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Voi siete qui: Europa » Una cena a Iraklio per gustare la cucina cretese

16 Novembre 2019

Una cena a Iraklio per gustare la cucina cretese

L’ottava parte del reportage di Marco Grassano su Creta è dedicata al racconto di una gustosa cena ad Iraklio.

Dobbiamo decidere dove cenare. La celeberrima ouzeria Ιππόκαμπος ha l’evidente limite – segnalato anche dalla nostra guida tascabile, e che del resto avevo già potuto constatare nel mio precedente viaggio – di non frapporre ostacoli fra i suoi tavolini esterni e le continue automobili che rombano, esalando fumi, a pochi metri.

Diamo un’occhiata ai menù plurilingui esposti dalle taverne, protette decisamente meglio, che si raccolgono al riparo della tettoia, sopraelevata e chiusa da vetri. Il Καστέλλα, dove mi hanno scritto di essere stati, qualche sera fa, i miei parenti argentini, ora trasferitisi, nella loro crociera, su un’altra isola.

Tramonto a Iraklio, Creta

Appena prima, il Paralia (svolazzante insegna in caratteri occidentali) mi riporta alla mente il ritornello greco di una splendida canzone inserita nell’ultimo CD di Roberto Vecchioni, che per mestiere ha insegnato la lingua a generazioni di liceali: “Αι γυναίκες και οι άνδρες άδουσιν εν παραλία γελώντες”, ossia “le donne e gli uomini cantano sulla spiaggia ilari”. Anche qui, dunque, il vocabolo sembra aver mantenuto il significato antico.

Optiamo per questo approdo dagli echi omerici. Salendo alcuni gradini di ferro e di robuste assi, entriamo. L’alto soffitto, ordito di travi, travicelli e tavole, è spiovente e curvo, come fosse un telo appeso. Il piancito è ad aree di pannelli chiari, delimitate da listelli color noce. Le sedie, stile osteria ma di tutto legno, sono azzurre. Chiediamo a uno dei camerieri di poter mangiare. Ci accompagna fra i tavolini e ci fa accomodare in fondo, a ridosso della vetrata divisoria.

Sul tavolo, una tovaglietta color carta da pacchi. Vi vengono subito deposti una ciotola di olive succose e il cesto del pane – scuro, eccellente. Scegliamo le portate, scorrendo la colonna in italiano: Anthos, ossia fiori di zucchine ripieni di riso; Moussakà, piatto al forno, a strati, di melanzane, formaggio, carne macinata, pomodori, patate; Calamari alla griglia, che, ormai lo sappiamo, arriveranno corredati di un copioso contorno. Ci riprovo col retsina, ma neppure stavolta mi dà più la soddisfazione di un tempo.

Gli antipasti risultano squisiti: la loro impanatura, dorata e croccante, svela all’improvviso, aprendosi, le spezie delicate che insaporiscono, all’interno, fiori e riso. Per accompagnare i “piatti principali”, ci portano spicchi caldi di πίτα. Le melanzane sono cucinate in una terrina tonda – gustosissime. La porzione di molluschi, annegati in riso e verdure, è veramente notevole, così come il loro sapore. Penso siano senz’altro pescati di fresco, come il polipo di ieri sera.

Una coppia giovane, molto abbronzata, si siede accanto a noi. Lei, che vedo di fronte, mi fa istintivamente simpatia, perché mi ricorda l’amica Nicoletta, di Sale, compagna di antiche avventure lisbonesi. Dico, in italiano, “Buonasera”, e la ragazza, in risposta, sorride. Sento che parlano francese. Chiedo loro di quale regione della Francia siano.

Raccontano di essere di un cantone della Svizzera romanda, ma ci dicono che possiamo parlare in italiano, perché lei è figlia di immigrati salernitani e lui di siciliani, per cui la nostra lingua in casa l’hanno sentita da sempre. Questa, per loro, è la fine di alcune settimane di vacanza. Sono venuti a Creta in aereo, e poi, prendendo i vari battelli di collegamento, hanno girato le altre isole dell’Egeo. Lunedì devono tornare al lavoro, ma la domenica successiva saranno a Lisbona, per il matrimonio di un cugino.

Conversiamo su svariati argomenti, dalla scrittura di viaggio alla raccolta differenziata dei rifiuti al principio per cui, nel loro Paese, è il saper fare un’attività che ti abilita a svolgerla, più che non un titolo di studio, di per sé atto a dimostrare tutto e niente (cito, a questo proposito, l’architetto ticinese Mario Botta). Dico che, se loro hanno origini italiane, la bisnonna di Ester arrivava dalla Svizzera. La gente si è sempre in qualche modo spostata.

Parliamo quindi del referendum tenutosi nel 1970, mirato a ridurre drasticamente il numero di stranieri (per la stragrande maggioranza italiani) presenti nella Confederazione, perso di misura dai promotori. Le donne, all’epoca, laggiù non votavano ancora…

Il dolce ci viene offerto, di nuovo, dalla casa: sensazionali λουκουμάδες, frittelline contenenti frutta secca tritata, caramellate al miele. Gratuiti sono pure il botticino di potente e gustosa ρακή (altrimenti detta τσικουδιά: da τσίκουδο, “vinaccia”, informa la guida), acquavite locale leggermente aromatica, e un altro botticino di sciroppo rosa, al sapore di cannella, analcolico e poco zuccherato. Anche gli Svizzeri mostrano di apprezzare queste bevande, divenendo assai calorosi.

Li salutiamo con una forte stretta di mano, augurando loro buon ritorno, come loro augurano buon proseguimento a noi. Il conto, che vado a pagare alla cassa, oltre la strada, non arriva a 14 auro a testa. Di nuovo i Greci, come i Portoghesi, mi commuovono per la frugalità delle pretese.

Rientriamo in albergo, notando le solite auto parcheggiate alla bell’e meglio. Nella notte, un gruppo di Greci, uomini e donne, transita sotto la nostra finestra parlando ad alta voce. All’alba, riudiamo il gioioso squillare delle campane.

Ottava parte – Segue

Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

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