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Voi siete qui: Biblioteca » A Berlino con The Passenger. A Dublino con James Joyce

4 Novembre 2019

A Berlino con The Passenger. A Dublino con James Joyce

Due volumi probabilmente piazzati dai librai negli scaffali delle guide di viaggio, che tali però esattamente non sono, specie “A Dublino con James Joyce”, di Fabrizio Pasanisi, ricognizione scrupolosa e appassionata del rapporto fra il grande scrittore e la sua città, laddove l’altro raccoglie una serie di testi sospesi fra narrazione e attualità, reportage e analisi di una città straordinaria e mai banale come Berlino (ultimo numero della collana “The Passenger” di Iperborea).

Berlino tra parchi e sex club

Partiamo dal secondo: quando qualche anno fa al Berlin Atonal dell’ex centrale termoelettrica della città, chi scrive ascoltò dal vivo Jon Hassell, musicista fra i maggiori al mondo, pensò che sì, forse la capitale tedesca non era più up to date come un tempo ma era difficile immaginarla fuori dal novero dei luoghi determinanti di quel che resta dell’Europa.

The Passenger: Berlino, Iperborea

Ora, nel trentennale del crollo del Muro, e nonostante gli affitti schizzati a livelli quasi londinesi, è ancora lì che da più parti, Italia compresa, i più (e i più giovani) vanno a cercare fortuna. Non più dunque capitale “povera e sexy” ma approdo di investitori e marchi e startup e insomma gentrificata abbastanza da siglare un inevitabile disincanto pur mantenendo un solido appeal.

Accompagnati dalle fotografie di Mattia Vacca – persone comuni soprattutto, vita quotidiana – e dalle illustrazioni di Francesca Arena, scorrono nel volume riflessioni di nomi importanti, da Cees Nooteboom (la sua Suite berlinese conta quasi un trentennio ma era inedita in Italia) a Peter Schneider, scrittore e vecchio attivista, profondo conoscitore del movimentismo tedesco di sinistra, che racconta Potsdamer Platz, dal prestigioso passato mercantile e weimeriano – fu lì che piantarono il primo semaforo del mondo – all’abbandono nella guerra fredda: il deserto che era diventata si scorge in alcune scene de “Il cielo sopra Berlino” di Wenders.

Schneider ne racconta alcuni momenti decisivi, incertezze del grande Renzo Piano comprese, quando la piazza dopo l”89 ricominciò a vivere. Di lì a poco Berlino sarebbe diventata la città della controcultura e della techno – a proposito soccorre il ritratto della dj Ellen Allien e del susseguirsi di invenzioni che fecero epoca e modello per il resto d’Europa: capannoni e fabbriche e TZA, le zone temporaneamente autonome teorizzate da Hakim Bey, sparse nel vuoto lasciato dalla DDR.

Soffiò un vento di utopia anarchica insomma, e forse non a caso Berlino fu capitale del nudismo, del quale restano alcune tracce nei parchi di Tiergarten o nel bosco di Grunewald – ce lo rammenta il nostalgico Falko Hennig, compiaciuto – e noi con lui – dell’elasticità berlinese in tema di dress code. Che è invece oggi assai rigoroso al KitKat, sex club dove i jeans o te li togli subito o te ne torni a casa.

Fra dipinti psichedelici l’odore del “sesso caldo”, come lo definisce Julian Loffler, reporter, è vischioso, invasivo, eccita e ripugna: il KitKat rappresenta l’emblema della Clubkultur berlinese, la sua libertà queer che ad avviso della giornalista stride con l’uso turistico della grande capitale, luogo peraltro di elezione di una numerosa comunità di vietnamiti ben accolta dai nativi, naziskin permettendo, va da sé, ché Berlino non è passata immune dallo sconquasso dell’ultimo ventennio capitalistico e dei suoi prodotti velenosi, nazionalismi di risulta compresi.

A meno di non dar ragione a Noteboom che nel ’91 trovò assai scemato l’entusiasmo di due anni prima. Sarà che perlustrava la città fra il freddo e la neve, ma gli sembrò che “il Muro fosse tornato (…). Chi non ha niente da fare, a Est e a Ovest, se ne sta a casa. Troppo caro per l’uno, troppo misero per l’altro”… Ma gli scrittori veri, si sa, sono guastafeste, inclini al pessimismo.

La Dublino di Joyce

Joyce ne sapeva qualcosa. Ce lo ricorda Fabrizio Pasanisi, che torna alla sua amata Irlanda dopo un fortunato libro del 2014 (“L’isola che scompare”, Nutrimenti, ndr), con un volume dedicato a Dublino e al suo cantore per eccellenza.

Fabrizio Pasanisi, A Dublino con James Joyce (Perrone)

Figlio però tutt’altro che pacificato, esule volontario e costantemente in tensione drammatica con la città cui consegnò un ruolo di primo piano fra i luoghi del mito moderno europeo. La tradizione culturale del suo paese risultava stretta allo scrittore che non seppe nemmeno nascondere la sua irritazione per l’ingombrante magistero impersonato da Yeats, incontrato alla National Library. All’epoca l’Irlanda tutta era involta nel suo antico retaggio rurale (e la povera Dublino nel “sonno senile” dei suoi slum), così, in un certo senso la sua capitale parrebbe diventata moderna solo attraverso l’immaginario costruito dai lettori joyciani.

Joyce, prima di andarsene nel 1904 a poco più di vent’anni per poi tornarvi solo per veloci occasioni, vaga per la città e beve – piacere che eredita dal padre, e non casualmente il battesimo nel quartiere di Terenure viene siglato da fiumi di birra. Bere e cantare sembravano il solo modo di sopravvivere fra le basse case di “mattonelle rosse o grigie” radunate intorno alle chiese e alle salde convinzioni cattoliche, non sufficienti a colmare la tristezza di una povertà diffusa che la stessa famiglia d’origine a un certo punto fu costretta a conoscere da vicino.

Pasanisi ci accompagna per le case e i quartieri di Dublino (fino a Bray, fuori città al mare) abitate via via dalla famiglia più che numerosa – il padre evidentemente non si limitava a bere ma metteva incinta la povera moglie a un ritmo forsennato – anche questo uno stigma per il futuro scrittore: una volta in Europa, fra Zurigo, Trieste e Parigi, cambiava abitazione come cambiava le camicie.

L’artista ribelle, cresciuto con quei “gentiluomini dell’educazione cattolica (…) ossessionati dall’erotismo” che erano i Gesuiti, ebbe modo di studiare al Belvedere College (Pasanisi consiglia di visitarlo) e poi di sentir vacillare la propria fece già a quattordici anni quando al Royal Canal una prostituta gli mise in subbuglio carne e spirito, prima di incontrare a Nassau Street, in pieno centro, la disinvolta quanto incolta cameriera che sarebbe diventata sua moglie (“Quand’è che scriverai qualcosa di leggibile?” gli ripeterà negli anni successivi, lei, Nora Barnacle, il modello necessario a fabbricare il personaggio di Molly che chiude l’Ulisse).

James la città la conosceva bene avendola spesso attraversata in lungo e in largo col padre. Per poi ripercorrerla nelle proprie opere, dai racconti dublinesi ai romanzi. Pasanisi dal canto suo ne ricostruisce l’intricata macchina di realtà e finzione, il rapporto non sempre facilmente districabile fra l’autore empirico e i suoi personaggi – emblematico il Leopold Bloom dell’opera maggiore.

Ci sono pub, locali, chiese, strade, la città che Pasanisi restituisce al lettore attraverso Joyce, un altro livello di lettura sopra quello di cui la scrittura letteraria non può e non deve fare a meno, l’intricato movimento di memoria, (re)invenzione, immaginazione. Come fanno altrimenti alcune città a farsi mito?

Michele Lupo

  • AA.VV.
    Berlino
    The Passenger
    Iperborea, 2019
    192 pagine, 19.50 €
  • Fabrizio Pasanisi
    A Dublino con James Joyce
    Giulio Perrone Editore, 2019
    206 pagine, 15 €
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