Diciannovesima parte del reportage di Marco Grassano sull’Olanda.
È l’una e mezza. Fa piuttosto caldo. Decidiamo di andare subito alla Sinagoga, che si trova a poche centinaia di metri e non fa pausa di chiusura. Attraversiamo l’incrocio di fianco della chiesa di Mosè e Aronne e quindi costeggiamo una piazza tagliata diagonalmente dai binari del tram. Una siepe di lavande. Una fila di bassi e tozzi ulivi in vaso. L’accesso al perimetro del tempio, interamente cintato da una costruzione a un piano in cui si aprono numerose finestre.

Varchiamo l’androne di ingresso. Sulla sinistra, la biglietteria. Il tagliando che ci consegnano permette di vedere la Sinagoga, il Museo dell’Olocausto e il vicino Memoriale, il Museo Storico ebraico e il Museo dei bambini. Acquisto, per un euro, un bell’opuscolo illustrativo bilingue. Ci viene fornita un’audioguida in italiano, che si aziona puntando l’apparecchietto, come un telecomando, sull’indicatore numerico della sezione di volta in volta visitata.
Inscritto in aurei caratteri ebraici sull’architrave del portale, il versetto dei Salmi (5:8) ritualmente recitato dai fedeli sefarditi prima di varcare la soglia del Tempio: “Io, per la grandezza della Tua benignità, entrerò nella Tua casa”.
Il cortile
Noi, però, non ci entriamo ancora: facciamo prima il giro del cortile. L’ex sede del rabbinato. La stanza dove si piangevano i defunti. Il vano in cui lavarsi le mani prima delle funzioni religiose. Il locale per la custodia delle candele votive. I contrafforti (steunberen, in olandese) che ornano il retro della Sinagoga, a imitazione di Gerusalemme. La sukkah, o cabana: una camera dove sono disposti numerosi sedili, utilizzati, durante la Festa delle Capanne (Sukkot), per le cene liturgiche; le pareti sono coperte di disegni colorati; il soffitto, di rade canne, consente di scorgere le stelle, con la sensazione di trovarsi all’aria aperta (come avvenne, anticamente, ai Padri rifugiatisi nel deserto al séguito di Mosè) e di percepire la protezione di Dio.
Durante questo percorso informativo, la mia tristezza inizia a sciogliersi in commozione, di fronte alle sofferenze del popolo giudaico e alla sua tenacia nel conservare la propria identità.
La galleria delle donne
Saliamo due rampe di scale. L’alta galleria riservata alle donne, illuminata da ampi finestroni e chiusa, verso l’interno, da una griglia di legno. Inizialmente, le signore benestanti vi si recavano in abiti sfarzosi, che occupavano molto spazio, dopo aver inviato le domestiche a prendere il posto. Poi entrambe le prassi, scorrette nei confronti delle altre fedeli, furono vietate. Nell’angolo di fondo, una scala, dissimulata da pannelli, conduce al sottotetto: lassù furono nascosti, durante la guerra, gli oggetti cultuali preziosi e i testi sacri.

La mikvah, stanza da bagno per le abluzioni purificatorie dopo il parto e il mestruo, ancora parzialmente in uso. L’archivio-segreteria. Le cucine. L’audioguida ci racconta che le ricette tradizionali sefardite si erano perse, rimpiazzate da quelli askenazite. Di recente, però, hanno ritrovato un ricettario di inizio Novecento, che ne contiene ancora molte. Tra esse, l’arroz de pato, che si preparava in occasione di Hanukkah – la Festività delle Luci, celebrata a dicembre. Questo succulento riso all’anatra ricordo di averlo mangiato a Lisbona, in una tasca dalle parti della chiesa di S. Miguel, nell’Alfama, un giorno uggioso di fine 1996.
Ad ascoltarla bene, la voce femminile nelle cuffie tradisce un lievissimo accento romanesco: presumo appartenga a qualche componente della comunità israelitica laziale, prestatosi per la registrazione. Pronuncia all’italiana tutte le parole o espressioni portoghesi inserite nel commento (esnoga, cabana, pasteis, bolos, arroz de pato…), diventate comuni fra gli ebrei di Amsterdam per il gran numero di confratelli provenienti dalla Penisola Iberica, sfuggiti, dopo la fine del Quattrocento, alle persecuzioni religiose cattoliche. Mi chiedo se lungo le straducole all’epoca avvolte qui attorno fervesse la medesima animazione che illumina il quartiere natale di Elias Canetti nei primi capitoli di “La lingua salvata”.
La mahamad o Sala del Consiglio: sedie massicce disposte attorno a un ampio tappeto rosso nel cui centro è ricamata la Fenice, antico simbolo della Congregazione; specchio e lampadario dorati; quadri raffiguranti l’Esnoga lungo i secoli.
La Sinagoga invernale
L’ambiente successivo, dalle pareti rivestite in legno turchese, ospita la “Sinagoga invernale”. Inizialmente, questa era la medras (aula) della scuola sefardita, ma, col venir meno dei corsi, si è passati a utilizzarla, durante i mesi più freddi, per le funzioni religiose. Ora l’attività didattica è ricominciata: c’è di nuovo un maestro, e alcuni bambini frequentano le lezioni. Appesi in cornice, elenchi (pautas) dei preteriti allievi, tutti coi doppi cognomi portoghesi. In Olanda, la legge ammette un solo nome di famiglia, spiega la guida, ma, per loro, poterne esibire vari era segno di nobiltà. Rido, con Ester, ricordando come abbiamo chiamato una delle nostre gatte: Siami de Oliveira Almeida da Silva.

Attigua alla scuola – senza, però, che i visitatori possano accedervi liberamente, considerato il valore di libri, stampe e manoscritti conservati sotto la tutela della Legge olandese – è la biblioteca (libraria) Ets Haim-Montesinos. L’espressione semitica vuol dire “albero della vita”; ad essa è abbinato il cognome del responsabile che, a fine Ottocento, devolvette la sua collezione personale. Si tratta della più antica biblioteca ebraica tuttora in funzione.
I volumi ammontano a molte migliaia, di carattere sacro ma anche no, come la traduzione in spagnolo dell’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, e sono impreziositi da belle rilegature. L’attuale preposto, un volontario che di lavoro fa l’infermiere per anziani, ha rilevato un’analogia fra la fragilità delle vecchie carte e quella delle vecchie persone.
Una rampa di gradini si inabissa verso lo scantinato. La scendiamo. Nella stanza introduttiva, dove sono disposti vari sedili, si proietta un suggestivo video sulla storia della Comunità ebraica di Amsterdam e sull’importanza simbolica delle luci e delle candele. Attivando la guida, è possibile seguire l’audio del filmato nella lingua prescelta.
Gli altri locali contengono, esposti entro vetrine o teche di varia dimensione, libri di preghiera, indumenti e attrezzi ancora utilizzati per le cerimonie religiose, ad esempio durante il Bar mitzvah dei ragazzi. Fitto vasellame di lucenti metalli preziosi. Alcuni ponteiros, ossia bastoncini che terminano in piccole mani d’argento, oro e diamanti, con l’indice teso: servono ad aprire e sfogliare la Torah senza toccarne le sacre pagine. Paramenti che un’addetta, anch’essa volontaria, mantiene in efficienza, rimuovendovi, dopo ogni utilizzo, le tracce del sego gocciolato dalle candele.
La Sinagoga
Terminato il periplo, entriamo nel corpo principale della Sinagoga. La corona di enormi finestre soffonde una luce ferma, dorata. Alcuni visitatori si aggirano con attenta lentezza. Mi emoziona pensare che Baruch Spinoza (mia figlia lo ha da poco studiato a scuola) avesse frequentato questi luoghi prima di essere “bandito e separato dalla Nazione d’Israele in conseguenza della scomunica” pronunciata per “le orribili eresie che egli sosteneva e insegnava e le azioni mostruose che commetteva”. Ossia, per la colpa imperdonabile di essere razionalista.

La nostra voce romana ci spiega, via via, la funzione delle varie parti. A lato dell’ingresso, la Teba, piattaforma balaustrata da dove il cantore guida la funzione. In fondo, l’Hechal, struttura a pannelli e colonne di legno con ornamenti di cuoio e d’oro, nella quale sono custoditi i rotoli della Torah. Su entrambi gli scudi laterali a protezione dei Dieci Comandamenti, il versetto di Malachia (4:4) “Ricordatevi della Legge di Moise, mio servidore, al quale ordinai in Horeb statuti”.
La Ner tamid, lampada perennemente accesa. I due divani su cui siedono i membri della congregazione chiamati a salmodiare i testi sacri. La Chuppah, baldacchino al riparo del quale si celebrano i matrimoni: che possono anche tenersi fuori Sinagoga, purché sotto questo telo. La parte volutamente non finita, per commemorare la distruzione del Tempio di Gerusalemme. I palchi destinati ai Presidenti e alle autorità statali in visita, mentre il Sindaco siede nei banchi degli amministratori.
Le gavetas (ulteriore termine portoghese): scanni riservati ai singoli fedeli, ognuno con un cassetto in cui custodire il libro di orazioni e lo scialle per la preghiera. Gli stalli del coro. Ci viene data notizia dei vari canti, in particolare di uno, composto da un congregato per mettere in musica versetti liturgici. Mi viene in mente la canzone di Leonard Cohen “Who by fire”, nata allo stesso modo.
Restituiamo, ringraziando, gli apparecchietti alla biglietteria e usciamo dall’area.
Diciannovesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
Il portale della Sinagoga
La galleria delle donne
La Sinagoga invernale
L’interno della Sinagoga