Sfociamo in una piazzetta alberata, al cui centro domina una bassa e sobria chiesa di mattoni, dalle vetrate a sesto acuto. La guida ci informa trattarsi della Geertekerk. Somiglia un po’ alla Pieve di Viguzzolo e un po’, in piccolo, a Santa Maria e San Siro, di Sale; il campanile aguzzo ricorda invece quello della seconda parrocchia salese, San Giovanni. Dallo stretto varco tra l’abside e le case passiamo nell’altra metà della piazza. Anche qui mi viene in mente Piovera. Aggiriamo il tempio, attraversando il sagrato.

Sono le 10.30. Tutti i campanili della città attaccano a scandire la mezz’ora coi loro complessi carillons. Ci portiamo verso il canale. Di nuovo, costeggiamo solo abitazioni.
Raggiungiamo la sponda di prima e la percorriamo in direzione contraria. Una nuda vetrina di oggetti d’epoca. Un’altra piena di chitarre, banjo, ukulele. Il negozio di dischi De plaatboef. Ci fermiamo di fronte a una piccola libreria antiquaria, la cui insegna pare inventata da Charles Dickens: Hinderickx & Winderickx. In vetrina, focalizzo il volume di Cees Nooteboom De wereld een reiziger. Non intuisco a quale titolo italiano corrisponda. Accanto, la versione olandese di Moby Dick.
All’angolo del vicolo che conduce alla Domtoren, sostiamo nel negozio Utrecht Souvenirs. Attiro l’attenzione di mia figlia su una serie di minuscoli organetti dall’intelaiatura metallica, appesi a un espositore per gruppi, secondo la melodia che riproducono girando la manovellina: L’Internationale, Lara’s Theme, La vie en rose, Love Story… Compriamo invece un tulipano di ceramica giallo-verde, da portare, come ricordo del viaggio, alla nonna di Ester.
Il ristorante greco Sirtaki. La grande libreria Steven Sterk, con una sezione inglese richiamata anche in vetrina. Il negozio è chiuso, perché è domenica e la cultura non è evidentemente considerata attività turistica, ma all’interno vediamo comunque un uomo ancor giovane, in camiciotto azzurro e jeans, armeggiare placido fra banco e scaffali.
Pochi metri e sfociamo nella piazza, proprio alla base del campanile che un corridoio a sesto acuto perfora da parte a parte. Sembra di essere in una cittadina universitaria inglese: i pub pieni di giovani, la cornice di costruzioni austere, la luce addolcita dal rigoglio degli alberi, le biciclette.
Dietro la torre, ecco la Domkerk, ossia il Duomo, di un gotico altrettanto imponente e cesellato. In cima a un piedistallo, una vigorosa femmina di pietra regge una cornucopia.
Ci affacciamo all’ampia, alta navata. Fedeli seduti sulle panche. L’organo tuona, per qualche funzione in corso. Rasentando il monumento bronzeo al Graaf Jan Van Nassau, rigido personaggio abbigliato come il Mago Zurlì del nostro vecchio Zecchino d’Oro, ci spostiamo allora nel confinante chiostro. Tranne che per la parete della chiesa, lo circonda un portico di archi a punta, riccamente traforati. Scacchiera di aiuole orlate di mirto. Al centro, gorgoglia una fontanella a tre piani, terminante nella statuetta di un paggio che scrive appoggiandosi sulle gambe accavallate. Anche da qui si ode l’organo della chiesa vibrare con forza. Non accenna a smettere. Probabilmente, si tratta di un concerto: nessuna cerimonia religiosa può consistere in sola musica.

Torniamo di fianco al campanile e ci accomodiamo ai tavolini esterni del Loof lunch borrel diner. Piani d’appoggio di legno grezzo. Poltroncine di plastica intrecciata, avvolgenti. Ordino una birra belga Omer: senza H, quindi estranea ai Simpson. Mi godo lentamente, voluttuosamente la gustosa bevanda. Poco distante da noi, un suonatore di chitarra, d’aspetto simil-rasta, esegue brani tratti dalla colonna sonora del film Amélie, intercalandovi canzoni dei Beatles, ad esempio Get back.
Entro, per cercare i servizi e per pagare. Pavimento in legno, come praticamente ovunque. Credo sia per l’isolamento termico. Mobilio altrettanto massiccio. Angolo dei vini. Bancone raffinato. Una risma di fogli e un cestino di matite colorate, per i bambini che volessero disegnare. Il bagno è in fondo, nel corridoietto chiuso da una tenda. Lo igienizzano i diffusori (reclamizzati) della locale ditta We love the planet.
Porta a porta col locale, l’ampio e profondo spazio Tourist Info, in cui compriamo i biglietti per la visita (di gruppo) al campanile e una biro che sostituisca la mia, sul punto di dare forfait. Ci inseriscono nel turno delle 12.30. Dopo averci chiesto la nazionalità, ci consegnano un foglio rosso, recante – in italiano – le regole di svolgimento della visita e alcune informazioni sul monumento.
Molto legno anche qui. Bancone bianco con orlo rosso. Guide illustrate, cartoline, gadgets e ricordi eterogenei negli scaffali e sugli espositori. Foto e mappa della città, a tutta parete. Lasciamo le borse, infilandole negli appositi armadietti numerati. Possiamo però portare la macchina fotografica.
Il nostro accompagnatore è un ragazzo sui venticinque anni. Chiede agli stranieri di alzare la mano. Siamo in maggioranza. Dice allora che illustrerà la visita dapprima in inglese e poi in olandese. Ci invita a seguirlo. Ci fa uscire in piazza, fino a una casetta marrone adiacente alla Torre. Dentro, controllano i biglietti e ci intruppano. Di fronte a noi alcune famiglie di lingua catalana. Uno dei padri mi ricorda il Presidente della loro Comunità Autonoma, Carles Puigdemont, ma molto brizzolato. Un altro mi fa pensare invece – è solo un po’ più grasso – a un collega della Vigilanza, che a sua volta somiglia al rapper nostrano Frankie High Energy.

Saliamo la sessantina di gradini della cosiddetta “Scala episcopale”. La guida ci invita a farci coraggio, perché, per arrivare ai 95 metri del punto da cui si gode la vista più elevata, ce ne toccano ancora 400 e passa. D’altronde, il campanile, coi suoi 112 metri e 32 centimetri, è il maggiore d’Olanda.
Prima sosta alla Cappella di San Michele. Siamo a 11 metri di altezza. Nel Trecento questo era lo spazio privato di preghiera del vescovo (“bishop”). Oggi lo si può affittare per feste, matrimoni, cene, convegni. Nella volta, un buco che serviva per issare ai piani superiori materiali da costruzione e attrezzi.
Al 121° scalino in girotondo (non li abbiano contati: ci viene detto), corrispondente a un’altezza di 25 metri, raggiungiamo la Cappella di Egmond. Qui abitava la famiglia del guardiano-custode-orologiaio, in locali suddivisi da pareti di legno. Ora è uno spazio unico (“open space”) in cui ha sede il museo della Torre.
Il cicerone si sofferma a illustrarci la storia del Duomo. La costruzione del tempio gotico, dedicato a san Martino, iniziò nel 1254, ma il campanile fu ultimato nel 1382, a causa di ripetute interruzioni per mancanza di fondi. Dopodiché si mise mano al transetto (“transept”) e quindi alla navata (“nave”), che fu completata solo nel 1525. Sempre per carenza di risorse, non fu possibile munire l’edificio di contrafforti (“buttresses”, parola appresa alla Sinagoga di Amsterdam) e di volta in pietra. A conseguenza di questa debolezza strutturale, il tetto di legno del duomo fu distrutto da un uragano (“tornado”, dice il ragazzo) nel 1674, trascinando con sé parte dei muri. Da allora, chiesa e campanile sono rimasti separati, per quanto ancora visibilmente “in asse”.
Altri cento gradini e arriviamo ai 49 metri del “Soffitto delle campane”, in cui bisogna fare attenzione a non sbattere la testa contro le grosse travi che azionano i batacchi. Le 14 squille hanno tutte nomi in latino: Salvator, la principale; Thomas; Maria; Martinus; Benignus; Adrianus… Sette, più vetuste, risalgono al Cinquecento, le rimanenti al 1982. Pesano diverse tonnellate, e ci vuole almeno una ventina di persone per suonarle tutte assieme. Ma il loro scampanio (o forse è meglio dire “rombo”) è il più potente d’Olanda, e il secondo d’Europa.
A udirsi ogni quarto d’ora, con melodie che si avvicendano trimestralmente, sono però le cinquanta campanelle del carillon, cui approdiamo al 318° scalino, ossia a 70 metri di altezza. Le 33 più antiche risalgono al 1664, le altre al 1972-1974. Il loro congegno meccanico è più funzionale, in effetti. I martelli, oltre che dal tamburo rotante, nei cui buchi vengono inserite le spine a seconda della musica che si vuole ottenere, possono essere attivati dando pugni e pedate sulla tastiera posta nella stanza del campanaro. Come faceva Don Camillo per contrappuntare i comizi di Peppone, mi viene in mente.
Il sabato vengono tenuti dei veri e propri concerti, come quelli in memoria di Prince o di David Bowie, eseguendo anche brani pop: ad esempio, le canzoni degli ABBA. La cella è parzialmente aperta, per offrire minore resistenza ai venti e per consentire al suono di diffondersi senza ostacoli.
Con l’ultimo dei 465 gradini conquistiamo il piano più alto. Ci investe, appena usciti, una piacevole brezza fresca. Oltre la balaustra di protezione, si dominano l’intero borgo e, a perdita d’occhio, il paesaggio. Scattiamo fotografie tutt’attorno. L’accompagnatore attira la nostra attenzione sui doccioni, che mi paiono simili a quelli di Notre Dame di Parigi, e sulla banderuola in cima al pinnacolo, raffigurante san Martino, patrono della città, col suo mantello rosso e bianco. Adesso capisco perché sia l’ufficio turistico che la mia nuova penna sono caratterizzati da quell’abbinamento di colori. Mi siedo a tirare il fiato e a prendere appunti.
Ventottesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
La Geertekerk
Il chiostro del Duomo
Guardando in giù dal campanile