La sesta parte del reportage di Marco Grassano su Creta è dedicata alla visita del Museo Archeologico di Iraklio.
In camera ci diamo una rinfrescata e usciamo subito dopo, diretti al Museo Archeologico. Ripercorriamo la Χάνδακος fino alla Fontana Morosini. Imbocchiamo nuovamente Οδός Δαιδάλου. Ricordo di avervi incrociato, diciannove anni fa, un vecchietto che camminava appoggiandosi a un bastone e porgeva, in offerta, una borsa piena di sacchetti di spezie versicolori. Altre epoche, altri commerci. Vetrine cosmopolite, ora: Sueño, Yamamay, Rococo, Mark Aalen Superoptical. Entriamo qui, a chiedere un astuccio doppio per lenti a contatto, ma il panciuto e grigio titolare ci risponde che non ne hanno. Figuriamoci! Magari non ha capito bene cosa volevamo.
Continuano i negozi fittissimi, con insegne per lo più in caratteri latini. Moda; orologi; bigiotteria; telefonia; intimo; cosmetici e prodotti per il corpo. Tentiamo la nostra ricerca anche in uno di questi ultimi esercizi. Più giustificatamente rispetto all’ottico, non ne ha.
Ci domandiamo chi possa essere il Giorgio Salustro che firma la linea di calzature per signora esposte. Mai sentito. Forse si tratta di un italiano venuto a fabbricare scarpe in Grecia. Ipotesi analoga per il Massimo Dutti dell’abbigliamento di fronte. Morellato. Cartoline e articoli turistici, venduti insieme all’olio d’oliva.
La via termina di fronte all’ingresso angolare di un grande edificio: Κινηματογράφος Αστόρια. Fortunatamente, per designare la sala di proiezione hanno recuperato il termine greco originario, mentre per la “settima arte” si sono appiattiti sulla trascrizione fonetica del vocabolo francese che da esso deriva: σινεμά.
Fiancheggiamo il teatro percorrendo il marciapiede. Locandine annunciano lo spettacolo Όνειρο μιας καλοκαιρινής νύχτας. Facilmente capisco trattarsi dello shakespeariano “Sogno di una notte d’estate”. Alla nostra destra, l’estesa superficie ovale, chiazzata dall’ombra di ampi eucalipti, di Piazza della Libertà (Πλατεία της Ελευθερίας). In poche decine di metri, raggiungiamo il Museo Archeologico.
Il Museo Archeologico
Un cancello si apre nelle inferriate d’acciaio che sbarrano, verso l’esterno, la geometrica loggia frontale. Lo varchiamo. Superiamo i tornelli, posando il biglietto sul lettore ottico. Il porticato, dove indugiano seduti in fila alcuni visitatori, è qui di tonde colonne rosse, e si affaccia su un giardino frondoso. Entriamo nell’edificio, depositando gli zaini al guardaroba iniziale. Le foto, per fortuna, sono permesse.

L’esposizione è articolata in numerose sale. Al pian terreno, la scultura minoica e il relativo vasellame; al piano superiore, gli affreschi (originali) asportati dai palazzi e la collezione greco-romana; in uno spazio separato, sempre al piano terra, statuaria e bassorilievi provenienti da Gortina.
Iniziamo a esaminare le ricchissime vetrine, allineate per lo più contro le pareti – ma anche disposte nel mezzo, per i pezzi particolarmente significativi, come il disco di Festo – e corredate di spiegazioni bilingui. Vi è rappresentato un lungo e complesso percorso di civiltà.
Monili e statuette
Trovo curioso constatare come tazze di fattura ancora piuttosto rozza (mi ricordano quelle “imitate” dagli archeologi al Guardamonte di Gremiasco) si accompagnino a collane di un’eleganza quasi moderna nella simmetria delle pietre e negli accostamenti cromatici. Statuette di animali orecchiuti e di umani d’ambo i sessi. Le donne presentano gonne a campana, probabilmente sorrette da un’intelaiatura, come nelle dame francesi del Settecento. Monili, in particolare il magnifico pendente d’oro raffigurante due api simmetriche che reggono una palla di polline. Sigilli in serie.

Un piccolo gruppo plastico di coccio in cui quattro presumibili (visto l’accenno di mammelle) fanciulle nude, sommariamente sbalzate, sono disposte in cerchio, a braccia tese, tenendosi le mani sulle spalle. Paiono un po’ sbilenche, come a suggerire un movimento dondolante (particolare, questo, che denota nel loro artefice una certa perizia tecnica).
Oltre che al ballo di Zorba, mi fanno pensare a due celebri frammenti di Saffo, evocanti un rito nuziale: “Piena apparve la luna quando le ragazze intorno all’altare si disposero (…) Così le ragazze cretesi un tempo danzavano a ritmo con i loro piedi delicati intorno al bell’altare, calcando mollemente il tenero fiore dell’erba”.
Ma mi vengono in mente anche alcuni versi della Gimnopedia di Ghiorgos Seferis: “Voci dalla pietra, dal sonno, / più fonde qui dove si oscura il mondo, / ricordo della fatica radicata nel ritmo / che batté la terra con piedi / dimenticati. / Corpi inabissati nelle fondamenta / dell’altro tempo, nudi”.
Il disco di Festo
Suppellettili che addobbavano la sala del trono di Cnosso. Una tavola multicolore, con intarsi in avorio e cristallo, mi sembra un gioco dell’oca in rilievo, ma era in realtà una scacchiera. Orci tinti di bruno e decorati con spirali bianche, simili a quelle scolpite sui macigni delle rovine maltesi. Sopra altri vasi è riprodotto un polipo dagli occhi alla Paperino. Grossi lingotti di metallo usati come moneta.
Accanto all’espositore col disco di Festo indugia una turista francese somigliante a Carla, la vicina di casa di Vigana mancata qualche anno fa. Tavolette incise in lineare B. L’immagine degli atleti volteggianti sul toro e le grandi corna geometriche viste a Cnosso. Asce bipenni. Una di esse ha le dimensioni ridotte di un papillon. Un modellino – in terracotta – di burchiello mostra la medesima struttura che caratterizza le imbarcazioni costruite dalle mie parti per la navigazione sul Tanaro. Ripenso, un po’ malinconico, al mitico ristoratore e barcaiolo Carlo Arzani, detto “Barbetta”.

La piccola donna coi serpenti in mano e la sua vicina dall’alto copricapo o acconciatura, entrambe a petto scoperto. La testa in pietra, ben levigata, di un felino. Un elmo di denti di cinghiale. Spade con l’impugnatura d’oro: più status symbol o elementi decorativi che armi reali. Figure femminili stilizzate, dalla ieratica posizione a mani alte e aperte. Frammenti di affreschi. Statue, da minuscole a decisamente grandi, di civette, aquile e uccelli vari. Arche e sarcofagi di differenti misure, copiosamente istoriati.
Affreschi e monete
Saliamo la scala alla cui base ricordavo l’indicazione άνοδος (ora non c’è più). Gli altri originali degli affreschi di palazzo, ricostruiti congetturalmente all’epoca di Evans. La testa di un toro raffinatamente realizzata abbinando più metalli. Un corridoio. Patti di alleanza incisi sulla pietra: qui sì che gli accordi avevano valore. Un lingottone enorme e, subito dopo, monete d’argento. Mi commuovono, ignoro per quale motivo. La statua bronzea e lucida di un ragazzino. Collezioni private di oggetti antichi, indicate col cognome del donatore.

Torniamo al pianoterra (anche la scritta κάθοδος è nel frattempo sparita). Visitiamo il salone coi reperti di Gortina, in prevalenza statue di figure mitologiche. La coppia regale infera: Persefone e Ade con accanto il cane Cerbero dalle tre teste. Ares è, invece, acefalo. Una barbuta divinità avvolta in un lenzuolo. Afrodite, coi seni nudi, regge un bacile.
Dopo una tappa ai bagni, ubicati in fondo, facciamo un rapido giro fra i vialetti del giardino e quindi usciamo.
Sesta parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- Vasellame e collane
- Monile con due api
- Elmo di zanne di cinghiale
- Persefone, Ade e il Cerbero