Marco Grassano prosegue il racconto della visita di Chania a Creta, seconda parte della sua passeggiata domenicale.
Ci riportiamo, camminando adagio, all’altezza del triplice deposito veneziano. Sul portone dell’ultima rimessa, una grande placca metallica, marchiata col simbolo del Museo Marittimo di Creta (Ναυτικό μουσείο Κρήτης), segnala, in duplice idioma, la Έκθεση αρχαίας και παραδοσιακής ναυπηγικής – Exhibition of ancient and traditional naval architecture.

Entriamo a curiosare. La prima parte dello spazio la occupa la ricostruzione, in scala naturale, di una nave minoica, munita di delfini dipinti sulla prua, robusta vela quadrata, banchi per i rematori e timone a forma di gabbiano stilizzato. Una didascalia riferisce che questo vascello fece veramente rotta da Creta ad Atene, in occasione dei giochi olimpici tenutisi nel 2004.
Attorno, un’oblunga, giallastra φιάλη ασετυλίνης (o bombola di acetilene) con la sua grande lampada, piuttosto incongrue direi, e una serie di istantanee a colori che documentano la memorabile navigazione. Procedendo, si possono osservare due barche da pescatori, a vela latina; modellini di natanti; schemi di carene; tipi di sartiame; attrezzi di carpenteria e calafataggio; nodi marinari; le complesse lenti di un faro; stampe raffiguranti varie lanterne portuali. In fondo, un angolo per la proiezione di audiovisivi.
Torniamo in strada. Segue un ampio, assolato parcheggio, con posti auto tracciati a biacca sull’asfalto e corselli intermedi unidirezionali. Cerchiamo di raggiungere, orientandoci sulla loro presumibile posizione, le due torri religiose, così enigmaticamente appaiate. Imbocchiamo una viuzza abbastanza sconnessa, i cui muri inquadrano, in alto, il minareto. La percorriamo tutta, uscendone nei pressi del negozio Salty drop.
Ci infiliamo, subito di fronte, in un altro budello, di ampiezza, se possibile, minore. La pavimentazione è a piccoli lastrici rettangolari e la denominazione calzante: Dedalou. Una piazzetta frondosa. Pochi metri dopo, all’altezza di un secondo, più esiguo slargo alberato, l’incrocio con una viuzza angusta, dalle pareti scrostate o ricoperte di scritte in acrilico stinto. Continuiamo, piegando verso destra, nel vicoletto Gerasimou, dove si alternano case lasciate in piena fatiscenza e altre appena ristrutturate (con ottimo gusto, bisogna riconoscerlo) per insediarvi alberghi lussuosi: Melina’s home, al numero 29; Boutique Home E.M., al numero 32.

Nel tratto successivo, leggermente curvo, selciato in lastre di pietra dal perimetro irregolare, gli interventi di recupero non sono ancora giunti. Tanti gli edifici sbrecciati, senza tetto, con porte e finestre malamente ostruite. I pochi lembi di muro reintonacati sono già il bersaglio di variopinti sfregi a bomboletta.
Torna il lastricato geometrico. Avvicinandoci al termine del percorso, ricompaiono alla vista abitazioni semplici ma decenti. Ci fermiamo a fotografare, sulla sinistra, un ridotto passaggio fra le case, che inizia con un piccolo portale dall’architrave smangiato. Le pareti vi appaiono sporche, muffose, annerite dalle percolazioni.

Andiamo oltre. Ancora pochi metri, ed ecco che nel fronte di muri malconci, dall’altezza irregolare, si apre uno spazio grezzo, forse ricavato demolendo una costruzione. Vi sostano varie automobili. Attraversandolo, si arriva dritti nella patriottica Piazza 1821, lastricata, fresca di platani e zeppa di tavolini tutti occupati, probabilmente a causa del giorno festivo. Sul suo lato est si affaccia il tempio dalle torri bi-confessionali.

Consultiamo la nostra guida. Ci troviamo nel rione di Splantzia, dove, fino al 1923, sorgeva il settore musulmano della città, allora capoluogo dell’isola. La chiesa è intitolata a San Nicola (Ιερός Ναός Αγίου Νικολάου). La sua costruzione fu iniziata, dai Veneziani, nel 1205, e completata, nel 1320, dai frati domenicani. Nel 1645, successivamente alla conquista ottomana, venne convertita (in tutti i sensi…) in moschea, con l’aggiunta del minareto che ancora la contraddistingue. Dopo l’annessione allo Stato greco, fu infine adibita – correva l’Anno Domini 1928 – al culto cristiano di rito ortodosso.
Oltrepassiamo la robusta cancellata. A destra degli scalini di accesso al delubro, sporge dalla facciata, come una sorta di bassa appendice, un casotto recante l’insegna Φιλοπτωχο Ταμειο Σπλαντζιας. Ester armeggia per alcuni secondi sul cellulare e riesce a ricavarne la traduzione: “Fondo filantropico di Splantzia”. Il banco di beneficenza parrocchiale, insomma.

All’interno della chiesa, dopo un elaborato setto di legno biondo in cui sono inglobate diverse icone, si dispiega la grande navata: pavimento sfarzoso di fitte geometrie marmoree; colonne bilaterali dipinte in un rosso tra il granata e il bordeaux; lampadari pesanti e cesellatissimi di argento dorato; file di sedie nello stesso legno del pannello all’ingresso. Occludendo l’abside, una grande iconostasi. Sopra di essa, a dare luce, variopinte vetrate geometriche.
Ventitreesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- La nave minoica
- Il vicoletto Gerasimou
- Il passaggio fra le case
- Arrivando alla piazza della chiesa
- L’interno della chiesa di San Nicola