
Ultima parte del reportage di Lorenzo Iseppi su Buenos Aires, metropoli con una florida comunità italiana che ha fortemente contribuito alla sua ricchezza culturale. Alla Boca, nella zona del Riachuelo, prendono dimora i primi esuli genovesi dedicandosi ad attività legate alla cantieristica e al trasporto fluviale. Almeno in origine – osserva nel 1930 Souza Reilly – tutti i sensi inducono il visitatore a credere d’essere capitato come per magia sulla riviera ligure: una manciata di casette policrome, il piccolo scalo gremito di imbarcazioni, l’inflessione dialettale che risuona nelle strade e ovunque l’aroma inconfondibile della focaccia calda.
Nel 1882 l’orgoglio delle proprie radici e la nostalgia di patria arrivano al punto da indurre un gruppo di lavoratori in sciopero a proclamarsi repubblica indipendente ed a chiedere addirittura l’annessione al regno d’Italia. Oggi il sobborgo versa in uno stato di semiabbandono. Le tracimazioni delle acque fluviali si succedono senza tregua, mentre le carcasse marcite dei vecchi scafi si accumulano nel porticciolo pressoché inutilizzato. Ormai da decenni molti lasciano i vecchi conventillos per trasferirsi in aree meno svilite, magari a nord, nella più chic Recoleta, la collina che sale da Avenida Figueroa Alcorta fra aiuole e boulevard alberati. Il quartiere comprende fra l’altro la chiesa di Nuestra Señora del Pilar, la biblioteca nacional, il museo d’arte decorativa e quello ispanoamericano intitolato ad Isaac Fernández Blanco. In particolare, però, vanta la presenza d’un cimitero che per fama eguaglia il Père Lachaise lungo la Senna o meglio, per rimanere più in tema, lo Staglieno di Genova. Viene aperto nel 1822 sui terreni d’un convento di monaci ed ora raggiunge i sei ettari d’ampiezza.

Qui dormono il sonno eterno i padri della patria, i presidenti della repubblica, i generali, scienziati e scrittori. Nell’edicola della famiglia Duarte si trova anche la tomba di Evita Perón, il cui destino richiama per l’ennesima volta il suolo d’una penisola mediterranea. Si sa infatti che nel 1955 una squadra di militari trafuga le sue spoglie e le fa inumare sotto falsa identità al Monumentale di Milano, dove rimangono fino al 1972. Ma non c’è bisogno di reminiscenze storiche per capire che pure tra i viali del camposanto aleggia un’aura domestica. Basta leggere i nomi incisi sulle lapidi o scoprire che le sculture chiamate a decorare i sepolcri sono di autori come il parmense Garibaldo Affanni, il laziale Ernesto De Fiori, il piceno Romolo Del Gobbo o il palermitano Ettore Ximenes. E paradossalmente persino questi muti segni di morte rafforzano l’impressione che il plurisecolare volto italico di Buenos Aires è ancora vivo e vegeto.
Recentemente è uscito il libro dello studioso d’oltreoceano Fernando J. Devoto Storia degli italiani in Argentina, che ricostruisce in maniera puntuale il lungo quanto intenso fenomeno dell’esodo dalle “amate sponde” per raggiungere il Rio de La Plata. Le prime avanguardie si muovono già nel Seicento. I nuclei più numerosi sono liguri, ma non mancano i lombardi, i veneti, i piemontesi, i toscani ed i “borbonici”, ossia abruzzesi, campani e siciliani. Dal censimento nazionale del 1895 si viene a sapere che gli italiani costituiscono quasi un terzo della popolazione complessiva di Buenos Aires. E, all’inizio del XX secolo, la cosa diviene di massa. Fra il 1901 e il 1913 gli arrivi assommano ad oltre un milione di persone. Nel novero degli esuli successivi figurano tra gli altri Lilò ed Eleonora Manzoni, discendenti dirette dell’autore de “I Promessi Sposi”. E forse, stando ai risultati delle ricerche di Erasmo Recami, qui si rifugia anche Ettore Majorana, che scompare nel 1938 dando vita ad un vero e proprio “giallo”.
Il sacrario di Dante
Sull’Avenida de Mayo, che parte dal centro nevralgico di Buenos Aires e conduce verso sud, si erge un edificio singolarissimo commissionato nel primo Novecento dall’imprenditore tessile Luigi Barolo all’architetto lombardo Mario Palanti. Costui convince l’industriale che in Europa è ormai alle porte una guerra catastrofica e che sarebbe possibile traslare le ceneri di Dante al di là dell’Atlantico in vista del 1921, data del settimo centenario della morte del poeta fiorentino. Ottenuta dalle autorità una speciale licenza edilizia, nasce un fabbricato che é quattro volte superiore agli altri della zona e riproduce architettonicamente la Divina Commedia. Il sogno proibito è che possa fungere in futuro come sacrario dell’Alighieri. Lo stesso autore progetta poi un edificio “gemello”, ossia palazzo Salvo, che però si trova nella vicina Montevideo.
L’assassinio dei progettisti
Prima dell’inaugurazione del famoso teatro Colon vengono assassinati in sequenza tre dei progettisti che lavorano alla costruzione: il marchigiano Francesco Tamburini, il suo discepolo Angelo Ferrari e infine il piemontese Vittorio Meano, freddato con una revolverata da un uomo della servitù. Partendo da simili sanguinosi eventi la scrittrice Margarita Pollini stende un volume intitolato “Palco, cazuela y paradiso”, dove ricorda altri drammatici episodi legati a questo tempio della musica classica e del balletto. Nel 1910 una mano sconosciuta lancia dalla piccionaia una bomba, che provoca in platea molti feriti. Nel 1948, mentre si esibisce la danzatrice Lida Martinoli, sta per scattare un attentato a Peron e consorte, sventato dalla polizia all’ultimo momento. Se si aggiunge la morte nel 1906 del piccolo Giorgio Toscanini, figlioletto del grande direttore d’orchestra, sembra quasi una maledizione.
Obbligo di genovese
Uno dei quartieri quasi esclusivamente made in Italy è la Boca, ubicato dove la capitale confina con la foce del fiume Riachuelo. Il barrio è rinomato per le sue abitazioni basse e coloratissime. Sono le case di legno e di lamiera dei lavoratori portuali e dei marinai liguri, costruite in particolare con materiali rimossi dai relitti delle navi e ricoperte da un arcobaleno di tinte e di murales, sulla scia del pittore Benito Quinque la Martine. La strada più famosa è il calle Caminito, dove si incontrano alcuni tra gli esemplari più pittoreschi di queste dimore policrome, che sembrano uscite da un libro di fiabe. Qui, almeno nei primi tempi, è d’obbligo l’uso del dialetto genovese. E qui prende corpo e persevera il mito del tango, teso soprattutto ad esprimere la malinconia degli uomini sradicati dalla patria natia.
- Prima parte del reportage I mille volti di Baires
- Seconda parte del reportage I mille volti di Baires
- Terza parte del reportage I mille volti di Baires
Testo e foto di Lorenzo Iseppi
Didascalie:
- Uno scorcio della Boca, il quartiere sorto con l’insediamento della colonia genovese.
- L’ingresso al cimitero Rocoleta.
- Sepolcri all’interno del camposanto, famoso come quelli di Père Lachaise e di Staglieno.
- Il complesso funerario di Pedro Eugenio Aramburu, presidente argentino dal 1955 al 1958.
- Edicole del luogo di sepoltura, dove riposano anche le spoglie di Evita Peron.