La dodicesima parte del reportage di Marco Grassano su Creta è dedicata al viaggio verso Rethimno.
Riprendiamo a procedere lungo la Nazionale 97. La carreggiata lambisce lo zoccolo roccioso della collina, abbracciandolo in una marcata curva a destra. Piega poi a sinistra, lasciandosi lo scabro sperone alle spalle. Il parabrezza inquadra ora il lontano Psiloritis. Ma ecco che scartiamo bruscamente verso ovest, in tempo per evitare il rado villaggio di Βώροι.
Procediamo tra uliveti e serre orticole. Poche, dolci curve in un rettilineo generale. Sulla sinistra, si avvicinano e cessano le propaggini dell’altura su cui sorge Festo. Il paesaggio, pianeggiante, non muta per un buon tratto. Alcune stazioni di servizio. Una chiesuola bianca e rossa, da cartolina. Sul frontone tondeggiante, la scritta Άγιος Νεκτάριος: santo ignoto al mio lacunoso martirologio.

Seguiamo l’indicazione per Αγία Γαλήνη (14 km) e Ρέθυμνο (61 km) attraverso l’anodino caseggiato di Τυμπάκι. Ne usciamo fra due corteggi di grandi tamerici. Ampie serre. Tiriamo dritti, con convinzione, al bivio da cui divergono a forcella due strade di ampiezza analoga. Non ci accorgiamo delle frecce, parecchio sbiadite, quasi illeggibili.
Ancora serre sparse e tratti di tamerici. Una borgata di casette imbiancate a calce, come in Andalusia. Le costruzioni terminano. La strada diventa campestre, fra rive di folte canne dalle infiorescenze piumose. Finiamo su un terreno spoglio, a ridosso della spiaggia quasi deserta. Di fronte a noi, l’azzurro cupo, profondo del mare cretese meridionale, o Mar Libico, sulle cui rive si svolgono le vicende narrate in “Zorba il greco”. Evidentemente, abbiamo sbagliato qualcosa.
Tocca al provvidenziale navigatore suggerirci come ritrovare la retta via. Torniamo nell’abitato e imbocchiamo il primo vicolo a sinistra. Casupole bianche. Tamerici, palme e carrubi nei rispettivi, minuscoli giardini. Sembra di essere in qualche paesino della provincia di Malaga. Le costruzioni laterali cessano. Orti e serre, che cedono poi il posto a una campagna arida e incolta, punteggiata da qualche sparso casolare. Appena prima dell’incrocio con la ritrovata 97, riprendono le serre e gli uliveti.
La statale si insinua mollemente tra grigi uliveti e tante serre, impiantate ovunque. Probabilmente servono a garantire frutta e verdura in tavola tutto l’anno. Non alligna, qui, la sciocca cupidigia sanremese che spinge a coltivare fiori in ogni spazio disponibile.
Il terreno si solleva in alture arsicce, scarsamente cespugliate, come alle strette di Pertuso, in Val Borbera. La strada le asseconda, intaccando con fitti tornanti il pendio sulla sinistra. Arriviamo a una sorta di piccolo tavoliere ulivato, dove le curve si esauriscono. La strada sfocia quindi in una vallata chiusa da dossi più alti, rocciosi: un paesaggio che ricorda il nostro Appennino ligure-piemontese. Superata la ridotta gobba che ce lo nascondeva, il massiccio dell’Ida ricompare a destra. Filari di ulivi si inerpicano a sinistra.
Il cartello stradale di un incrocio annuncia Rethimno a 56 chilometri e Agia Galini a 5. Poco dopo, tra i rilievi di sinistra si allarga uno spazio che offre la luminosa visione di un triangolo di mare, la cui ipotenusa regge un isolotto appannato. Aveva ragione Lalla Romano quando, scrivendo il suo diario di viaggio con occhio da pittrice, ravvisava somiglianze tra la Grecia e la Liguria (“Diario di Grecia. Le lune di Hvar e altri racconti di viaggio”, Einaudi, ndr.).
Ricominciano le curve – spesso assai brusche, ma adesso in discesa – fra l’incombere e lo strapiombare di rocce e arbusti. Il pelago di zaffiro e lo scoglio velato si affacciano a momenti, col variare della nostra posizione. A una svolta, ci fermiamo sullo spiazzo laterale per scattare qualche foto allo spicchio di marina che si domina da quassù.
Compiamo una S molto schiacciata, come scendendo da Perinaldo verso la costa. Ulivi, macchia mediterranea, palme. Una stazione di servizio con accanto un cumulo di pneumatici usati. Superiamo un alveo in secca. Un incrocio. Αγία Γαλήνη è a un chilometro, dritto. Per Ρέθυμνο dobbiamo invece prendere a destra. Mancano ancora 52 chilometri. La strada sale in una prolungata trincea incisa fra i sassi.
Macchia mediterranea in alto a sinistra. Ulivi nella golena a destra, orlata da alture gerbide che la cuspide brumosa dello Psiloritis sovrasta da lontano. Si alternano tratti scavati nella roccia ad altri cespugliati o ulivati. Pochi esemplari di tamerice e di eucalipto. La conformazione del paesaggio attorno a noi prende a somigliare alle pendici del Giarolo, nelle parti non boscose. Solo le nuvolette glauche degli ulivi marcano una qualche differenza.
Mi vengono in mente, per associazione, i versi iniziali di “Età del glauco ricordo”, una poesia di Odysseas Elytis: “Uliveti e vigne in lontananza fino al mare / Rosse barche di pescatori più lontane ancora fino al ricordo / Auree elitre d’agosto nel sonno del meriggio / D’alghe o conchiglie…”.

Mentre le superfici si aprono, dando spazio a un elevato fondovalle in falsopiano, si avvicina una grande cresta montuosa che pare filmata in technicolor. Tonalità cromatiche africane di erba secca e alberi verdi. Pali dell’elettricità, fatti ancora di legno, ci accompagnano diligenti, balzando un po’ a destra un po’ a sinistra. Sulla carreggiata – lungo il bordo, o nella mezzeria – le carogne di piccoli animali travolti: un tasso, una faina, una donnola. Mi ricordo di aver visto, durante il viaggio di stamattina, anche un gatto.

L’incrocio per Μέλαμπες. “Mi fa venire in mente Melampo, il cane di Pinocchio… Che probabilmente si chiamava così perché aveva i piedi neri” osserva Ester ridacchiando.
Attraversiamo un gruppetto di case imbiancate, dominate dalla chiesa. Alcuni grandi inseguitori fotovoltaici. Una cappella votiva. Attorno, una vasta aridità da acrocoro etiopico.
Una breve spalliera di conifere. Ricompaiono – a chiazze sporadiche – gli ulivi. Il bivio per Πλατανές, borgo arroccato un paio di chilometri sulla destra. Il paesaggio si fa più vegetato. Dichiniamo dolcemente a valicare un invisibile ruscello, fasciato di verde. Una serie di curve a gomito. Risaliamo fra rocce secche. Sfioriamo una piccola borgata.
Dodicesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- Lo spicchio di marina e l’isolotto appannato
- Montagne in technicolor
- Tonalità cromatiche africane