Lasciato il Museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, pensiamo di andare adesso a vedere Delft, dove si possono ancora trovare scorci risalenti all’epoca del notissimo quadro di Vermeer.
Torniamo al vialetto solcato – in mezzo – dal naviglio e svoltiamo a sinistra. Poco dopo, la fascia verde termina. Il percorso si trasforma in un’arteria più tradizionale, anche se sempre orlata da alberelli. Ma, proseguendo, ecco che un nuovo canale ha inizio fra due ali di edifici accettabili per altezza e fattura, con filari di alberi più alti e rotaie del tram. Dopo un incrocio, ricompaiono le costruzioni da fantascienza, che in breve ci riconducono alla torretta gasometrica di fronte alla stazione.
La stazione di Delft
Arriviamo rapidamente a Delft. Saliamo due rampe di scale, fino al piano campagna. La volta del vastissimo atrio ha l’aspetto curvo di una rete penzolante da più sostegni. Vi è raffigurata, in grigio, la mappa storica della città. Pilastri a tozzo gambo di calice e muri sono invece fasciati da un mosaico di lucidi tasselli irregolari: bianchi, azzurro chiaro, azzurro scuro e blu notte.
Usciamo da una porta giratoria sul bordo netto di un canale. Ci voltiamo a guardare il corpo della stazione. Così squadrata e sfavillante di vetri, pare un’astronave cinematografica. È stata aperta al pubblico nel 2015, troviamo su Internet: quindi è ancor più recente della stazione di Rotterdam. A pochi passi, un ponticello ci fa varcare il naviglio. Attraversiamo anche la strada che costeggia la riva opposta e, guidati dal navigatore, iniziamo a camminare sul marciapiede, verso nord.

L’Institute for water education, sede UNESCO il cui esterno a nitidi tratti ortogonali si presenta arretrato rispetto al fronte degli altri edifici. All’altezza del primo ponticello a lieve schiena d’asino, col parapetto in ferro verniciato di bianco cui sono appesi vasi di fiori e incatenate biciclette, svoltiamo verso il centro storico, lungo un piccolo canale che corre fra basse case tradizionali e alberelli giovani.
Da qui in poi, la pavimentazione stradale è un continuo selciato di sampietrini rettangolari, disposti in linea o a spina di pesce. Sull’altra sponda, la fascia tricolore della Pizzeria Ristorante delicatesse Milan Ciao Ciao. Più che l’Italia, mi ricorda la sigla finale dei Teletubbies…
Arriviamo a un naviglio maggiore, trasversale. Sul ramo a destra del ponte, una chiatta azzurra con copertura di ombrelloni bianchi, ancorata alla riva, accoglie i tavoli della Ouzeri De Kleine Griek, che mi viene subito da ricondurre alla lingua d’origine: o mikrós Éllinas. Ester storce il naso di fronte alla mia pronuncia del greco moderno.
Zattere con tavolini di bar o ristoranti galleggiano anche nell’altra direzione, verso la quale proseguiamo. Banchine piene di biciclette parcheggiate. La calle, quasi veneziana non fosse per gli alberi, inquadra l’alto e massiccio campanile della chiesa protestante, parzialmente avvolto da impalcature velate di grigio fosco.

Arrivati al tempio, giriamo a destra, in un tratto invaso dalle terrazze di alcuni caffè, e raggiungiamo il canale parallelo, che bordeggiamo, tornando verso sud, per osservare le bancarelle di un mercato vario: stoffe, porcellane bianche e blu caratteristiche della città, bigiotteria, oggettistica vintage, borsette.
La casa di Vermeer
Svoltiamo ora a sinistra, passando fra l’esteso seppur basso chiosco in muratura di un bar-gastronomia e un banchetto su cui sono esposti quadri e libri. Lungo il bordo di un fossato che lambisce il piede a una sfilza di edifici in mattoni, ulteriori banchi, ombreggiati da tettucci, offrono manufatti artigianali, volumi eterogenei, articoli di modernariato. Compriamo un paio di orecchini in filigrana d’argento.
Di fronte al Vermeer centrum, le cui vetrine fanno pensare più che altro a un negozio di souvenirs tematici, scantoniamo nella brevissima via che ci conduce alla piazza principale. Visitiamo, all’angolo, la bottega di ceramiche House of Vermeer, nella casa che, secondo una lapide alta sul muro, sarebbe quella natale del pittore (van de schilder).
Cerchiamo fra i fittissimi articoli e acquistiamo la riproduzione, minuscola, di un gatto tigrato. È nostra abitudine riportare da ogni viaggio una statuetta di questo animale. La commessa o titolare ce la avvolge accuratamente nel cellophane imbottito e poi ce la infila in una busta di carta.
Il Municipio
Dalla cima di un piedistallo, domina lo slargo la statua in bronzo di Hugo Grotius, solenne signore barbuto e baffuto, paludato in un’abbondante tunica seicentesca, che regge fra le mani una penna d’oca e un grande volume, come i frati amanuensi di Umberto Eco. Alle sue spalle, enorme come un missile spaziale, la torre campanaria, la cui base occupa l’intera facciata gotica della Nieuwe Kerk.

Manca poco alle cinque. Tutti i monumenti e i negozi chiudono alle 17.30, come si desume dagli orari esposti. Per visitare la chiesa occorre pagare un biglietto, e noi non ne abbiamo voglia. All’altro capo della vasta piazza – circondata da edifici a due o tre piani scarsi – sorge l’elaborata mole del Municipio, sovrastata anch’essa da un tozzo campanile munito di orologio.
Attraversiamo lo spazio aperto e imbocchiamo il corto ma ampio passaggio che lo mette in comunicazione con la via laterale, lambita da un fosso analogo a quello costeggiato poco fa per vedere le bancarelle. Raffigurata nella pavimentazione utilizzando sampietrini di colori diversi, una rosa dei venti indica i quattro punti cardinali. Proseguiamo in direzione sudest e raggiungiamo l’origine di un piano cartesiano di strade alberate.
Tiriamo dritti lungo l’asse x, per visitare altre bancarelle: di fiori, frutta e verdura, stavolta. Al termine, una convergenza perpendicolare di canali. Seguiamo, per un tratto, quello di sinistra. Biciclette parcheggiate. Tavolini esterni di bar. Più avanti, prima dell’ennesimo ponticello dalla bianca ringhiera, una chiatta con altri tavoli. Anatidi pettoruti solcano il naviglio o indugiano sonnolenti sui mattoni della sponda.

Torniamo indietro lungo la fila parallela dei banchetti, che si susseguono lungo l’altro versante del viale. Qui osserviamo esposti generi alimentari (formaggi e conserve), cappelli, giocattoli. L’impianto stereofonico del negozio più prossimo diffonde la melodia scandita da una sorta di rapper Ghali, che canta però in olandese.
Svoltiamo nel viale ad angolo, pieno di biciclette e di tavolini. Sulla sinistra, la chiesa goticheggiante – ma con due torri campanarie gemelle, come nel barocco iberico – di Maria van Jasse, che dal nome suppongo di rito cattolico.
È il momento di una birra
Abbiamo sete e siamo un po’ stanchi. Ci attira, aperto in una facciata di mattoni disposta lungo la fila di edifici alla nostra destra, l’antro dall’ingresso tondeggiante della Bier Fabriek Delft. Si tratta, con ogni evidenza, di un antico magazzino. Pavimento di legno opaco. Pareti in vetusti laterizi. Volta di travetti e assi a vista, come nella stiva di un galeone. Tavolacci pure di legno, su cui fiammeggiano piccoli ceri – che brillano attraverso tondi contenitori di lucido metallo traforato – e si allargano manciate di arachidi, ancora da sgusciare.
Ci accomodiamo su sedie di legno scuro. Ester ordina la solita Coca light. Io provo a consultare la carta delle loro birre. In olandese non capisco nulla. Un po’ meglio con l’inglese. La PUUR, come il cioccolato fondente, “non pastorizzata e pertanto piena di aroma; non filtrata, così il lievito gustoso e i residui di proteine si mantengono”.
Le altre varietà hanno, curiosamente, nomi italiani: la BIANCO, la ROSSO, la NERO, che mi attira per le tonalità di sapore descritte: “A smooth beer with a small bitter; hints of chocolate and toast, with a soft bitterness at the end”. Il testo fiammingo, a dire il vero, non è qui del tutto astruso, e forse lo avrei intuito ugualmente: “hints van chocolade en toast, met een zacht bittere afdronk”. L’ultima parola, magari sbagliando, l’avrei tradotta “retrogusto”, ossia la sensazione che ti rimane in fondo alla lingua dopo aver deglutito la bevanda.
Ordino dunque la scura. Il titolare, alto e piuttosto atletico, me la serve in uno slanciato boccale da 30 cl. Buona, veramente. E le noccioline contribuiscono a esaltarne il bouquet. Mi si attiva, improvviso, un contatto di memoria. Racconto a Ester che una trentina di anni fa, quando frequentavo la birreria alessandrina ospitata nei locali dell’attuale ristorante Cappelverde, mi divertivo ad accendere a mo’ di piccole torce, accostandoli alla fiamma della candela posta sul tavolo, i gusci dei pistacchi serviti con le bevande.
A destra del bancone dal piano di legno, alcune pubblicità anglofone d’epoca, incorniciate, invitano a consumare birra. Un giovanotto ammicca: “This guy needs a beer”. Un boccale tracimante di schiuma: “Everyone needs something to believe in… I beleve I’ll have another beer”. Un gentleman brizzolato, in elegante tuxedo bianca, alza il bicchiere verso di noi: “Beer will change the world! I don’t know how, but it will”. In quest’altra, il bicchiere campeggia da solo: “No working during drinking hours”.

Un secondo signore, incravattato, molto somigliante al mio amico e collega patito del golf, brinda informandoci su “How to order your beer around the world”. Fotografiamo la locandina per ricordo, da mandare al collega.
Vado ai servizi, salendo una ripida scaletta in ferro, accanto al lungo banco a forma di Π. Dietro, un ampio spazio con allestimento e arredamento più moderni.
Mi sforzo di commentare in inglese, col gestore e la moglie, la qualità del loro prodotto, elogiandolo e aggiungendo che mi piacerebbe acquistarne qualche bottiglia, ma che non me le lascerebbero passare all’aeroporto. Chiedono di dove siamo, e quindi prendono a parlarci nella nostra lingua: infatti, lei è una compatriota, di nome Silvia. Ci dice che sa di questo divieto, ma che, se vogliamo, possiamo fare un’ordinazione per posta elettronica, e loro ci spediscono il pacco. Osservo che mi pare una buona idea. Annota l’indirizzo su un sottobicchiere e me lo porge.
Venticinquesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
Arrivando nel centro di Delft
Il mercatino sul canale
Il Municipio di Delft
Anatidi su un canale
Una vecchia réclame della birra