.

Da un paio di giorni mi sono addentrato nella “Storia della Colonna Infame”, di cui a metà luglio ho visto una riduzione drammaturgica al Teatro Fontana di Milano di e con Stefano Braschi e Nicolò Valandro.
All’inizio dell’estate ho dedicato un editoriale proprio al capolavoro di Manzoni: “La scuola è finita. Iniziano i Promessi sposi“. Vi menzionavo lo scritto di Sciascia “Goethe e Manzoni” pubblicato in “Cruciverba”. Lo segue “Storia della Colonna Infame”. Sono quindici pagine (nell’edizione della Biblioteca Adelphi) da leggere con attenzione.
La peste manzoniana
Ma dicevo anche delle contingenze. La pandemia che stiamo vivendo – e di cui molti, troppi!, stanno morendo – presenta numerose somiglianze con la peste del 1630, la “peste manzoniana”, appunto. Chissà se tra due secoli ci sarà uno scrittore capace di descrivere la diffusione, gli effetti, le vittime e gli “eroi” del Covid-19. A ben guardare, però, non ce ne sarà bisogno. Sarà sufficiente sostituire qualche nome perché le pagine di Manzoni siano aggiornate al 2020-2021. Ma già così sono perfette.
Vi invito a leggere i capitoli dedicati alla peste, dal XXXI al XXXVI (almeno). Vi sorprenderete nel ritrovarvi, simili se non identici a quelli attuali, errori di valutazione, preoccupazioni e paure, atti di eccezionale carità mescolati a meschinità infami, lentezza nel prendere le disposizioni del caso e agilità nell’aggirarle… Antesignani dei DPCM di oggi erano gli editti di allora, imperfetti e incapaci di bloccare la diffusione del contagio “per la trascuranza nell’eseguirli, e per la destrezza nell’eluderli” (Cap. XXXI, pagina 591).
E poche righe dopo:
Gli avvisi di questi accidenti, quando pur pervenivano alla Sanità, ci pervenivano tardi per lo più e incerti. Il terrore della contumacia e del lazzeretto aguzzava tutti gl’ingegni: non si denunziavan gli ammalati, si corrompevano i becchini e i loro soprintendenti; da subalterni del tribunale stesso, deputati da esso a visitare i cadaveri, s’ebbero, con danari, falsi attestati”.
Falsi attestati: nulla di nuovo sotto il sole! E poi l’odio verso chi tentava di stornare quell’orribile flagello, in primis i medici Alessandro Tadino e Senatore Settala, figlio del protofisico Lodovico. Odio acceso “a tal segno, che ormai non potevano attraversar le piazze senza essere assaliti da parolacce, quando non eran sassi”.
Di quell’odio ne toccava una parte anche agli altri medici che, convinti come loro, della realtà del contagio, suggerivano precauzioni, cercavano di comunicare a tutti la loro dolorosa certezza. I più discreti li tacciavano di credulità e d’ostinazione: per tutti gli altri, era manifesta impostura, cabala ordita per far bottega sul pubblico spavento”.
Big Pharma versione XVII secolo.
Il lazzaretto di Milano
Un paio di giorni fa, camminando per il centro di Milano, in zona Porta Venezia, mi sono imbattuto in via “Lodovico Settala”. Chissà quante volte ci sono passato prima, ma non ci avevo mai fatto caso. Soltanto nel corso di questa terza rilettura ho capito dove sorgesse il lazzaretto di Milano: proprio nell’area in cui stavo passeggiando.
E mi ha fatto sorridere e riflettere il gesto dell’edicolante che ha preso con un aggeggio di plastica simile a un cucchiaio le monete con cui una signora ha pagato il quotidiano. Mi è subito venuta in mente la scena di Renzo che, tornando verso Milano, acquista del pane a Monza (Cap. XXX, pagina 647):
Passando per Monza, davanti a una bottega aperta, dove c’era de’ pani in mostra, ne chiese due, per non rimanere sprovvisto, in ogni caso. Il fornaio, gl’intimò di non entrare, e gli porse sur una piccola pala una scodelletta, con dentro acqua e aceto, dicendogli che buttasse lì i danari; e fatto questo, con certe molle, gli porse, l’uno dopo l’altro, i due pani, che Renzo si mise uno per tasca”.
Don Ferrante No Vax
Ma forse le pagine più illuminanti sono quelle che Manzoni dedica alla morte di don Ferrante, rifacendosi all’espediente del manoscritto dell’Anonimo (Cap. XXXVII, pagina 724):
Dice adunque che, al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de’ più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all’ultimo, quell’opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione”.

Per chiudere, due pagine dopo, così: “His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle”.
Io, invece, concluderò con un verso del “Libro di Ipazia” di Mario Luzi: “La molto allusiva equivalenza dei tempi”.
Saul Stucchi
Didascalia:
Francesco Gonin
Don Ferrante
Da “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, ed. 1840