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Voi siete qui: Europa » Visita alla Riserva Naturale delle dune di São Jacinto ad Aveiro

6 Maggio 2018

Visita alla Riserva Naturale delle dune di São Jacinto ad Aveiro

Con la quarta parte si conclude l’appendice del reportage di Marco Grassano su Porto dedicata alla città di Aveiro.

La spiaggia e le dune consolidate dall'Ammofila nella riserva naturale di Sao Jacinto ad Aveiro, in PortogalloIl passo sostenuto ci riscalda, al punto di farci sfilare i maglioncini. Raggiungiamo una coppia portoghese un po’ più anziana di me, adeguatamente abbigliata per l’escursione e munita di binocolo e macchina fotografica. Scambiamo qualche rapida parola di presentazione. Proseguiamo in gruppo, mentre la vegetazione si fa meno folta, fino alla rampa d’accesso della passerella su palafitta che conduce alla spiaggia consentendo di osservare le dune senza calpestarle e danneggiarne il delicatissimo equilibrio.

Ester e io ci saliamo. Le associazioni vegetali ricordano il tombolo maremmano o le dune della Camargue, perché molte delle specie presenti sono le stesse. Per esempio, in tutti e tre i casi è l’Ammofila arenaria (Estorno in portoghese, Oyat in francese) a consolidare i cumuli di sabbia più esposti al vento.

[adsense-inarticle] Ricordo la frase che avevo sottolineato in un manualetto sulla flora camarghese: “Non è la duna che permette l’insediamento delle piante, ma sono le piante che fabbricano la duna”. Anche la zona interdunale, sebbene qui più ampia e accidentata, ricalca il progressivo passaggio al pineto che si registra in Maremma.

Arriviamo alla pedana conclusiva, piantonata lateralmente da due inequivocabili tavolette di legno, in cui la scritta bianca Acesso interdito e la figura di un omino sbarrata di rosso avvertono perentorie che non si può proseguire. Su tutte le creste delle dune primarie attorno a noi, cespi scarmigliati di Ammofila. L’oceano si distende in un pesante colore tra livido-verdastro e piombo fuso, orlato, sulla battigia, da brandelli di spuma bianchiccia. Il cielo è di un grigio appena più chiaro. Non si scorgono, da nessuna parte, uccelli in volo.

Annotiamo, passando, le essenze repertoriate nelle usuali targhette verdi: Cordeiro da praia (Otanthus maritimus: Santolina delle spiagge); Couve marítima (Calystegia soldanella: Vilucchio marittimo); Cardo marítimo (Eryngium maritimum: Alcatrèppola marina o Eringio marino); Eruca marítima (Cakile maritima: Ravastrello); Narciso das areias (Pancratium maritimum: Giglio di mare, “il tirreno fior che ha il greco nome del doppio ludo” dell’Alcyone dannunziano); Madorneira (Artemisia campestris: Assenzio di campo); Morganheira das praias (Euphorbia paralias: Euforbia marittima); Granza da praia (Crucianella maritima: Crucianella costiera).

Riguadagnato il percorso ad anello, continuiamo verso la pateira, o “paperaia”, stagno aperto, negli anni Ottanta, per recuperare una zona colpita da un incendio. Sulla sponda orientale sorge una struttura di assi marroni da cui osservare i volatili senza disturbarli. All’inizio dei gradini di terra che conducono all’ingresso, l’intimazione, tracciata a lettere bianche, Silêncio absoluto.

All’interno ritroviamo la coppia di portoghesi intenta a fotografare, con un potente obiettivo, gli anatidi che galleggiano a decine, indolenti o tristi, nell’articolato specchio d’acqua, ricco di vegetazione. Da questa distanza, e senza strumenti ottici, non siamo in grado di determinarne con esattezza la specie.

Anatidi nello stagno della Riserva Naturale delle dune di São Jacinto ad AveiroUn tabellone illustrato elenca tuttavia gli uccelli che frequentano lo stagno: Pato-real (Anas platyrrhyncos: Germano reale); Marrequinha (Anas crecca: Alzavola comune); Piadeira (Anas penelope: Fischione; in greco, però, secondo il vocabolario Rocci, Penelops indicava altri anseriformi, come la Querquedula o l’Anatra mandarina); Pato-negro (Melanitta nigra: Orchetto marino); occasionalmente, il Pato-de-bico-vermelho (Netta rufina: Fistione turco), l’Arrábio (Anas acuta: Codone comune), lo Zarro-comum (Aythya ferina: Moriglione) e lo Zarro-castanho (Aythya nyroca: Moretta tabaccata); vi dimorano anche non anatidi, come la Garça-branca (Egretta garzetta) o la Garça-cinzenta (Ardea cinerea: Airone cinerino), che oggi qui non si vedono, ma che ho trovato diffusi in Maremma e in Camargue, e che si possono osservare al mio paese, dove il Tanaro confluisce in Po.

Salutati con un cenno i due naturalisti, riprendiamo il cammino in direzione Sud, per tornare, seguendo un percorso diverso, al Punto di Accoglienza. Incroci di sentieri; a dirimerli, frecce rosse, azzurre o verdi. Altri passeggiatori portoghesi, giovani e flemmatici. Attraversiamo penombre di bosco del tutto simili a quelle già viste.

Fra due tronchi ingrommati di muschio, la bacheca “H” mostra quali uccelli insettivori contribuiscano a mantenere in salute gli alberi: Chapim-de-poupa (Parus cristatus: Cincia del ciuffo); Chapim-preto (Parus ater: Cincia mora); Chapim-real (Parus major: Cinciallegra); Chapim-azul (Parus caeruleus: Cinciarella); Trepadeira (Certhia brachydactyla: Rampichino comune); Pica-pau-verde (Picus viridis: Picchio verde); Alvéloa-branca (Motacilla alba: Ballerina bianca); Pica-pau-malhado-grande (Dendrocopus major: Picchio rosso maggiore).

Non ne vediamo neppure uno; forse questo tempo letargico li induce a rimanere accoccolati nei nidi, ma poco male, sono specie comuni anche da noi. Rientrati alla guardiola, facciamo notare alla funzionaria capoverdiana che in effetti ci abbiamo impiegato solo due ore e un quarto, includendo le soste per fotografare e per prendere appunti. È ora in compagnia di un’altra donna – bianca – più o meno della stessa età, il cui accento rustico fatico un po’ a comprendere. Penso sia l’addetta alle pulizie.

Dopo un passaggio nei bagni, dissimulati in un capanno fra gli alberi, ci accommiatiamo e rifacciamo la strada per il paese. All’altezza dei primi isolati, un grosso cane scuro – non sappiamo se randagio o proveniente da una delle abitazioni – cammina stordito in mezzo alla carreggiata, col rischio di venire investito dalle macchine, che infatti rallentano e sterzano per evitarlo. Cerchiamo di scacciarlo a bordo strada, ma ostinatamente ritorna sulla linea di mezzeria. Ci rinunciamo.

Il traghetto non c’è ancora, la partenza è prevista per le cinque e un quarto. Entriamo a prendere da bere nel vicino bar Gato preto, il “gatto nero”, piastrellato fuori con (cattivo) gusto anni Ottanta e arredato all’interno con mediocrità suburbana. Il tempo si è intanto alleggerito, un pallido sole trapela dalle nuvole. Ci sediamo, in attesa, dando le spalle al piccolo campo giochi ricavato fra il pontile e l’ingresso della base militare: Paraquedistas Rt 10, ossia, presumo, “Decimo Reggimento Paracadutisti”.

Due bimbetti che parlano inglese si cimentano con l’altalena e lo scivolo, sorvegliati dai biondi genitori. Di fronte a noi, una fila compatta di edifici a due piani – case, un altro bar, negozi – fronteggia il lungolaguna. Mi ci dirigo, per gettare nei cestini della raccolta differenziata le bottigliette d’acqua e la scatolina delle gomme da masticare. Una volta sbarcati aspettiamo l’autobus accanto a una grande pensilina con posti a sedere, chiusa da vetri.

Alla rotonda di Praça Humberto Delgado, la vettura piega a sinistra per percorrere l’intera Avenida Lourenço Peixoto. Il conducente mi chiede dove andiamo e io rispondo, cercando di nasalizzare correttamente la parola, “à Estação”, alla Stazione. Giunto quasi alla fine del viale, svolta destra e si arresta, subito dopo, al capolinea, di fronte al centro sociale con le scritte futuriste.

Il treno partirà alle 18.19, fra una ventina di minuti. Facciamo tappa fra i tavolini marroni – quadrati, moderni, disposti lungo un sedile a parete in finta pelle – dell’insignificante caffetteria, dove ci serve, al banco, una graziosa ragazza castana, col berretto a visiera. Una sosta anche nei bagni, bianchi e impeccabili. L’altoparlante vi diffonde un toccante fado universitario, del quale conoscevo qualche verso e che mi trattengo ad ascoltare interamente:

Coimbra ha più incanto nell’ora del commiato, che le lacrime del mio pianto sono la luce che le dà vita; magari potessi essere contento, ingannare il mio dolore, ma la nostalgia non mente, se è autentico l’amore; non cercare di ingannarmi con la tua bellezza, che più in là del chiar di luna c’è sempre una notte scura.

Il vagone è pieno di ragazze che tornano in città. Al mio fianco, una di loro legge il romanzo di José Rodrigues dos Santos As flores de lotus. Spiego a Ester che si tratta del mezzobusto che presenta il telegiornale della sera. Verifichiamo su Internet la trama: una saga famigliare attraverso le grandi vicende e le ideologie del Novecento. Su uno dei sedili alla mia sinistra, un’altra ragazza sta leggendo invece A morte em Viena, di Daniel Silva, vicenda spionistica architettata da uno scrittore nordamericano lusodiscendente.

I rabelos e la Ribeira di Porto dall'alto del ponteDi nuovo, camminare lungo le vie di Porto ci offre il piacere sereno della ritrovata familiarità. Torniamo a cenare al Baju, comodo e allettante. Il cameriere mi riconosce subito, con un sorriso: “Ah, é o senhor que fala português…”. Ordiniamo zuppa di verdure per entrambi. Mia figlia si prende poi un’insalatona della casa, e io un sostanzioso arroz de cabidela, riso che si dimostra arricchito non solo da frattaglie ma anche da altre parti più nobili del pollo, come la coscia e il petto. Mi concedo, per finire, la mousse di cioccolato. Per bere, un’aromatica Super Bock scura. Conto sempre amico: 21 euro e 90.

Rivedendo la foto sulla parete del locale di fronte al banco, ci invogliamo a scattare a nostra volta qualche notturno. Il largo della Stazione si schiude come uno scrigno colmo d’oro e d’argento; il fiume, alla Ribeira, scorre in un liquido tremolio di luci colorate. Saliamo sul ponte, al livello superiore, e lo percorriamo tutto.

La banchina di Gaia pare una collana di gioielli in un lungo astuccio di velluto nero; i finestrini delle motonavi, illuminati dall’interno, rifulgono come fiammelle; i rabelos, distesi in fila nella penombra, fanno pensare ad animali addormentati; la Ribeira, da qui, è un lingotto ardente…
Ventinovesima parte – Continua.
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalie:

  • La spiaggia e le dune consolidate dall’Ammofila
  • Anatidi nello stagno
  • I rabelos e la Ribeira dall’alto del ponte
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