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Voi siete qui: Europa » Visita alle catacombe di San Paolo a Rabat sull’isola di Malta

12 Giugno 2018

Visita alle catacombe di San Paolo a Rabat sull’isola di Malta

Marco Grassano ci guida a Rabat, sull’isola di Malta.

Continuiamo ancora per un po’ sulla litoranea. Svoltiamo, a novanta gradi, verso l’interno, per entrare nella periferia di Dingli: case generalmente basse e moderne, tutte in pietra calcarea; balconi sia turchi che occidentali, a balaustra o a ringhiera. Il monumento a un uomo che legge un libro. Un tratto a senso unico sfiora una cappelletta con le spalle ai campi e riconfluisce nella strada principale. Muretti, vegetazione e case sparse.

Si addensa progressivamente l’abitato di Rabat, urbanisticamente non dissimile dagli altri. La chiesa annessa a un grande convento e, di fronte, un giardino pubblico. Una via non ampia, da borgo di provincia. Al termine, scendiamo e ci incamminiamo verso sinistra, avvalendoci dell’azione combinata di guida e navigatore. Incrociamo, sul marciapiede, famiglie che paiono illuminate da una giocosità festiva. Domenica è sempre domenica…

[adsense-inarticle] Insegne varie e a volte divertenti: Sogno Bagno, Tal-Haxix (che però non vende prodotti di canapa indiana bensì verdure); il fruttivendolo Energizer, come una pila; gli alimentari Mr. Yummy, come dire “signor gnam gnam”; Tar-Ritratti; Pulo footwear; Bubbles detergents – “detersivi Bolle”.

Uno stretto passaggio tra le case a Rabat, sull'isola di MaltaCi manca solo la celebre “pellicceria Pelagatti” di Parma, e poi siamo a posto. La stretta “ariana” – o passaggio pedonale – tra due case, dominata, in una nicchia, da un goffo San Giuseppe e costellata di piante in vaso riccamente verdi. Una scuola con ingressi separati per i Boys e le Girls. Pizzeria-Cafeteria. Negozio di frutta e verdura. Farmacia. Uno slargo con aiuole, panchine e i bagni pubblici (Public convenience) per Gents e Ladies. In una strettoia appena prima della piazza, sul fianco sinistro di una chiesa, il portone verde di ingresso per visitare le catacombe, la grotta di S. Paolo, i rifugi della Seconda Guerra Mondiale e il Museo Wignacourt.

Entriamo, varchiamo un secondo portone interno, marrone, e acquistiamo i biglietti – cinque euro per gli adulti e 3,50, esibendo il documento di identità, per gli studenti – alla portineria a sinistra, accuditi da una donna non più giovane, piuttosto truccata e abbastanza in carne. Passiamo poi il vicino tornello, che si apre accostando il biglietto a un lettore, e scendiamo la scala che conduce in un corridoio sottostante.

A metà lunghezza dell’ambulacro, la soglia da cui ci si inabissa nei rifugi e nelle catacombe. In fondo, un’edicola ricca di marmi e di nicchie, su cui si affaccia la grotta naturale che accoglie l’impostata statua di San Paolo, una lucerna d’argento a forma di caravella (forse a richiamare il famoso naufragio dell’apostolo, avvenuto in queste acque) e lapidi che commemorano la visita devota di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Da lì si risale al piano campagna, in una cappelletta chiara e luminosa dedicata a San Publio, di un barocco insolitamente delicato.

Il primo tratto di ipogei è costituito dai rifugi antiaerei. Pare di essere in un camminamento di miniera, abbastanza ampio, squadrato e regolare, come ne avevo visti a Macugnaga. Le sale di fianco all’andito, regolari anch’esse, sono numerate progressivamente (vedo spennellato, passando, un 22): penso per rendere rapido e funzionale l’accorrervi in caso di emergenza.

Le catacombe di San Paolo a Rabat, sull'isola di MaltaFrecce indicative nere con la scritta bianca segnalano la direzione delle catacombe vere e proprie, cui si accede da scalette contorte e anguste e da altrettanto angusti passaggi, contro le cui pareti il mio zaino sfrega. Aperture e volte più o meno tondeggianti e asimmetriche, irregolari. L’aspetto, qui, ricorda gli “infernotti” monferrini.

In origine, il sito era una necropoli romana: lo si desume da alcuni elementi costruttivi, come la presenza, al centro dei percorsi, di una piccola piattaforma tonda, sbalzata nella pietra, per deporvi le offerte votive, o alcune scansie, ricavate nei muri, che dovevano essere loculi. L’uso cultuale cristiano risale al Terzo Secolo della nostra èra.

Riguadagniamo la superficie. Un secondo tornello permette di visitare, sotto il porticato del chiostro che si allunga oltre la biglietteria, una mostra di pittura: velieri che procedono fra onde spumeggianti, frangenti che schizzano percuotendo le rocce, grandi visi in ascolto, colori sintetici un po’ troppo violenti. Da un’elegante scala di lucido marmo chiaro ci portiamo al piano superiore: il museo vero e proprio, scaglionato in parecchie sale lungo una galleria a vetri con tendaggi di eleganza notarile.

Di interessante, per me, solo il vasellame minuto – probabile frutto di qualche indagine archeologica – del primo spazio, proveniente dalla collezione del notaio Francesco Catania. Il resto lascia il tempo che trova: arte sacra dall’arcigna austerità spagnola; accessori per cerimonie religiose; piviali; casule; portantine per ecclesiastici scansafatiche; una riproduzione della Sindone; una culla bruna, finemente tornita e dotata di coperchio, che mi sembra una bara. Alcuni degli articoli sono decisamente macabri, come la maschera mortuaria di Costanza di Navarra, o vagamente feticistici, come le rosse babbucce ricamate d’oro di papa Alessandro VII.

Di nuovo, la fame comincia a farsi sentire, per cui abbandoniamo queste ripetitive manifestazioni della Fede e usciamo in cerca di una taverna. In pochissimi metri siamo nella “Piazza della chiesa parrocchiale”: così, testualmente, la denomina una vecchia targa grigia fissata alla parete angolare del Museo. Attraversiamo il sagrato in lastrici bicolori e puntiamo dritti su via San Paolo, Padre della Chiesa che qui sembra aver dato il nome a quasi tutto.

Subito all’inizio, il “Ristorante Cosmana Navarra”, grigio e arancione, le cui lisce colonnette neoclassiche d’ingresso lo fanno sembrare troppo elegante per i nostri gusti. L’edificio successivo, invece, ospita il “PL Bar and Restaurant”, che ci sembra decisamente più popolare, nella sua facciata parzialmente stinta: anche perché, come indica l’insegna appesa sopra il balcone con tanto di simbolo elettorale, “PL” significa Partit Laburista.

Accanto allo stipite sinistro della porta, una lapide di marmo grigio, un po’ cimiteriale, con la scritta in lettere metalliche ossidate Dar Il-Haddiem, che ignoriamo cosa significhi. Le immagini di alcuni dei piatti proposti, affisse in una piccola bacheca coi relativi prezzi, sono invitanti. In un’altra bacheca, chiusa da un vetro, foto di personaggi politici e l’annuncio “Umbrellas and Panchos For Sale Here”. Allettante anche, appena varcata la soglia, il semplice ma vistoso cartellone illustrato “Authentic Traditional Maltese Food / Taste the real Maltese cuisine”.

Nell’atrio, una lapide, sempre grigia, commemora l’ex primo ministro laburista Dom (Domenico) Mintoff, morto nel 2012 alla bella età di 96 anni, che ricordo di aver sentito nominare più volte, dagli organi di informazione, quando ero bambino e ragazzino. Una porta ad arco con due massicce ante di legno scuro immette in un salone occupato da tanti tavolini e sedie di plastica bianche e rosse, un paio di divani rossi e un lungo banco bar bianco, con una fila di sgabelli anatomici rossi (il bianco e il rosso sono i colori della bandiera maltese).

Sul soffitto, una vetrata policroma riproduce stemma stilizzato e nome del Labour Party of Malta. Per certi versi, l’atmosfera ricorda quella che – negli anni Settanta e primi Ottanta – caratterizzava l’allora tavola calda di via Faà di Bruno ad Alessandria, comunemente designata “i Socialisti” (“A vagh a mangé dai Sucialista”, si diceva).

Ci sediamo in fondo, a un tavolo prospiciente la finestra anteriore che dà sulla via e su un’ampia piazza con ulivi e cipressi, sopraelevata, balaustrata e dominata dalla solenne statua predicante di San Paolo. Ci guardiamo attorno. Alla mia destra, oltre l’angolo dei divani, una tavolata di compatrioti di mezza età, dall’accento lombardo. Tre mature, smorte signorine, in nere acconciature a caschetto tipo Amélie e abiti da zitella, si siedono, serie e impettite, di fronte a me. Un’ovattata, piacevole gazzarra di clienti ci avvolge.

Mia figlia ordina una bella porzione di carne grigliata con un uovo “a cavallo”, accompagnata da patate fritte. Io scelgo un “vassoio maltese”, ossia vari salumi e formaggi tipici – compreso una sorta di appetitoso gorgonzola dalle fitte venature azzurrognole – con un contorno di pomodori secchi sott’olio, pasta di olive, funghi e capperi, accompagnati da minuscoli panetti ovali, leggermente concavi per accogliere il formaggio o il paté che vi si spalma, lievitati e friabili come crackers, ma più spessi, e particolarmente gustosi.

Da bere, l’abituale Cisk: in bottiglietta, stavolta. Il cibo mi soddisfa appieno. Intanto, lo schermo televisivo piatto, appeso alla parete in alto fra le finestre, trasmette una cerimonia, forse carnevalesca: almeno lo si direbbe, a giudicare dai costumi militari d’epoca che indossano alcuni dei figuranti, dai vivaci commenti maltesi dei telecronisti e dalle marcette della banda in sottofondo.

I servizi sono nell’atrio, dopo la lapide di Mintoff: puliti, bianchi e, in effetti, “molto socialisti”. Chissà perché, mi fanno venire in mentre l’austerità postbellica britannica dello spartano premier laburista Clement Attlee.

Ordino un caffè per Ester e mi faccio lusingare da una fetta di dolce tipico, esposto sul bancone con altre torte, ciambelle e simili, confezionate manualmente nel cellophane per la vendita, in porzioni singole e con tanto di prezzo bene in vista. Di nuovo, un conto che supera di poco i 20 euro.
Settima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalie:

  • Uno stretto passaggio pedonale tra le case di Rabat
  • Le catacombe di San Paolo (foto presa da Wikimedia)
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