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Voi siete qui: Europa » Ultime ore ad Amsterdam prima del rientro in Italia

3 Giugno 2019

Ultime ore ad Amsterdam prima del rientro in Italia

Valichiamo un ponticello levatoio. Dopo un paio di isolati, svoltiamo a destra, nella Haarlemmer Dijk, più ampia e piena di sgargianti vetrine, con edifici di piacevole aspetto. Oltre il successivo, vasto canale, la via prende a chiamarsi Haarlemstraat. Sulla sinistra, l’insegna gotica della St. Antonia Meisjeschool, Anno 1893.

La St. Antonia Meisjeschool di Amsterdam

Ancora un naviglio, largo. Man mano che ci avviciniamo al centro, le persone in giro paiono aumentare. Un incrocio di ponti e di canali, da cui si vede, verso sinistra, la Stazione, ormai vicina. Bambini, accompagnati dalla maestra, ci passano accanto a bordo di carrelli elettrici, con la scritta PSO de Meeuw. Paiono navicelle azzurre.

Per pranzare torniamo al Wissenkerke, dove abbiamo cenato la prima sera. Ci sediamo a un tavolo del cortile, nel cono d’ombra del palazzo, accanto ai sedili bianchi disposti contro la parete. Arriva il titolare, che si ricorda non soltanto di noi, ma anche del mio nome (“How are you, Mr Marco?”) e persino del fatto che, la volta scorsa, volevo inizialmente scegliere un tipo di crocchette disponibili solo a mezzogiorno: “Now you can enjoy your croquettes…”. Ci chiede che giro abbiamo fatto, o se siamo rimasti ad Amsterdam tutto il tempo. Gli riassumo quanto abbiamo visto.

Ordiniamo: Zuppa di pomodoro, Amsterdamse Kalfscroquetten, ossia crocchette di vitello, Roast beef per Ester. Come birra, mi suggerisce la Uiltje Pineapple Weizen, prodotta ad Haarlem, delicatamente aromatizzata all’ananas. La trovo oggettivamente piacevole.

Al tavolo vicino, un uomo mi ricorda, anche nel modo di atteggiarsi, un ingegnere professionista di Tortona, ma meno alto e decisamente più anziano e grasso, con le guance cadenti, un po’ come Saddam Hussein. Indossa una camicia a righine bianche e azzurre, slacciata al collo. È in compagnia di due commensali: un uomo dall’aspetto germanico e una signora. Tutti e tre calzano scarpe eleganti, di qualità. Lei porta un tailleur nero coi pantaloni, capelli lisci a caschetto e occhiali da sole tirati sulla testa. Parlano olandese.

Ci vengono serviti i piatti. “Enjoy”, ci augura il gestore. La zuppa è sempre un piacere squisito. Le crocchette hanno la paprica nell’impanatura, che la rende rossa. Il ripieno, come sempre, è morbido e cremoso, delicatissimo.

Alle 14.00, risalendo sulla strada, il sole è potente. Vediamo il trattore col carro botte allontanarsi verso sinistra, dove siamo passati in bici. Evidentemente, ripete i suoi andirivieni più volte al giorno.

I bagagli li avevamo già preparati prima di uscire per il pranzo. Salutiamo la signora di colore addetta alla colazione, che a metà giornata si occupa di rifare le camere e che ci parla nuovamente in italiano. Riconsegniamo alla reception i tesserini magnetici apriporta. Ci dirigiamo verso la stazione. Entriamo allo SPAR per munirci di qualche provvista: bottigliette di acqua aromatizzata, una nuova tavoletta di fondente Tony’s chocolonely, un sacchetto di gocce di liquirizia Meenk – altra rinomata leccornia olandese.

Facciamo i biglietti e scendiamo ai binari. Manifesti pubblicizzano il romanzo di Saskia Noor “Stromboli”. Una storia d’amore, passionale e appassionante, su uno sfondo esotico, presumo.

Il convoglio si ferma. Prendiamo posto. L’aria condizionata ci pare molto spinta, venendo dal caldo di fuori. Però scopriamo che i servizi igienici, a bordo, ci sono.

Sovrastiamo lo stradello di polvere, fino all’area dello stretching. Sosta alla Centrale. Ripartiamo. La nave di Renzo Piano. La struttura Mediamatic, a ridosso della ferrovia. La sede del quotidiano Volkskrant. Quella di Het Parool. Quella di Trouw. Si direbbe che gli olandesi leggano molti giornali. Lo stadio dell’Ajax.

Per raggiungere le varie località, si seguono sempre le stesse dorsali ferroviarie. Forse per questo i treni riescono a essere così frequenti e le linee così ben servite.

Sull’ampio canale a sinistra, una lunga chiatta carica di cumuli nerastri.
Ci fermiamo a Utrecht Centraal: fin qui è il già visto, a partire da adesso no. Il paesaggio è tuttavia costituito sempre dagli stessi elementi: una pianura sconfinata di campi, pascoli e boschi. Filari di alberi. Aree urbanizzate, ma sempre immerse nel verde. Frutteti innaffiati a pioggia, con piccoli getti. Molte coltivazioni di mais. Procedendo verso Sud, i canali si fanno più radi.

Arriviamo alla stazione di S. Hertoghenbosch. Proseguiamo. Un grande vivaio a destra; un campo da tennis poco oltre, a sinistra, appena prima di Boxtel.

Nei sobborghi di Eindhoven, vediamo levarsi due grandi ciminiere. Centrali termoelettriche, probabilmente, anche in questo caso.

Attorno alla stazione, la città si presenta assai moderna. D’altronde, il suo sviluppo è recente, dovuto all’industria elettrica ed elettronica prima e alla ricerca sull’alta tecnologia poi, oltre che, chiaro, all’aeroporto di riferimento per i voli a basso costo.

Prendiamo l’autobus 401, che effettua servizio per il terminal, distante circa sei chilometri. Percorriamo quartieri residenziali dallo stile consueto, simili fra loro in tutto il Paese.

Superiamo i controlli, scrupolosissimi con ognuno. Scorgendo, ai raggi X, la macchina fotografica nello zaino di Ester, glielo fanno aprire per controllare di che si tratti. Diciamo che qui gli incaricati sono persone serie.

Facciamo un giro nell’area dello shopping, vasto spazio aperto suddiviso in rivendite da bassi separé, come un labirinto. Ci sono anche libri in inglese, ma nulla che mi possa interessare. Saliamo quindi nella zona di aspetto e si accomodiamo su un divanone bianco. Mi sdraio lungo una delle penisole a leggere un po’ di Bertolucci.

Verso sera, per sostituire la cena, ci prendiamo un frullato al bar, in fondo, prima dell’angolo dal quale si raggiungono i servizi. Una mezz’ora dopo, chiamano l’imbarco.

Partiamo. Durante il volo, sfoglio il taccuino, che ho riempito di annotazioni. Anche stavolta dispongo del materiale sufficiente per scrivere il nostro viaggio…

Trentatreesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalia:

L’insegna gotica della scuola in Haarlemstraat

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