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Voi siete qui: Teatro & Cinema » Moni Ovadia in “Dio ride. Nish Koshe” al Piccolo di Milano

4 Ottobre 2018

Moni Ovadia in “Dio ride. Nish Koshe” al Piccolo di Milano

Moni Ovadia in "Dio ride. Nish Koshe" al Piccolo Teatro di Milano - foto di Umberto FavrettoDal 2 al 14 ottobre il Piccolo Teatro Grassi di Milano propone lo spettacolo “Dio ride. Nish Koshe” di e con Moni Ovadia, che condivide la scena con la Moni Ovadia Stage Orchestra, composta da Maurizio Dehò, Luca Garlaschelli, Albert Florian Mihai, Paolo Rocca e Marian Serban.

Non si tratta di un semplice “accompagnamento” dal vivo: la musica ha la stessa dignità della parola. Contribuisce a ricreare le atmosfere evocate dall’attore, qui – come già altre volte – anche regista. Poche note e gli spettatori già volano con la mente alle città mitteleuropee di fine Ottocento.

Le immagini proiettate sullo schermo (le scene, i costumi e l’elaborazione delle immagini sono curati da Elisa Savi) mostrano i muri di Israele: quello del Pianto e quello costruito per difendere il “ghetto della prepotenza”. Come ha fatto Israele a ridursi così?! È l’inizio di una filippica dai toni molto duri (non sono mancate le polemiche in questi giorni per l’intervista pubblicata dal Corriere della Sera) che contrappone gli splendori dell’esilio al buio del nazionalismo più gretto.

Ma per fortuna lo spettacolo è molto di più. Moni Ovadia balla e canta, racconta a modo suo, mescolando riflessioni profonde a battute non meno penetranti (la battuta è anzi il fulmine che colpisce al nucleo, con precisione millimetrica, altro che i missili di Tsahal). Libero come un rabbino di Chagall, Moni si muove nel tempo e nello spazio.

Moni Ovadia in "Dio ride. Nish Koshe" al Piccolo Teatro Grassi di Milano - foto di Umberto FavrettoInvece di ancorarsi alla terra – gli alberi hanno le radici, ricordava Gad Lerner nel suo bel libro “Scintille”; gli uomini, per fortuna, hanno le gambe – che peraltro non gli appartiene, perché essa appartiene solo all’Altissimo, il popolo ebraico, attraverso l’esilio ha sperimentato la libertà nella schiavitù, se possiamo ricorrere a questa formula paradossale.

Sua patria mobile è stata la Torah. E qui mi tornavano in mente le dense pagine del saggio “Terra e redenzione” di Renzo Guolo, studiato molti anni fa all’università.

Altri sono i riferimenti di Ovadia: dai classici del Hassidismo a Levinas, passando per Zavattini, intrecciati tra le note dei bravissimi musicisti. Così si passa dal monito divino “Lech lechà” (“vattene”), all’elogio dello shabbat, giorno in cui non è consentito produrre né consumare, da investire nelle cose che veramente contano nella vita, a cominciare dal coltivare i rapporti con la famiglia e il partner.

Con la sua consueta ironia Ovadia racconta storielle e barzellette sul Messia, si concentra sull’elezione “per sfiga” e ripercorre le tappe della storia del popolo ebraico, talmente raffazzonato e stupido da chiedere – anzi, esigere – al Sommo un re, per ritrovarsi con quel paranoico di Saul che sarebbe stato un paziente da manuale per il dottor Freud.

La storiella della fetta di pane caduta per terra dalla parte NON imburrata è quella che Moni ha raccontato, tra le altre volte, in occasione delle esequie di Umberto Eco al Castello Sforzesco. Nello spettacolo rende omaggio al maestro, di cui godeva l’amicizia.

Parole e note allietano, in altri momenti incupiscono, ma sempre fanno pensare. Come un antico profeta (non paia azzardato né tanto meno blasfemo il paragone), Ovadia non parla del futuro: richiama l’attenzione sul presente e chiama col loro nome cose che gli altri evitano di nominare o vedere.

Per quanto riguarda il valore della tradizione, andrebbero bene le parole che il Gran Lama riferisce al protagonista di “Orizzonte perduto” di James Hilton, tradotto in italiano da Sellerio:

“Ma è tradizione nostra, se posso permettermi il paradosso, di non essere mai schiavi della tradizione. Niente di rigido, niente regole inflessibili. Facciamo ciò che ci sembra giusto, guidati un poco dall’esempio del passato, ma più ancora dalla nostra presente saggezza e dalla chiaroveggenza nell’avvenire”.
Saul Stucchi
Foto di Umberto Favretto

Dal 2 al 14 ottobre 2018

Dio ride
Nish Koshe

  • di e con Moni Ovadia
  • e con le musiche dal vivo della Moni Ovadia Stage Orchestra: Maurizio Dehò, Luca Garlaschelli, Albert Florian Mihai, Paolo Rocca, Marian Serban
  • luci Cesare Agoni, Sergio Martinelli
  • scene, costumi ed elaborazione immagini Elisa Savi, progetto audio Mauro Pagiaro
  • regia Moni Ovadia

Orari: martedì, giovedì e sabato ore 19.30; mercoledì e venerdì ore 20.30; domenica ore 16. Lunedì riposo
Biglietti: platea 33 €, balconata 26 €
Durata: 100 minuti senza intervallo

Piccolo Teatro Grassi
via Rovello 2
Milano

Informazioni: www.piccoloteatro.org

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