Nona parte del reportage di Marco Grassano sulla Provenza.
Eppure, a pochissimi chilometri da qui (da Apt, ndr) e appena tre mesi addietro, abbiamo visto un giorno sereno scurirsi di rapide pennellate livide e mettersi a riversare dura neve.
Era il Lunedì dell’Angelo. Avevamo deciso di esplorare le rovine sassose di Oppède Le Vieux, attratti dalla bella sonorità latina dell’Oppidum vetulum che si intuisce dietro il toponimo. Allo stesso modo, Apt deriva da un’elegante Apta Iulia e Aix da Aquae Sextiae.

Siamo arrivati nel mattino, pallido e sfumato da qualche nuvoletta. Abbiamo costeggiato grigie pareti di roccia, marezzate dalla vegetazione, e varcato aperture sul cui fondo le foglie nuove di alberi e cespugli alternavano l’infinita varietà dei loro verdi. Una riga di case, leggermente rosate nella luce, è apparsa sul fianco della montagna. Abbiamo proseguito a piedi lungo una stradina, fino ad arrivare in paese. Transenne e una baracca di lamiera indicavano qualche lavoro in corso.
Nella parte inferiore delle rovine, archi ormai inutili, ricoperti di muschio. Più sopra, massicci casoni in pietra, con finestre gotiche a bifora e balconi dalla base bugnata. Abbiamo proseguito tra i vicoli deserti, dalla pavimentazione irregolare. Scalini logori. Roselline rampicanti abbarbicate alle pareti. Muri crestati di vegetazione. Altri archi incidevano nel cielo immagini piranesiane.

Siamo saliti a poco a poco, fino a dominare il folto delle case e scorgere, in lontananza, il mosso profilo del Mont Ventoux. Dall’altra parte, la vallata si estendeva nell’infinito e minuzioso mosaico delle coltivazioni.
Dentro la piccola chiesa, con l’abside affrescato a imitare una volta celeste che contornava Gesù e gli evangelisti, si udiva, emesso da invisibili altoparlanti, un delicato canto gregoriano. Nella valle posteriore e nel pendio che la chiudeva a conca, fittamente punteggiati di conifere, echeggiavano voci di gitanti.

Ci siamo seduti sul ciglio di pietra liscia, godendoci il tepore del sole. Poi siamo scesi per altri vicoli di gradini bassi e profondi, rasentando case in ristrutturazione sulle cui facciate emergevano particolari architettonici a connotazione ecclesiastica. Lungo la via principale del borgo basso, abbiamo superato una grande casa dall’intonaco di un carnicino sbiadito, avvolta nei rampicanti. Essendo esposta a nord, le foglie apparivano ancora piuttosto scarse. Mi è venuto in mente un edificio simile, sulla piazza di Cabella Ligure.
Pranzo a L’Oppidum
Siamo arrivati al ristorante L’Oppidum, dove ci siamo fermati a pranzo. L’aspetto era rustico, sia fuori che dentro. I piatti, però, si sono rivelati deliziosi al gusto e sfavillanti di colori, dal carpaccio iniziale fino ai rougets: strani, piccoli pesci con la carne rossa, serviti privi di lische, aperti come corolle e fiancheggiati da uno squisito contorno di verdure. Abbiamo anche provato una nuova varietà di pastis, il Bardouin, forse il migliore tra quelli in commercio.
Siamo usciti verso le tre del pomeriggio. Il cielo si era, nel frattempo, incupito, gonfiandosi silenziosamente di ondulate nuvole blu scuro – grevi e fosche – sopra l’edificio dagli infissi turchesi a fianco del quale si impennava la viuzza che conduceva ai giardini. Ci siamo saliti.
Il sole colpiva la scena con raggi trasversali. Ne risaltavano il verde cupo degli aguzzi cipressetti, quello più tenero degli alberelli sparsi e il giallo intenso dei gelsomini di San Giuseppe e delle forsizie, stagliati, in bruciante contrasto, contro la cianosi disomogenea della nuvolaglia incombente.

Faceva freddo: un freddo umido che, all’improvviso, ha iniziato a condensarsi e a precipitare in grani ghiacciati, spigolosi e compatti come cristalli di sale grosso.
Verso sudovest, però, il cielo rimaneva parzialmente sgombro, con due anse di azzurro strette fra le strisce zigzaganti di nubi biancastre che si dipartivano dalla massa cupa per andare a convergere, in prospettiva, dietro l’orizzonte delle alture.
Bordeggiando bassi muretti di pietra e calce, siamo tornati alla macchina. Il cielo, a nordest, si stava compattando pian piano in un’uniforme massa plumbea, tingendosi di nerofumo.
Dove, prima, la nuvolaglia era rimasta parzialmente aperta, lo si vedeva adesso delimitato da un esile orlo madreperlaceo e incandescente, al disotto del quale le increspature orografiche apparivano, in lontananza, ancora roride di luce.
Nona parte – segue.
Marco Grassano
Foto di Marco ed Ester M. Grassano
Didascalie:
- Le case di Oppède a mezza costa, arrivando
- Scorci piranesiani nel borgo
- L’interno della chiesa di Oppède
- Nuvole da neve sul giardino