A passeggio per Rotterdam
Torniamo sulla Stationsplein. Attraversiamo, seguendo le strisce pedonali, un ampio viale di alberelli. Una torretta di metallo, a foggia di gasometro. Proseguiamo lungo il marciapiede, ai piedi di edifici da fantascienza nipponica. A un angolo di via, il vasto ristorante del gruppo britannico Jamie Oliver’s Diner ci fa sorridere, esibendo il nome del papà delle nostre gatte.
Superiamo una titanica rotonda, munita di fontana centrale, e proseguiamo. Arriviamo a una strana struttura di ferro: colonne e putrelle color minio, richiamanti in parte i tratti di una chiesa neoclassica e in parte quelli di una gloriette – inutilizzabile, però, data la collocazione a bordo strada. All’interno, alcune sculture sorrette da piedistalli. Un monumento a chissà cosa, deduco.
Pieghiamo leggermente a destra, in un viale ancora più largo. Un naviglio bagna le fondamenta di un condominio rosso-blu, disposto a schiera arcuata per assecondare la curva della sponda. Flettiamo ancora verso destra. Siamo diretti a un gruppo di “case tipiche”, che la guida consiglia di vedere. I palazzi, in questo tratto, ricordano l’intenso sviluppo urbano delle nostre metropoli del Nord, negli anni Sessanta. L’incomprensibile insegna rossa, lunga sei vetrine, NEDERLANDSE KAPPERSAKADEMIE. Profusione di biciclette parcheggiate.

Alla fine della via, ecco che ci ritroviamo davanti il blocco edilizio costituito da una fungaia rigorosamente geometrica di cubi gialli, grigi e bianchi, disposti in equilibrio su uno degli spigoli e sostenuti da una base a loggia che scavalca carreggiata stradale e binari del tram. In testa al gruppo di costruzioni, un palazzo a forma di appuntita torre esagonale, come una matita molto tozza. Probabilmente, la nostra guida intendeva affermare che queste case sono rappresentative delle nuove concezioni architettoniche.
Entriamo nel complesso, salendo alcuni tratti di gradinata. Riprodotte in nero su targhe gialle, frasi, per noi indecifrabili, di Piet Blom, che presumo sia il progettista dell’opera. Slarghi e passaggi coperti, come nei paesini dell’estremo ponente ligure, ma seguendo linee e utilizzando materie d’avanguardia. Nella piazzola centrale, palmette e ulivetti in vaso, assieme ad altre piante più piccole. Attività artigianali-commerciali insinuate in ogni angolo o rampa o ripiano, e segnalate da frecce indicatrici. Curiosiamo in alcune, piene di visitatori multietnici.
Verso il fiume
Scendiamo ora verso il fiume, sfiorando la terrazza di un bar e, subito dopo, alcuni natanti ormeggiati in una darsena. Imbarcazioni anche nella darsena sul lato opposto. Qualche edificio, in questo angolo, sembra mostrare una fattura più caratteristica, non sappiamo se originale.

Ci affacciamo al corso d’acqua. Sulla nostra sinistra, un ponte a tiranti, che però non è l’Erasmusbrug segnalato dalla guida. Proseguiamo dunque nell’altro senso. Fatti pochi metri, scorgiamo, in effetti, il nuovo ponte, simile a un’arpa eolia, e gli edifici squadratissimi incombenti sulla testata della sponda opposta. Ma, per fortuna, sotto questi mostri giapponesi si srotola una fascia compatta di costruzioni maggiormente in linea con lo stile tradizionale.
Una triplice fila di pennoni inalbera le bandiere di tutto il mondo. Molte di esse mi sono sconosciute. Accanto a un ristorante quasi interamente in vetro, un monumento di placche bronzee, saldate ad angoli e spigoli irregolari, regge, dritte, tre alte e scarne sagome di legno, simili a grossolane posate. La targa del presumibile sponsor: “Bavarii 701”. Inizia un lungo segmento di archi squadrati, come la monorotaia di Italia 61 a Torino, ma piuttosto bassi e con mera funzione ornamentale.

Quasi al termine del lungofiume, poco prima di raggiungere l’Erasmus, ci soffermiamo al monumento commemorativo della guerra “1940-1945”: una stele enorme, che credo voglia raffigurare il camino di un forno crematorio, ai cui piedi si allargano i petali stilizzati di un possibile tulipano. Appena oltre, proprio dove il ponte prende l’abbrivio, un’installazione-scultura provvisoria, dalle difformi sfaccettature versicolori: blu, bianco, nero, rosso, verde, viola, arancio…
Il Museo Boijmans Van Beuningen

Attraversiamo per andare al Museo Boijmans Van Beuningen, raccomandato dalla guida per il numero e la qualità delle opere esposte, che lo situano tra i principali d’Europa. Proseguiamo lungo un allineamento di palazzi coperti di vetri e di insegne. Svoltiamo quindi, a destra, in un vialetto pieno di verde. Gli edifici, qui, sono nuovi, ma in stile non fantascientifico e di dimensioni umane. Pare un tranquillo rione inglese. In mezzo, un canale erboso e grandi alberi.
Imbocchiamo la viuzza che si diparte subito prima di un’apparente chiesa gotica: in realtà, dicono i rossi pennoni sventolanti, il Centro Congressi e Dibattiti Arminius. Sull’angolo, una specie di totem picassiano in pietra. Percorse poche decine di metri, altri pennoni – turchesi, stavolta – annunciano il Museo.
Appena fuori dall’accesso, che ricorda quello di una fabbrica o di un mercato coperto, una specie di grande tartaruga astratta, in lamine di bronzo, identificata da una targhetta come la scultura For you my love (2003) di Hulya Yilmaz. Sulla destra, l’ennesima alta torre (toren) di mattoni. La pavimentazione del cortile, in mezzo al quale è disposta una suggestiva installazione trasparente e circolare, è istoriata in onde, come un’enorme, geometrica impronta digitale, a riprodurre il logo del museo. Sulla sinistra, prima della porta della biglietteria, una statua di bronzo pare un Bibendum Michelin molto dimagrito.
I curvi banconi simmetrici, smaltati in azzurro scuro, della Kassa-Tickets. L’ingresso costa 17 euro e 50 per gli adulti e l’esatta metà per gli studenti come Ester, ma la qualità delle collezioni esposte penso valga abbondantemente la cifra.
Un capolavoro dopo l’altro
È la mezza. Passato lo spazio dello shopping, inizia una serie labirintica, multilivellare di corridoi e di saloni moderni, pieni di teche e vetrinette nelle quali sono esposti splendidi esemplari di porcellane, ceramiche e maioliche, di argenti, di vetri. Ripetute scalee di legno lavorato conducono al primo piano. In una sezione finale, oggetti di design (posate, stoviglie, mobili, sedie, scrivanie, lampade da tavolo, poltroncine ergonomiche…) prodotti tra i secoli XV-XVI e la fine del Novecento, comprese apparecchiature per ufficio quali la calcolatrice e il computer Olivetti.
Di sopra, una serie di sale se possibile ancor più labirintiche, con capolavori assoluti delle arti figurative organizzati in complessi percorsi attraverso epoche, scuole, stili, tematiche, autori, il tutto illustrato da esaurienti pannelli bilingui in olandese e inglese. Per passare da una sala all’altra, si attraversano, come in una nave antica, concavi varchi di legno levigato, terminanti in morbide poltrone.

Impossibile prendere nota di tutto quel che vediamo e che ci riempie di squisite emozioni. Mi appunto qualche opera qua e là, senza un particolare ordine o criterio. Ludolf de Jongh, View of Rotterdam, 1660. Abraham Van Beyeren, Still life with a silver pitcher: sulla superficie lucida e panciuta della brocca d’argento, si vede riflesso il pittore davanti al cavalletto. Il paesaggio di mulino a vento, mucche al pascolo e canali dipinto da Johannes Hendrik a Schiedam nel 1873, ancora identico a quello scorto dal treno. L’Inferno e gli incubi pre-surrealisti di Hieronymus Bosch. Rubens. Rembrandt. La celebre Torre di Babele di Bruegel il Vecchio, ripresa e sviluppata da Paolo Baratella in una grande tela acquistata dalla Provincia di Alessandria dopo una sua mostra a Palazzo Guasco.
Van Gogh, Goya e Cattelan
Mark Rothko. Warhol. Claude Monet, Campo di papaveri e altri. A un capo della corsia di collegamento fra i due padiglioni, rischiarata da finestre aperte su entrambi i lati, la collezione di quadri Vitale Bloch. Poi una serie di teche contenenti statuette in legno e sculture in bronzo, ottocentesche ma anche molto più antiche (da collezioni italiane), alcune perturbanti o decisamente mostruose. Cavalli e ballerine di Degas. All’altro capo del corridoio, i dipinti raccolti da Van der Vorm.
Manca un quarto alle due. Prima di dedicare la necessaria attenzione ai paesaggi di Cézanne e alle tele di Van Gogh, decidiamo di scendere al ristorante interno per un pranzo leggero.
Siamo, qui, in un’ala a parte, tutta vetri, circondata dal giardino. Ci sediamo a un tavolone smaltato di grigio, un po’ vintage, che mi ricorda i vecchi banchi e gli armadietti nella scuola elementare del mio paese. Sull’angolo alla mia destra, grandi vetrine allineano ceramiche storiche, divise per nazionalità di fabbricazione. Ordiniamo zuppe di pomodoro, abbondanti e gustose, che ci vengono servite assieme ai tradizionali, ottimi panini. Sulla busta contenente le posate e sul tovagliolo sono riprodotte le dense onde che decorano il cortile. Andiamo al bancone per pagare e riprendiamo la visita.

Annoto ancora opere, senza soluzione di continuità. Il Ritratto di Armand Roulin di Van Gogh. Incisioni di Goya, coi loro titoli spagnoli e la traduzione in olandese. Giorgio Morandi, Cortile di via Fondazza e nature morte. Camille Corot, che, in Vista della campagna vicino a Roma, preannuncia i paesaggi di Edward Hopper. Kandinskij. Mondrian. Il marsigliese Monticelli. Il Mandrillo di Oskar Kokoschka. L’uomo visto di spalle di Magritte.
La sezione delle provocazioni contemporanee. Lucassen, SEL (Loch in eeuwigheid) e Cultuur contra natuur. L’uomo (un manichino…) che esce da un buco aperto nel pavimento per l’installazione Senza titolo (2001) di Maurizio Cattelan. Il Bambino seduto (altro fantoccio iperrealistico, anno 1973) di Duane Hanson. Michelangelo Pistoletto, Due persone in coda (1964): mi viene da sorridere pensando, come mi succede ogni volta che trovo questo cognome, all’ironica acquaforte Penone/Pistoletto/Fallini XL/M/S regalatami dall’autore, un amico artista concettuale.
Sixfold Red (1963) di Armando. La composizione Memento Mori (1973), di tale Anna – altro nome che mi strappa un sorriso. Al centro delle grandi facce raggruppate da Charley Toorop in The meal among friends (1932-1933), ne noto una che mi ricorda il compagno di una collega. La serie di ritratti piuttosto inquietanti (paiono volti di cadaveri) The desert wind of deconstruction has not touched a hair of my friend Julian’s head, dipinta da David Salle nel 1980.
Scopro favorevolmente, espressa in diverse tele, l’arte del pittore fiorentino Sandro Chia, nato nel 1946, membro della cosiddetta Transavanguardia. Fin qui dovevo venire, per conoscerlo! L’incredibile precisione dei piccoli dettagli mostrata da Salvador Dalì nelle numerose opere esposte: Table solaire, o Couple de têtes pleines de nuages, o Landscape with a girl skipping rope…
Sostiamo nella boutique interna a comprare qualche ricordino: una sottile lente d’ingrandimento formato tessera, un paio di segnalibri. Bellissima esperienza, la visita al museo, tale da meritare, per sé sola, il viaggio a Rotterdam.
Ventiquattresima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano e del Museo Boijmans Van Beuningen
Didascalie:
Le case cubiche e il Matitone
Area di edifici più tradizionali
L’altra riva e il ponte Erasmus
Il Museo Boijmans Van Beuningen
La Torre di Babele (la cosiddetta “Piccola Torre”) di Pieter Bruegel il Vecchio
La reproduction interdite di René Magritte
Museo Boijmans Van Beuningen
Museumpark 18-20
Rotterdam
Informazioni: