Da pochi giorni, nell’interessante collana “Appenninica” dell’editore Tarka, diretta da Paolo Ciampi e Marino Magliani, è uscito il bel libro di Federico Pagliai “La torrenta”. Per una di quelle curiose coincidenze di cui è piena la vita, il miglior sunto delle sue pagine lo si trova nella premessa a un altro libro (di cui pure scriverò, a breve), apparso contemporaneamente a questo: “Le vie dell’acqua. L’Appennino raccontato attraverso i fiumi”, di autori vari, pubblicato da Donzelli nella serie “Civiltà Appennino”.

Ecco l’annotazione: “I fiumi sono in movimento continuo, scendono dalle alture e raggiungono i posti più lontani della pianura. Man mano che viaggiano, si caricano di storie, di vicende sempre diverse, si imbattono in presenze in grado di affidare all’acqua il riassunto della quotidianità e del passato, le speranze del futuro”.
Federico Pagliai è cresciuto sull’Appennino pistoiese, in riva al ruscello che costituisce l’oggetto principale del suo racconto (in cui lo designa però, affettuosamente, al femminile, come avviene con “la mar” per vecchio pescatore cubano di Hemingway).
Di lavoro, Pagliai fa l’infermiere del 118: una di quelle persone che, col loro impegno silenzioso, sono oggi in prima linea nel sostenere il Paese. Ma, a parte questo, è segnato dalle “passioni” che caratterizzano i nostri montanari (tutti pure camminatori e fungaioli), oltre ad avere una particolare sensibilità per la tutela dell’ambiente e della risorsa idrica (che invece è il mio, di mestiere: ma non voglio farmene condizionare).
E proprio da questi suoi interessi è scaturito il libro. La cui vicenda principale coincide col ciclo dall’acqua, ma che rappresenta anche, in qualche modo, il susseguirsi delle vite – umane, animali e vegetali – che si incontrano seguendo, da monte a valle, il corso del torrente Lima. E qui mi vengono in mente, per assonanza, due altri corsi d’acqua: il Simoenta, lungo il quale sorgeva Troia, e il Limentra dell’infanzia di Francesco Guccini, anch’essa radicata sull’Appennino tosco-emiliano (“un sogno lungo il suono continuo ed ossessivo che fa il Limentra” canta il Maestrone in “Amerigo”).
Tutto inizia con due fiocchi di neve: o meglio, con un fiocco che il vento invernale scinde in due parti per poi lasciarle depositare sulla cima della montagna. Ma arriva la primavera. La neve si scioglie e inizia a seguire il richiamo della gravità. Dopo aver raccolto un po’ di quell’acqua in una bottiglietta (“niente a che vedere con certe strampalate cazzate di ampolle prelevate alla sorgente del Po da rivendicare, poi, per assurde e patetiche teorie politiche…” precisa), il narratore ne segue il percorso, assecondando un esiguo rivoletto che dapprima serpeggia timidamente fra l’erba, per farsi via via più cospicuo e coraggioso.
Qui si apre la serie dei suoi incontri. Con le stagioni, innanzitutto: l’inverno, maschio, che scende dalle cime, e la primavera, femmina, che sale dalle valli. Ma ci sono pure i cervi, le pietre, gli alberi, le rane, i pesci e soprattutto gli umani, di un tempo recente o remoto.
Ed ecco che vengono fuori le attitudini di Pagliai: l’attenzione per la Natura abbinata a un mestiere in campo sanitario che ne testimonia l’empatia verso le persone, verso le loro vicissitudini, verso i loro usi e costumi. Così ci racconta delle carbonaie (caratteristiche anche della montagna nostrana, come ben sanno gli amici di Lunassi), della ricerca dei funghi, e di tante, tante vicende individuali, umoristiche o decisamente tristi.
Pensando al libro prima di leggerlo, mi era venuto in mente “Il mulino del Po”, di Riccardo Bacchelli. Poi, però, ho notato una grande differenza concettuale. Bacchelli ci offre un punto di osservazione fisso, attorno al quale scorrono l’acqua e il tempo, recando con loro un flusso di storie che il narratore ci riferisce. Pagliai, invece, viaggia verso valle e ci racconta le immagini, i suoni, gli odori e le memorie degli spazi che man mano attraversa. Nei capitoli finali arriva a far pensare al Mauro Corona di “I fantasmi di pietra” – figure riemerse dal nulla in un paese ormai vuoto. Ma nel libro troviamo, per esempio, i “recuperanti” evocati da Rigoni Stern o il Serchio cantato da Ungaretti (“I fiumi”).
Notevole è, senz’altro, la capacità di scrittura. Le immagini fluiscono rapide e precise, come preciso è il lessico impiegato, anche tecnico. Qualche toscanismo (“gli garba”) si unisce a espressioni popolari diffuse anche da noi (“una brancata di case”).
Non è però solo narrazione o descrizione, il libro, è anche riflessione: sul senso delle cose, sul senso della vita, sul “senso dell’acqua” (così definito da uno dei personaggi).
Voglio concludere con una piccola citazione, che spero renda la forza di queste pagine e invogli alla loro lettura: “Si pensa che i ricordi siano dentro di noi, ma, in realtà, essi stanno nei luoghi dove li abbiamo lasciati e ce ne riappropriamo solo quando, in quei luoghi, torniamo a far loro visita e così facendo li raccogliamo, manco li avessimo inconsapevolmente appoggiati sulla scaffalatura di un archivio”.
Il viaggio di parole di Federico Pagliai ha saputo coinvolgere anche me, e gliene sono davvero grato.
Marco Grassano
- Federico Pagliai
La torrenta
Una storia di acque in risonanza
Prefazione di Mauro Banchini
Tarka
2020, 192 pagine
15 €