Il reportage di Marco Grassano su Malta fa tappa alla Domus Romana di Rabat.
Facciamo una rapida capatina nella chiesa sul cui angolo la statua troneggia, l’Annunciazione di Nostra Signora: non troppo pacchiana, pur se copiosamente decorata in molti colori, e con un’interessante pala d’altare in cui diversi angioletti, un angelo adulto e un Santo barbuto svolacchiano ammirati attorno a una colomba dardeggiante splendore.
Palazzi, chiese e negozi: Valletta Glass, Maltese Falcon, che mi richiama un vecchio film in cui Humphrey Bogart impersonava l’investigatore Philip Marlowe. Nell’Agenda Museum Shop effettuiamo un prelievo al bancomat, sfogliamo incuriositi l’edizione tedesca del libro di Francesco Biamonti Die Reinheit der Oliven – che scopriamo essere Le parole la notte – e ci compriamo una seconda guida, munita di cartina delle due isole maltesi, stavolta della Marco Polo.
[adsense-inarticle] Rasentiamo, dall’altro lato rispetto a prima, la piazza della Cattedrale, mentre il cocchiere in serpa a un carrozzino trainato da un cavallo bianco ci invita invano a salire e carica poi una famiglia di francesi. Proseguiamo fra portoni, balconi e più rade insegne. L’indicazione, in un vicolo a destra, del Bacchus Restaurant Bar The Secret Garden fa sorridere mia figlia, ammiccando, ecletticamente, ai suoi studi classici e a un vecchio romanzo per ragazzi di Frances Hodgson Burnett, che le ho regalato tempo fa. Subito dopo, la viuzza curva bruscamente a sinistra e ci riporta nella piazzetta iniziale.
Attraversiamo, verso nord, i geometrici giardini di grandi aghifoglie sbilenche, per visitare la vicina Domus Romana, all’interno di una tozza costruzione neoclassica affacciata su una rotonda stradale con al centro la statua bronzea di San Giuseppe: munito di bastone (in mano) e di Sacro Bimbo (in braccio).
Acquistiamo i biglietti – un adult e uno student per 10,50 euro complessivi – da un uomo che indossa un maglione grigio, rintanato dietro un bancone, in un angolo colmo di cartoline, opuscoli e monografie. Passato il tornello, ci accoglie una bianca e togata statua acefala, fra reperti, teche, schermi video, plastici e pannelli illustrati da cui si apprende la storia della scoperta incidentale del sito – nel 1881, durante la piantumazione degli alberi del Parco – e della presenza romana a Malta – dal 218 A.C. al 535 D.C. – oltre che dell’arrivo dei musulmani e del cimitero islamico, ubicato qui vicino.
Più in là, si parla di monili, abbigliamento, cucina e pasti, e si legge, in testa a un piccolo corridoio, una lapide apparentemente moderna, dedicata a tale Lucius Castricus Quirinus Prudens Eques Romanus.
Ci passiamo sotto e raggiungiamo la sala espositiva, allestita attorno ai due pavimenti antichi ritrovati: uno puramente geometrico, in cui tasselli di marmo bianchi, grigi e neri cercano di rendere, sulla superficie piana, l’illusione della tridimensionalità di tanti piccoli parallelepipedi; nell’altro, screziate tessere versicolori formano una larga cornice regolare – anch’essa una specie di trompe l’oeil della terza dimensione – attorno alla vignetta centrale in cui due uccelli stanno appollaiati sull’orlo di un cratere a doppia ansa.
La didascalia illustra queste “drinking doves”: uno dei motivi antichi più noti e diffusi, dipinto, in origine, dall’artista di Pergamo Sosos e copiato, poi, diffusamente: a Malta, Pompei, Roma, Ostia, Tivoli (Villa Adriana), Delos, Ankhialos, Alessandria – non la nostra, certo.
Si riporta una citazione dalla Historia Naturalis di Plinio il Vecchio, in lode del pittore ellenistico: “Belle sono le colombe che bevono, la cui testa proietta un riflesso sull’acqua del vaso”. Voltandomi, mi faccio incuriosire, anche professionalmente, dalle notizie sull’approvvigionamento idrico – in quest’isola asciutta e sassosa – che prendono avvio con le parole di Vitruvio: “L’acqua è indispensabile per la vita, per il diletto, per l’uso quotidiano; l’acqua sarebbe più facilmente accessibile se le sorgenti fluissero all’aperto; ma se non scorrono sul suolo, le sorgenti devono essere ricercate e captate sottoterra” (De Architectura, libro VIII, capitolo I).
Ecco, quindi, che gli insediamenti abitativi sorgevano in prossimità delle fonti più ricche e facilmente intercettabili, ed ecco il ruolo fondamentale delle cisterne, in cui venivano raccolte, con una serie di complesse canalizzazioni, le acque meteoriche.
Tronchi di colonne, apparentemente della stessa pietra usata ancora oggi, con la descrizione delle caratteristiche salienti dell’edilizia romana. Viene spiegata la funzione degli oscilla, elementi decorativi a medaglione: dischi di marmo, legno, cera o altro materiale, sospesi negli spazi vuoti di un peristilio per onorare gli dèi.
A corredo, una citazione dalle Georgiche di Virgilio (libro II, vv. 388-390): “in gioiosi inni lodano il dio del vino, le cui immagini di terracotta adornano i pini, e vi vengono appese in alto, in onore della vite”. Mia figlia verifica su internet il testo originale e commenta che la traduzione è piuttosto approssimativa. Però la parola latina resa con “earthen images”, immagini di terracotta, è appunto “oscilla”. Attorno, chiusi in vetrine, anfore e recipienti vari. Su piedistalli inaccessibili, statue in marmo bianco più o meno mutile ma di pregevole fattura, risalenti al I secolo dopo Cristo: un centinaio di anni dopo la costruzione di questa casa.
Attraverso una porta con maniglione antipanico, si accede alla pedana che conduce alle sparse rovine esterne, la cui pietra appare curiosamente grigiastra: forse per effetto degli agenti atmosferici. Da quest’area si domina, verso destra, una stradina asfaltata che scende fra due rive di giovani conifere.
Usciamo e torniamo verso le fermate degli autobus. Anche stavolta ci tocca riflettere e studiare il senso di marcia. Ci appostiamo, dapprima, a ridosso dei giardini, in mezzo a varie altre persone, per lo più ragazze giovani, sia bionde che more, in vivace conversazione, mentre la luce di mezzo inverno assume una tonalità smorzata, già serotina, che mi induce alla malinconia.
Concludiamo poi che occorre passare sul lato opposto, di fianco al parcheggio. Ci sediamo su una panchina e aspettiamo l’autobus per Xemxija, un piccolo borgo affacciato sulla Baia di San Paolo dove ceneremo e pernotteremo. Intuisco, sulla base dei pochi vocaboli appresi stamattina, che il toponimo deve aver qualcosa a che fare col sole, ma non riesco ad andare oltre.
Nona parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- L’interno della chiesa dell’Annunciazione di Nostra Signora
- Il Museo della Domus Romana (foto presa da Wikipedia)
- Le sparse rovine fuori dalla Domus Romana