Deve essere stato un sacrificio per lui non dirlo in latino: “sinite parvulos ad me venire”. Mauro Di Vito si è “limitato” all’italiano rivolgendosi al gruppetto di visitatori che avevano appena superato l’ultima barriera prima di giungere all’agognata meta. “Lasciate che i bambini vengano davanti” è risuonato il suo invito dal chiaro sapore evangelico, mentre faceva un ampio gesto con la mano per indicare lo spazio di fronte all’Adorazione dei pastori di Georges de La Tour, esposto insieme al San Giuseppe falegname nella sala Alessi di Palazzo Marino a Milano. E io con loro ho assistito alla sua “lezione”, nella quale in poche, sapide, pennellate ha rievocato la Lorena del XVII secolo, devastata dalla Guerra dei Trenta Anni, come sfondo alla vita e all’opera del pittore francese.

Stringendo sul quadro si è concentrato per prima cosa sul personaggio non canonico della donna accanto a San Giuseppe, nel quale qualche critico ha proposto di vedere la figura di una fantesca, ipotesi però smentita dall’eleganza dell’abito. Si tratta invece di una levatrice, come dimostra Annarita Franza, storica della medicina, nel saggio a catalogo (edito da Skira) dedicato alla fasciatura che stringe il Bambino, eseguita “seguendo il metodo tessalico”. La donna tiene tra le mani una dialora: “una scodella da puerpera in coccio, stoviglia caratteristica delle donne che hanno partorito il loro primogenito” al cui interno ci sarà un buon brodo caldo di vitello o di gallina. L’ostetrica ha anche il compito di testimoniare col suo sapere scientifico la verginità di Maria dopo il parto, a conferma del dogma a cui la Chiesa della Controriforma teneva molto.

Il Bambinello è un magnete che attrae verso il semicerchio magico di personaggi che gli fanno da corona. A favore dell’attento uditorio il giovane professore riassume il contenuto del saggio che ha scritto per il catalogo. Seguendo le regole della fisiognomica di Giovan Battista Della Porta, “filosofo naturale napoletano di fama europea, e assai noto anche in Francia”, Di Vito riconosce nei personaggi raffigurati i pianeti disposti attorno al sole (il Bambino dal volto tondo e raggiante). La Madonna è la Luna, il pastore al suo fianco Marte, l’uomo col cappello Giove, la levatrice Venere, mentre San Giuseppe rappresenterebbe Saturno. Manca invece Mercurio il cui ruolo Di Vito propone di assegnare all’artista stesso, messaggero divino in quanto autore di questa Adorazione.
Incalza il gruppo successivo e così passiamo alla seconda opera in mostra. “Ora farò necessariamente della macelleria concettuale” finge di giustificarsi mentre cita Lutero e Max Weber. Parla del “background francescano” del quadro e richiama l’attenzione sulla modestia con cui il padre putativo di Gesù affronta il proprio lavoro e sulla disposizione a T del succhiello (“l’antenato del trapano”, chiosa) che evoca la croce morendo sulla quale il Figlio redimerà il genere umano. Il Bambino è lì accanto, paffuto e quasi femmineo, mentre regge una candela di sego, umile grasso animale che “oggi non usiamo più perché spande una puzza da barbecue d’agosto”, dice sorridendo. I visitatori si congedano ringraziandolo per la guida e noi due, rimasti soli, usciamo da Palazzo Maurino (come l’ha ribattezzato scherzosamente su Facebook).
Per il secondo almuerzo con ALIBI (il primo lo trovate qui), Mauro sceglie il ristorante Al Cantinone che raggiungiamo attraversando Piazza San Fedele (ho giusto il tempo di dare un’occhiata alla facciata della chiesa dei Gesuiti e ricordare la passeggiata “spagnola” col professor Pozzoni). Il locale è pieno per il pranzo, ma riusciamo a trovare un tavolino da due che pochi minuti dopo condivideremo con una sua conoscenza: un gallerista inglese di nome Thomas (ma lui avrà la flemma britannica di non offendersi se per un paio di volte lo chiamerete Peter…). Dimentichi della dialora e del brodo di carne ricostituente, Mauro opta per un hamburger con contorno di verdure (zucchine, peperoni e melanzane), mentre io scelgo la pasta pasticciata, a cui entrambi abbiniamo mezzo litro di acqua naturale.

Mi racconta che la mostra sta andando molto bene, nonostante de La Tour sia un pittore poco noto in Italia (per usare un eufemismo) e svela che il suo saggio è dedicato ad Andrea Zanzotto perché il poeta è morto il giorno stesso in cui lui ne ha terminato la stesura. Rievoca poi la collaborazione con Carolyn C. Wilson che lui stesso ha invitato ad approfondire il tema della devozione verso San Giuseppe.

Beviamo il caffè direttamente al banco, lui macchiato, io e Thomas normale. Qui polemizza con la critica “aprioristica” che certi suoi colleghi affermati rivolgono alle mostre che ottengono un buon successo di pubblico, come quella verso cui ritorniamo. Fuori Palazzo Marino c’è ancora qualche minuto per una sigaretta (per loro due), un viaggio lampo a Malta (“ci diamo appuntamento lì per il prossimo maggio?”, propongo di slancio, ottenendo un’occhiata interrogativa come risposta da Thomas, che non è rimasto entusiasta dalla sua precedente visita dell’isola) e per lo svelamento di una piccola scoperta riguardante un autoritratto di Hieronymus Bosch. Ma questa è tutta un’altra storia, di cui chiederò conto a Mauro al prossimo almuerzo.
Saul Stucchi

Ristorante Al cantinone
Via dell’Agnello 19
Milano
Tel. 02.863015
www.alcantinone.it
La recensione del caffè è su Tazzine d’Italia
DIDASCALIA:
Georges de La Tour (1593-1652)
L’adorazione dei pastori
RMN-S-AA9701-6088
(C) RMN / Gérard Blot
Georges de La Tour a Milano
L’adorazione dei pastori e San Giuseppe falegname
Palazzo Marino
Piazza della Scala 2
Milano
Fino all’8 gennaio 2012
Ingresso libero
Informazioni: tel. 800.14.96.17 (numero verde gratuito)
Orari di apertura: tutti i giorni 9.30-19.30 (ultimo ingresso ore 19.00)
Giovedì e sabato 9.30-22.30 (ultimo ingresso ore 22.00)
Catalogo: Skira