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Voi siete qui: Italia » Viaggio sull’isola di Favignana, terra di tufi e mare di tuffi

3 Giugno 2010

Viaggio sull’isola di Favignana, terra di tufi e mare di tuffi

favignana_ante È lo storiografo greco Polibio a raccontare con dovizia di particolari gli eventi della prima guerra punica. Dice che, dopo 23 anni di conflitto, vista l’inazione del potere centrale, un gruppo di cittadini decide di allestire una flotta con mezzi propri per affrontare le forze cartaginesi. Vengono costruite 200 navi e arruolati 60 mila marinai. Al comando del console Gaio Lutazio Catulo, il 10 marzo del 241 a.C. si ha lo scontro decisivo.

I romani catturano 70 imbarcazioni nemiche, mentre un’altra cinquantina affonda durante i combattimenti. La potenza nordafricana è costretta a lasciare la Sicilia e, subito dopo l’ignominiosa sconfitta, condanna l’ammiraglio Annone al supplizio della croce. Con le casse statali ormai vuote tenta di ottenere un prestito dal re dell’Egitto per continuare la sfida che ha in palio la supremazia nel Mediterraneo, ma alla fine Amilcare Barca deve firmare un oneroso trattato di pace.

Il luogo del cruentissimo conflitto si verifica presso le coste di Egusa, e precisamente nello specchio di Cala Rossa, che secondo la leggenda si chiama così proprio in ricordo del colore assunto dalle acque a causa dell’incredibile quantità di sangue versato dai due schieramenti in lotta.
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Sui fondali della zona si trovano tuttora decine di relitti delle imbarcazioni naufragate. Ma i costi delle ricerche subacquee rendono assai oneroso il loro recupero. D’altro lato, una volta riportate a galla, sorgerebbero seri problemi tecnici di conservazione dei resti lignei, che senza complessi trattamenti sono condannati a dissolversi in poco tempo. In ogni modo è del 26 giugno 2008 il ritorno alla luce d’un frammento di quella pagina cruciale: un rostro bronzeo usato come mezzo di sfondamento per creare delle falle nelle fiancate delle unità nemiche.

Oggi l’isola testimone dell’epico conflitto è conosciuta con il nome di Favignana, scelto per rendere omaggio al favonio, il vento caldo e secco che la accarezza lungo buona parte dell’anno. È la sorella maggiore delle Egadi, l’arcipelago trapanese che comprende anche Marettimo, Levanzo e i due scogli di Formica e Maraone.
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La sua forma evoca le fattezze d’una farfalla posata sulle acque con al centro l’altura di Santa Caterina e ai lati due ampie ali di tavolato calcareo. È abitata da 7 mila anni, ossia da quando, con lo sciogliersi dei ghiacci e l’innalzamento dei mari, si stacca dalla Trinacria allontanandosi dalla costa di circa 8 miglia. La principale ricchezza del territorio è costituita dalle “mafie”, un termine d’origine araba che qui non indica Cosa Nostra e gli uomini d’onore ma più semplicemente le cave di tufo. Si tratta d’una risorsa conosciuta e sfruttata fin dall’antichità, come rivela la zona archeologica di San Nicola, dove sono visibili i resti d’una specie di piscina battezzata “il bagno delle donne”.
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Il prelievo e la trasformazione della bianca pietra locale caratterizza un po’ tutte le epoche scandite dalle dominazioni che si susseguono. Si parte con gli arabi, come rivelano i ruderi nella zona della Torretta e il castello di San Leonardo. Proseguono i normanni, che con Ruggero II irrobustisce le opere difensive musulmane e fa erigere la rocca di San Giacomo. Altri segni indiscutibili lasciano angioini, spagnoli e liguri. Le tecniche lavorative si perpetuano senza grossi cambiamenti nel corso dei secoli. Il rito inizia sempre alle prime luci dell’alba. Una schiera di lapicidi, che nel vernacolo locale sono i pirriaturi, raggiunge l’area estrattiva. Accanto a loro si muovono manovali, carrettieri e marinai, chiamati al trasporto del materiale. L’attività è a cottimo. La paga varia infatti a seconda del numero di conci realizzati nell’arco della giornata. Non è pertanto raro che insieme con il padre operino figli e nipoti, compresi quelli in tenera età. Quanto ai pasti, spesso si riducono a pane e cipolla o fichi secchi. L’arnese più in uso è la mannara, una particolare specie di ascia per segnare le tracce sulle porose pareti di biocalcarenite e poi ricavare i blocchi. I quali vengono spostati con il maganeddu, vale a dire un argano di legno, e tramite il passamano raggiungono gli scafazzi, cioè le grosse barche a remi o a vela che coprono le diverse tratte commerciali partendo da Puntazza, Burrone, Canaleddi, Punta Marsala Bue Marino e altri scali litoranei.
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Lo sviluppo di questa voce dell’economia dura fino alla metà del secolo scorso. Poi, nonostante gli sviluppi tecnologici, comincia un progressivo declino. Da un lato i costi logistici divengono sempre più proibitivi. Dall’altro gli addetti preferiscono cercare occupazione nel variegato mondo del turismo, che promette retribuzioni più decorose e soprattutto minore fatica. I giacimenti tufacei continuano comunque a giocare un ruolo di rilievo, anche se in condizioni assai diverse. Le macchine che sostituiscono gli antichi utensili garantiscono infatti una produzione non trascurabile, pur senza richiedere la manodopera d’un tempo.
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E, sulla cresta dell’onda verde registrata negli ultimi anni, gli operatori possono contare su un mercato interno in crescita grazie alle nuove tendenze progettuali, che credono sempre più in un’architettura armonizzata con l’habitat naturale e puntano pertanto sulla valorizzazione delle realtà indigene.
Tuttavia la principale novità è costituita dal recupero dei bacini dismessi. Si scopre ad esempio che l’unico cinema all’aperto è ricavato all’interno d’una vecchia miniera e, grazie ad uno studiato impianto d’illuminazione, riesce a creare effetti particolarmente suggestivi. Ma il fenomeno più vistoso è costituito dal moltiplicarsi dei cosiddetti orti e giardini ipogei.
favignana_6Introdotti dopo la provvidenziale scoperta di  pozzi d’acqua dolce, sono disseminati qua e là come degli scampoli di Eden che giocano a nascondino. Di solito l’accesso non si nota dalla strada, ma scendendo minuscole scale semioccultate sul retro delle case per evitare le invasioni moleste. Circondati dai poderosi parallelepipedi di roccia riquadrata che si immergono per 10-15 metri sotto il suolo, creano un microclima temperato d’inverno e più fresco nel periodo estivo. Inoltre proteggono la vegetazione dai venti carichi di sabbia e impregnati di sale. Qui si coltiva la vite, fruttificano melograni, fichi ed aranci, si piantano ortaggi e fiorisce una policroma flora spontanea. Uno dei siti più scenografici per i visitatori è “Manhattan”, così etichettato perché evoca in miniatura lo skyline di New York.
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Né mancano le grotte artificiali, ricavate attraverso una’asportazione della materia che sembra studiata da qualche architetto di fama, o lo sposalizio con il settore alberghiero, tanto che s’incontra l’Hotel delle cave, sorto per iniziativa dell’epigono d’una famiglia dedita all’attività lapidea fin dall’Ottocento. Questi decide di riciclare un edificio di supporto allo svolgimento dell’antico mestiere dei pirriaturi trasformandolo nientemeno che in un albergo. Tutti gli spazi della ricezione sono ubicati nell’originaria zona estrattiva. Il ristorante si sviluppa invece in un avvallamento ricavato tra pilastri che conservano i segni del lavoro manuale e gli scannaddi, ossia i gradini con intacchi a muro per salire e scendere lungo le pareti a picco.
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Un angolo museale è dedicato all’esposizione degli impianti e dei macchinari per il taglio e lo spostamento dei cantuna, vale a dire i cubetti di candida roccia fossilifera, che secondo i geologi risale all’era quaternaria. Nell’arredo interno figura infine una minuziosa documentazione visiva del trinciari, cioè il tipico modo di sezionare geometricamente i filoni tufacei sia in senso orizzontale che verticale. Tanto che i lacerti rimasti, più che residui di scarto abbandonati a se stessi, appaiono come dei fantasiosi monumenti eseguiti con il traforo.
favignana_11In questo modo si salda idealmente la maggiore vocazione del passato con l’odierno comparto turistico, in continua ascesa grazie al fascino d’un cantuccio del Mediterraneo che ha pochi rivali. È come il passaggio del testimone d’una staffetta che, giocando con le parole, parte dai tufi e sfocia nei tuffi in placide acque ancora terse. E in ogni caso compie la transizione senza rinnegare nulla della propria identità originaria, ma conservando nel classico cassetto dei ricordi tutte le più significative immagini dell’infanzia collettiva. D’altra parte, il salto dall’entroterra alle onde è un percorso evolutivo e nel contempo una specie d’eterno ritorno. Perché da sempre, anche se in un senso diverso, Favignana attribuisce al suo mare il ruolo simbolico e fisico di madre nutritiva, se non altro per l’incredibile patrimonio ittico. La fauna è così ricca che a molti esemplari si devono imporre nomi presi in prestito dal mondo vegetale o da altre specie. Per cui esistono ad esempio il peperoncino, il pomodoro, il pagello fragolino, la lepre e la cicala di mare, il muletto, l’ago cavallino, il vermocane, il tordo fischietto e via dicendo.
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(prima parte – segue)
Testo e foto di Lorenzo Iseppi

Didascalie:

  • Lo specchio di Cala Rossa
  • Le coste di Favignana davanti all’isola di Levanzo
  • Una cava di tufo
  • Una “mannara” incisa sulla roccia di un’antica area estrattiva
  • I macchinari in uso oggi
  • Un giardino ipogeo
  • Il sito denominato “Manhattan”
  • L’hotel delle cave
  • L’angolo museale con i vecchi impianti
  • Le acque di Favignana, divenuta un’ambita meta turistica
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