In questa puntata del suo reportage su Creta, Marco Grassano rievoca il concerto in onore del compositore Mikis Theodorakis.
Dopo la gita sull’isola di Spinalonga volevamo visitare anche Ieràpetra, ma una volta in camera la pigrizia ci vince. Mi accontento, così, di sfogliare i miei appunti del 2000, che trascrivo.

14 ottobre. Partiamo a metà pomeriggio, con l’auto noleggiata dal medico greco che fa l’assessore a Castenaso, puntando verso sud (l’albergo in cui eravamo alloggiati si trovava proprio di fronte al Δημαρχείο-Dimarchìo-Municipio, nella via che terminava a ridosso della spiaggia di Ammos e del porticciolo turistico: n.d.r.). Per un po’ seguiamo la costa, poi svoltiamo a infilarci, disegnando curve continue e spesso brusche, fra le alture semiaride dell’entroterra.
Durante un lungo tratto, nel quale superiamo numerosi villaggi, i rilievi sono tondeggianti e cespugliati. Cominciano poi a profilarsi crinali più aspri, irregolari, di roccia nuda, che poco a poco raggiungiamo. Ai loro piedi, uliveti scuri confitti in una terra sassosa e rossastra. Il cielo è velato da basse nuvole scomposte, più chiare o più livide, che si impigliano nelle vette e proiettano ombre sulle scabre pareti.
Approssimandoci alla città, notiamo, in cima ad alcuni cocuzzoli, chiesette bianche, che sembrano ardue da raggiungere. Forse, con la fatica necessaria per salirci si volevano espiare i peccati.

Parcheggiamo di fronte alla piatta fortezza dalle merlature aguzze che presidia l’ingresso del porto. Affacciandoci all’acqua, vediamo una schiera di costruzioni bianche orlare l’insenatura: la parte orientale del borgo. Giriamo attorno al fortilizio. Dietro, un uomo sta sbattendo sui sassi un polpo, per ammorbidirne la carne prima di farlo frollare appeso alla brezza. Ormeggiato nella darsena, un piccolo peschereccio bianco-blu, col ridotto equipaggio a bordo.

Passiamo a percorrere il lungomare. Una fila di tamerici messe a dimora direttamente sulla spiaggia spessa e ciottolosa. Capanni bar orlano la riva. Uno degli abbronzati, attempati avventori indigeni, somigliante allo scrittore uruguaiano Mario Benedetti, ci sente parlare, si volta e ci fa un cenno di saluto.
Mentre ci accingiamo a risalire in macchina, la torre dell’orologio portuale stampa la sua aggraziata struttura contro il bagliore del tramonto.
Tributo a Mikis Theodorakis
Accendiamo la TV. La seconda rete nazionale sta trasmettendo il video del grande concerto [NOTA 1] tenutosi ad Atene lo scorso 24 giugno, come tributo al compositore Mikis Theodorakis per i suoi 94 anni (almeno, così ci par di capire). Stavo giusto chiedendomi, in questi giorni, se fosse ancora vivo, e sono felicissimo che lo sia.
Lo stadio Panathinaikos è colmo. Alcuni personaggi – che si direbbero noti al pubblico – si alternano sul palco per pronunciare panegirici del festeggiato, citando opere e collaborazioni, in particolare quella coi grandi poeti (greci e internazionali) di cui ha musicato i versi. O teleftèo megàlo éllina, “l’ultimo grande greco”, lo definisce, a conclusione, uno degli oratori.

Il Maestro, in giacca bianca, provato dal tempo ma ancora lucidissimo, è seduto in prima fila e ogni tanto viene ripreso dal grande schermo centrale. Applaude a ogni intervento, e soprattutto alla canzone che un intero palco di interpreti prende a eseguire, la celebre, toccante Ìmaste dìo, “Noi siamo in due”, ispirata all’esperienza di prigionia durante il regime dei Colonnelli.
Davvero bravi i musicisti dell’orchestra, che credo sia quella ufficiale della ERT – la RAI greca. Si prodigano, soprattutto, gli acrobatici suonatori di bouzouki, di minuscolo mandolino (non so come si chiami) e di piffero. Eseguono, inizialmente, un pot-pourri di melodie, poi prendono ad accompagnare il succedersi dei numerosi cantanti saliti prima in gruppo, introdotti ora, uno alla volta, dall’invisibile annunciatrice che ne pronuncia il nome (quasi mai riesco a capirlo). Un folto coro di adulti (maschi e femmine) in nero e di ragazzine in bianco sottolinea tutti i ritornelli.
Gli artisti sul palco
Il primo a esibirsi è Ghiorgos Dalaras, tra gli interpreti più amati, che nel 2000 ho imparato a conoscere anch’io. Segue una giunonica matrona bionda, dall’aria straniera, forse tedesca, drappeggiata in un’ampia, candida veste. Poi un esistenzialista in giacca, maglietta e pantaloni a lutto. Una specie di Hillary Clinton più giovane, dalla voce alla Mercedes Sosa.
La donna che segue ricorda più una florida Joan Baez, e canta un’allegra canzone che conosco, con versi presi dalla raccolta Mithistòrima del Premio Nobel Seferis. Una signora con espressione da attrice tragica interpreta un brano dell’oratorio Àxion estì (Dignum est, È cosa buona e giusta), ricavato dall’opera omonima dell’altro Nobel greco, Elitis: ricordo bene questo inno, con risonanze quasi andine.
Dopo la propria performance, ognuno degli artisti si va a sedere nella prima fila della platea, accanto a Theodorakis. Ogni tanto, le telecamere inquadrano il Partenone illuminato. Si presenta alla ribalta un uomo di sobria raffinatezza nel vestire, molto somigliante al mio collega responsabile dei Servizi Vigilanza, e legge con enfasi un testo per me indecifrabile.
Un simil-fadista sulla quarantina intona con forza la bella, malinconica Òmorfi pòli. Gli subentra un’energica Anna Oxa locale, dai capelli lunghi e dalla voce ammirevole. Un sosia del nostro Mario Biondi, scurito dal sole, attacca una marcia quasi ispanica. La vivace ballata successiva è in capo a un interprete che porta un orecchino tondo al lobo sinistro e mi ricorda l’attore belga – prediletto da Wim Wenders – Patrick Bauchau.
Il successivo, che la locutrice presenta come Stamàtis Kòkotas, desta subito il mio interesse. Somiglia, così di primo acchito, allo scrittore russo Aleksandr Solženicyn. Si direbbe piuttosto anziano (curiosando in rete, accertiamo che è nato nel 1937), ma indossa un elegante abito nocciola ed è chiaramente – e un po’ pateticamente – tinto. Sorriso simpatico, che mostra una dentiera completa. Attacca, da artista consumato, Ο Καημός (O kaimòs), brano reso celebre, nel 1970, da Iva Zanicchi. Il testo greco del ritornello (Potàmi méssa mu pikrò / to éma tis plighì su…) corrisponde letteralmente alla versione italiana: “È un fiume amaro dentro me / il sangue della tua ferita”. Tutto il pubblico lo accompagna, mentre Mikis osserva compiaciuto.
Anche la canzone successiva suona nota alle nostre orecchie: l’introduzione è quella del sirtaki di Zorba, e il ritornello (Stròsse to stròma su ghià diò, / ghià sena ke ghià ména…) è identico a quello di un brano composto e cantato da Lucio Dalla e Samuele Bersani. Senonché l’autore greco il suo lo scrisse nel 1963, quello dei due nostrani risale al ben più tardo 1996. Il pubblico (compreso quello giovanile) ribadisce di nuovo, a gran voce, le note. Il cantante si concede il capriccio di inserire nel testo alcuni versi in un improbabile francese che fa ridacchiare Theodorakis. Applausi scroscianti. Inchini di ringraziamento.
La figlia di Theodorakis
In coppia con un uomo simile al giornalista Vittorio Zucconi, sale sul palco la figlia del compositore, Margarita, dimostrando assai scarse doti canore ma creando un notevole effetto sorpresa sul padre, che evidentemente non si aspettava l’omaggio speciale, e lo applaude.
Assolo virtuosistico di bouzouki per preludiare l’esibizione di un dinamico Víctor Manuel greco. Il tozzo esecutore che segue mi ricorda il militare portoghese conosciuto alle rovine romane di Braga. Ricompare, in un brano seccamente ellenico introdotto da un fitto pizzicare di corde, uno degli oratori iniziali, che raddoppia poi con la vivace “Dendro to dendro”.
Una nuova lettura del mio presunto collega, che inizia (lo capisco agevolmente da solo): “O Mìkis Theodoràkis ìne éna fisikò fenòmeno” – è un fenomeno della Natura – come pure intuisco, subito dopo, l’epiteto “protagonista della vita politica e spirituale” (protagonistìs tin politikis ke pneumatikìs zoìs). Se il greco fosse tutto così…
Un cantante abbastanza giovane, in jeans e camicia bianca dal collo slacciato. Un Samuel Beckett pasciuto. “Epigramma”, su testo di Ghiannis Ritsos, viene cesellata con forte voce da una cinquantenne di fattezze piuttosto ordinarie. Mìltos Paskàlides (questo nome lo colgo) ha un’aria da nouveau philosophe francese e una voce alla Joan Manuel Serrat. Accanto ai bouzouki entra in gioco la fisarmonica, per una dolce melodia che evoca una certa Margarìta Maghiopoùla (sospetto sia dedicata alla figlia); l’interprete, dalla notevole voce, potrebbe benissimo essere un tarchiato guappo napoletano. Mikis applaude.
Ricompare il solenne lettore, che stavolta definisce Theodorakis un Méga paràdigma, Grande esempio, e richiama più volte la elefthería, libertà.
La bionda cantante che sale sul palco ha un cognome presente anche in Sicilia, Saìa, e intona una malinconica aria sul mese di novembre e sul numero cinquantotto (pénta ochtò).
Segue una dama che ricorda l’esperta di danza Carolyn Smith da giovane. Il mese dei morti viene cantato anche da una specie di Antonio Albanese; in Italia questa mesta, dolce melodia era stata scempiata da Albano Carrisi in un musicarello di ambientazione africana, in cui appariva anche il nero Rocky Roberts. A Dodi Battaglia dei Pooh (ma anche, un pochino, al Presidente della nostra Provincia) mi fa invece pensare l’interprete di un poderoso inno dall’Àxion estì di Elitis.
Ecco l’intervento canoro di un altro degli oratori iniziali, un bassotto con l’aria dell’attore britannico Ian Holm. Matronale, tunicata all’antica – ma di bianco – la cantante che si esibisce adesso in qualcosa che pare uno stasimo di tragedia. Tutti gli interpreti risalgono sul palco per accompagnarla, in un ritmo vivace che via via accelera. Pubblico entusiasta.
Arja Saijonmaa
Torna il falso collega con le sue letture. Credo stia ringraziando, uno per uno, tutti quelli che hanno collaborato alla serata, e a ogni riferimento piove un applauso.
Il coro plenario intona l’allegro Poté, poté. La matrona teutonica dell’inizio cerca, contro la luce sciabolante degli occhi di bue, il compositore (Poù eìnai Mikis?), che alza un braccio per farsi individuare. Poi prosegue, in inglese, per raccontare di quando era una giovane studentessa e volevano realizzare uno spettacolo teatrale sulla dittatura greca.
Lei doveva cantare alcune canzoni; ce n’era una che le parve fantastica. Chiese chi l’avesse scritta. Le risposero: “Mikis Theodorakis, che è in prigione a causa della sua musica”. Lei non riusciva a capire come mai qualcosa di così bello potesse essere ritenuto pericoloso, e venire proibito. Si disse di voler conoscere quell’uomo. Due anni passarono. Lui andò a Helsinki [NOTA 2]. Lei era sul palco a cantare quella canzone. Mikis balzò sopra, impugnò il microfono e le chiese di seguirlo nella sua tournée mondiale [NOTA 3].
La donna dice di star ancora facendo quel viaggio. Il prossimo anno saranno cinquanta, trascorsi con la sua musica. “Sagapò tùs Èllines, sagapò polì – I love Greeks, very much”. Poi, accompagnata dagli altri, attacca la canzone di cui parlava, fantastica davvero: Άρνηση (Árnisi), su versi di Ghiorgos Seferis. Purtroppo, stavolta questo autore non l’ho portato con me [NOTA 4].
Il coro continua con un solenne brano dell’Àxion estì, vero monumento aere perennius all’incontro tra grande musica e grande poesia. Apro la raccolta delle liriche di Elitis e seguo la traduzione:
Sole ideale della giustizia – e tu mirto della gloria
no, vi prego, – non dimenticate il mio Paese!Ha gli alti monti in forma di aquile – e sui vulcani festoni di vigne
e le case più bianche – nel quartiere dell’azzurro!Le mie mani tristi con il Fulmine – le riporto indietro dal Tempo
chiamo i miei vecchi amici – con minacce e sangue!”.
Quindi i virtuosi delle corde si scatenano nel “ballo di Zorba”, che, ritmato dalle sonore palme di tutti quanti, termina in gloria il concerto.
NOTE
- Ora anche su YouTube (canale di Leka82007).
- Abbiamo scoperto che, in effetti, la signora è finlandese e si chiama Arja Saijonmaa.
- Su YouTube un video dell’epoca.
- Ecco il significato del testo, reperito al ritorno:
“RIFIUTO
Sulla spiaggia segreta
bianca come una colomba
ci venne sete a mezzogiorno:
ma l’acqua era salmastra.
Sopra la sabbia bionda
scrivemmo il nome di lei:
ma dolce soffiò la brezza
e cancellò la scritta.
Con che spirito, con che cuore,
con che passioni e desideri
affrontammo la vita: errore!
Così cambiammo vita.”
(Traduzione di Nicola Crocetti)
Trentaseiesima parte – Segue
Marco Grassano
La foto di Mikis Theodorakis è presa dal sito di ERT
Didascalie
- In viaggio verso Ieràpetra
- La fortezza veneziana di Ieràpetra
- Ammorbidendo il polpo
- Mikis Theodorakis ad Atene