Per affrontare il tema delle serie crime italiane, occorre partire citando un brano di Leonardo Sciascia, caro al direttore di ALIBI Online.
Sciascia, ne “Il metodo di Maigret” (Adelphi) individua due ragioni per cui non esiste il romanzo giallo italiano. L’autore siciliano afferma: “Il romanzo poliziesco presuppone una metafisica: l’esistenza di Dio, della Grazia […] Illuminante. Il detective è il portatore della Grazia. […] Ma in un paese cattolico come è cattolica l’Italia, la Grazia Illuminante non è di casa. Al di là della nomenclatura cattolica, il crederci troppo – se non addirittura il non crederci – è un entrare nella sconvenienza […] e nell’eresia.” Inoltre, “in questo Paese regna l’assenza di ordine”. La parola Ordine, per Sciascia, che a sua volta si rifà a Borges, evoca il disordine più profondo, ossia il Fascismo.

Sulla base di questa pesantissima premessa, mi piace pensare che proprio in virtù delle ragioni elencate da Sciascia, le serie crime italiane che, a loro volta si ispirano ad autori italiani, sono una pregevolissima anomalia.
Montalbano e Rocco Schiavone
Non mi addentrerò in un pedissequo excursus di tutta la produzione di genere, limitandomi a concentrare la mia attenzione su pochi titoli (accantonando il già abbondantemente citato Maigret, con Gino Cervi nella parte dell’investigatore di stanza al Quai des Orfèvres).
Sugli scudi, ovviamente, “Il commissario Montalbano” tratto dai romanzi di Andrea Camilleri e “Rocco Schiavone”, ispirato al lavoro di Antonio Manzini, ma anche “I bastardi di Pizzofalcone” dal lavoro di Maurizio De Giovanni.

Un filo rosso parte da “Il Metodo di Maigret” per arrivare a queste tre serie. L’assenza di grazia illuminante, prima di tutto. Né Salvo Montalbano, né Rocco Schiavone, tantomeno l’ispettore Lo Jacono sono guidati dalla ferrea logica deduttiva che rende onniscienti gli illuminati Holmes e Poirot; non sono geometri intransigenti del delitto, non giungono alla soluzione dell’enigma mediante precise valutazioni che li avvicinano alla divinità.
Non sono nemmeno gli eroi senza macchia né paura come invece il Jack McCoy di “Law and Order”. I personaggi italiani sono drammaticamente umani, approssimativi, fatti di carne e di sangue: seguendoli nelle loro vicende si coglie il pulsare del loro cuore prima ancora che lo scintillare delle loro sinapsi.
Il poliziotto siciliano è un furbacchione donnaiolo e irriverente; che riesce ad avere un rapporto di rispetto dei ruoli (senza che ciò diventi contiguità) con il mafioso Balduccio Sinagra. A sua volta, il vice questore romano trasferito suo malgrado ad Aosta, si porta dietro un tessuto di cicatrici emotive che lo avvicinano alla schizofrenia, e cammina in pericoloso equilibrio fra legalità e illegalità, fra sogno e realtà. Lo Jacono è stato trasferito dalla Sicilia a Napoli per delle dichiarazioni di un pentito di mafia che lo coinvolgono in modo sospetto, e solo durante lo svolgimento della serie si chiarirà la sua posizione.
E qui emerge il disordine evocato da Sciascia.
Individualisti e indisciplinati: Italiani
I protagonisti sono riluttanti a rispettare gerarchie e ordini; spesso infrangono le leggi. Schiavone addirittura fuma della cannabis in ufficio, è amico di pregiudicati, ruba ai delinquenti, uccide per vendetta, passa da una donna all’altra nella speranza di rimuovere il fantasma di Marina, la moglie assassinata. Montalbano, ne “La forma dell’acqua” rinuncia addirittura alla cattura di un omicida perché è convinto che, tutto sommato, il suo gesto sia giustificato. Lo Jacono cerca di farsi giustizia da solo, senza attendere l’esito delle indagini che lo coinvolgono.
Questa loro sensibilità travagliata li rende soli. Come soli sono Holmes e Poirot. Questo distacco dalle relazioni umane è l’unico sprazzo di divino individuabile nei loro caratteri. Perché Dio è sempre solo. Tant’è vero che Livia, sempre ne “La forma dell’acqua” accusa Montalbano di essersi elevato al ruolo di Dio minore.

L’umanità di questi personaggi è la nostra di Italiani. Scanzonati, vulcanici e indisciplinati, emotivi e teatrali, non privi di talento, riluttanti alle regole; di più: portati a farsi le leggi da sé. Individualisti, per giunta: sia Montalbano che Schiavone usano i collaboratori, perfino i vice, alla stregua di confidenti, ma giocano la partita in solitaria. Questo non perché non li ritengano validi, ma perché sono totalmente incapaci di lavorare in gruppo.
Non sono forse l’archetipo dell’Italiano? Perché non amarlo, una volta per tutte, invece di inseguire modelli che non ci appartengono?
Un pizzico di commedia
Supportate da un cast quasi sempre di qualità, da una regia brillante, e ambientate in località suggestive (la Sicilia iconica, le cime innevate e le rovine romane della Valle d’Aosta, e una Napoli abbacinante per fascino e bellezza), inevitabilmente le serie televisive italiane seguono le vicende umane prima ancora che le indagini poliziesche.
Ma, attenzione: questo non è un limite. Al contrario, è un marchio come il Made in Italy. La densità umana di Montalbano e Schiavone, unica nel genere, suscita empatia nello spettatore e rende incomparabili queste serie ad altre più impersonali di cui ho parlato in precedenti articoli.
Così le indagini poliziesche si mescolano alle vicende umane e familiari, commuovendo e facendo sorridere, grazie anche alla presenza di personaggi comici come Catarella e D’Intino. Come direbbe Flaiano, cantore dell’italianità, la situazione è grave ma non [necessariamente] seria.
C’è una ragione ulteriore: l’eredità della Commedia all’italiana, che impronta della propria grazia ogni forma espressiva della cinematografia nazionale. Per cui, dalla combinazione di tre ingredienti come quelli elencati, è nata una varietà di prodotti a metà strada fra la commedia e il giallo: “L’ispettore Coliandro”, “Il maresciallo Rocca”, “Linda e il brigadiere”, queste ultime due sorrette dalla presenza di due mostri sacri come Gigi Proietti e Nino Manfredi.
In questo modo, lo spettatore italiano può specchiarsi, divertendosi, e ritrova se stesso a metà strada fra il delinquente e l’uomo di legge.
Simone Cozzi