Da scrittore di romanzi gialli, sono sempre curioso di confrontarmi con chi, in questo campo, è riuscito a portare alla popolarità le proprie opere. Un po’ per imparare dai migliori, un po’ per misurarmi. E soprattutto perché sono estremamente appassionato al genere.
Stilare una lista dei grandi autori di gialli e noir sarebbe attività ridondante e allo stesso tempo lacunosa. Mi limiterò, simbolicamente, a citarne alcuni, come omaggio a coloro la cui lettura mi ha incoraggiato a scrivere: Arthur Conan Doyle, Georges Simenon, Friedrich Dürrenmatt, Manuel Vázquez Montalbán, Andrea Camilleri, Giorgio Scerbanenco, e James Ellroy. E già mentre elenco questi autori mi accorgo che per alcuni è claustrofobico catalogarli in un genere.

Nell’epoca contemporanea, il fiorire di piattaforme televisive e di canali tematici ha dato la stura a un fluire incontrollato di serie poliziesche di ogni nazionalità, non tutte a mio parere meritevoli di essere seguite. Non è, fra l’altro, una novità che il grande e il piccolo schermo abbiano da sempre attratto gli scrittori di polizieschi, se è vero che (per fare semplice un esempio) il giovane Andrea Camilleri si guadagnava da vivere in RAI come sceneggiatore dei romanzi di Georges Simenon per la versione italiana di “Maigret”, quella con l’indimenticabile Gino Cervi. Ancora di più, Mark Frost, è più popolare come sceneggiatore del controverso e, a mio parere, insuperato “Twin Peaks” (uno dei noir per eccellenza), che non come autore di romanzi polizieschi.
Elencare tutti i titoli sarebbe, anche in questo caso, uno sterile esercizio tassonomico. Mi limiterò a citare quelle serie che, in un modo o nell’altro hanno attirato la mia attenzione e che, mia modesta opinione, hanno lasciato un’impronta nel genere (nel bene o nel male), rimandando a un successivo articolo l’analisi delle produzioni italiane.
La parte del leone, ovviamente, la fanno le produzioni americane, mediamente di un altro pianeta sia come sceneggiatura, sia come dispiego di mezzi.
Law&Order & Co.
Partiamo con la quasi sempre ottima e ultradecennale “Law&Order” e i suoi vari spin off (“Law&Order SVU”, “Law&Order – Il Verdetto”, “Law&Order – Criminal intent”): questa serie tentacolare ha visto passare nei ruoli principali attori di rilievo come Sam Waterston e Dianne Wiest (che avevano già lavorato insieme con Woody Allen), Vincent D’Onofrio, Mary Elizabeth Mastrantonio, Jeff Goldblum, Sharon Stone, e molti altri che hanno assaporato pienamente i fasti di Hollywood.

È un’evoluzione migliorativa dei Legal thriller alla “Perry Mason”, senza retorica e con un’intelaiatura molto valida. Sullo sfondo di una New York tutt’altro che iconica, ogni puntata è riconoscibile per taglio e stile, rifacendosi ai polizieschi degli anni Settanta, con investigatori cinici che sembrano usciti dai romanzi di Raymond Chandler, e avvocati integerrimi.
Jack McCoy è l’archetipo dell’incorruttibile procuratore, un eroe dall’etica ferrea con la carta dei Padri Fondatori al posto della Beretta. I buoni non sempre vincono e, nello svolgersi delle fasi processuali, lo spettatore ha modo di riflettere e ridefinire le proprie certezze; non sempre, infatti, è facile (come invece in altri format) stabilire dove sia la ragione e da quale piatto debba pendere la bilancia della Giustizia.
Il filone scientifico
Restando nel Paese a stelle e strisce, è doveroso citare il plot che ha dato vita al super sfruttato filone scientifico: “C.S.I. Las Vegas”. Il capostipite, che deve più di un credito al genere creato da Patricia Cornwell e dalla sua Kay Scarpetta, è coinvolgente grazie a personaggi ben delineati, seppur in assenza di una propria dimensione privata (per me una grave pecca), a dialoghi brillanti, e a una credibile costruzione della vicenda.

Lo stile della sceneggiatura subisce un mutamento col susseguirsi delle serie: mentre i primi episodi erano ciascuno disgiunto dall’altro, proseguendo con gli anni gli ideatori hanno pensato bene di creare un filo conduttore che si interrompesse opportunamente alla fine di ogni serie, per tenere agganciato lo spettatore e farlo stare in ambasce fino all’autunno con l’inizio del nuovo blocco di puntate.
Di contro, tutto ciò che, per emulazione, è nato dopo “C.S.I. Las Vegas”, è deludente. Parlo di “C.S.I. Miami”, “C.S.I. New York” (che pure vede come protagonista l’ottimo Gary Sinise) e, soprattutto, “N.C.I.S.”, pagano un dazio troppo pesante all’aspetto scientifico, e trascurano l’approfondimento umano dei soggetti, aspetto che resta la parte più interessante di ogni vicenda.
Qui la sceneggiatura sembra scritta esclusivamente per abbacinare lo spettatore con i prodigi della tecnica forense, a discapito dell’indagine intuitiva e dell’azione, quasi completamente assente. I personaggi sono spesso irritanti: i colpevoli sono quasi sempre stupidi bambocci annoiati della buona borghesia americana o psicopatici senza movente, e gli investigatori dei saccenti nerd al limite dell’improbabile; caricature.
Così la ragione di ogni delitto è quasi sempre assurda, e la sua scoperta è demandata ai laboratori. Forse il messaggio che si vuole recapitare è che il male si manifesta senza una ragione plausibile; ma i Cohen con “Non è un paese per vecchi” e per certi versi la Arendt con “La banalità del male” avevano saputo esprimere questo concetto in modo decisamente più efficace. E fra le righe della sceneggiatura traspare quindi una triste pletora di autori “industriali” stipendiati per scrivere muovendosi all’interno di un reticolato convenzionale e funzionale al solo scopo di vendere.
Nello stesso quadrante dell’investigazione scientifica si colloca “Criminal Minds” erede di alcune serie poco fortunate degli anni Ottanta, che avevano tentato di parlare di indagine psicologica e di profiling. La serie, sorretta da attori robusti (fra cui Mandy Patinkin, che da giovane aveva recitato con Barbra Streisand in “Yentl”, e Joe Mantegna), parte bene per almeno tre stagioni, per avere poi uno scadimento di contenuti: come spesso capita a Hollywood, la spettacolarizzazione dell’aspetto cruento, per non dire pulp, va a discapito di ogni altra cosa. Quel che è certo che è, attenendosi a ciò che si vede in “Criminal Minds”, l’immagine del disagio che turba la provincia americana è sconcertante.
I figli di Sherlock
Una serie che, invece, catalizza il mio entusiasmo, proprio perché si svincola dai gelidi legacci dell’esame del DNA e delle impronte digitali, è “Elementary” che rilegge in chiave moderna i personaggi di Sherlock Holmes (interpretato da un travolgente Johnny L. Miller) e di John Watson, qui tramutato in personaggio femminile (con il cambio del nome in Joan) e interpretata da una sensualissima Lucy Liu.
Personaggi definiti con cura, approccio intuitivo allo stato puro, trionfo della deduzione logica, fino a diventare sublimazione del pensiero e della conoscenza (o dell’onniscienza), con il protagonista che, per i comportamenti sgradevoli ma non antipatici, per il carattere solitario e scontroso, e per l’intelligenza brillante, ricorda il “Dr. House”. D’altronde, più di un articolo è stato scritto sulle somiglianze fra l’Holmes originale e il geniale House; lo stesso David Shore, già sceneggiatore di “Law&Order” e ideatore del personaggio interpretato dall’inglese Hugh Laurie, ha ammesso di essere un fan dell’investigatore vittoriano.
Un’altra approssimazione del detective creato da Arthur Conan Doyle, e che esprime il tentativo, seppur ingenuo di risalire agli albori dell’investigazione forense è il canadese “I misteri di Murdoch”, ambientato a Toronto nel tardo XIX secolo. Ben conscio dell’esilità delle trame, questo telefilm mi incuriosisce per il lavoro di ricostruzione storica, e le atmosfere che si ispirano a “From hell” di Alan Moore.
Saltando per brevità altri titoli interessanti ma legati al classico schema dei film d’azione, uno su tutti il robusto “Chicago P.D.”, attraversiamo l’Oceano Atlantico per andare a sbirciare cosa succede in Europa. E qui, ahimè, troviamo più ombre che luci. Ne parlerò nel prossimo articolo.
Simone Cozzi