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Voi siete qui: Europa » Viaggio a Porto: passeggiata alla foce del Douro

4 Febbraio 2018

Viaggio a Porto: passeggiata alla foce del Douro

Quindicesima puntata del reportage di Marco Grassano sulla città di Porto.

Arriviamo al capolinea del tram, dove l’estuario si apre definitivamente e iniziano i Giardini della Passeggiata Allegra. Case con palme nel cortile, come a Bordighera. Si affiancano, in totale incoerenza edilizia, costruzioni disparatissime per altezza, colori, stile. Il grande gazebo, la pedana e i tavolini all’aperto di un ristorante, che ci potrebbe tornare utile per il pranzo. Folla, sempre folla.

I giardini terminano a un incrocio spazioso. Gli spettatori si fanno più fitti, seduti, a mo’ di tribuna, sui prati in pendio. Di fronte, a ridosso della muraglia di una fortificazione, il palco delle autorità o della giuria. Nessuno dei personaggi seduti, maschili e femminili, mi è noto.

L'oceano Atlantico a Porto, in PortogalloCerchiamo toglierci da questa confusione. Puntiamo verso l’oceano, lo raggiungiamo e lo fiancheggiamo per un buon tratto. La moltitudine non accenna a terminare. I commenti della presentatrice roboano anche quaggiù. Dalla prima scala in cui riusciamo a imbatterci scendiamo alla spiaggia.

Il cielo è carico di grigio, con pennellate più o meno intense. L’orizzonte è appannato. Sulla sinistra, la diga foranea e, all’estremità, il faro a strisce bianche e rosse. In alto, verso la strada, gente seduta sull’intera lunghezza del parapetto di pietra bionda. Rare persone sparse, da sole o al massimo in coppia, sulla sabbia color nocciola, sulla battigia e sugli scogli, leggermente più scuri e circoscritti da due archi di massicciata, simili ai gradoni di un teatro greco.

Onde spumose si frangono lente. Gabbiani, isolati, planano o indugiano su qualche spuntone di roccia. Alla Spiaggia degli Inglesi, occupata fino all’acqua da una palafitta con bar e ombrelloni, dobbiamo a malincuore risalire fra la gente, dopo esserci tolta la sabbia dai sandali.

All’inizio di un folto di alberi e aiuole, denominato Giardino degli Inglesi, una bacheca illustra la Passeggiata Geologica della Foce del Douro: “Lungo la fascia litorale della città di Porto, estendendosi per una serie di spiaggette comprese tra il Forte S. Francesco Saverio (vulgo: Castello del Formaggio) e il molo di Felgueiras (Foce del Douro), si trovano preservati magnifici affioramenti di vari tipi di rocce metamorfiche (gneiss, metasedimenti e anfiboliti) di era precambriana (più antiche di 570 milioni di anni) inframmezzate da graniti ercinici, risalenti a circa 290 milioni di anni fa…”.

Torniamo quindi giù, rasentando lo stabilimento balneare Spiaggia della Luce. Il percorso dapprima è asfaltato, ma subito dopo si riduce a uno stretto passaggio di cemento che rasenta gli scogli, per poi tornare asfaltato più avanti, poco prima di una gradinata che scende dal lungomare. Sulla riva terrosa a destra, un tappeto di pancrazi ancora fioriti. La Spiaggia di Gondarém. Gabinetti recano l’indicazione Homens e Senhoras.

Alcuni bagnini indossano la maglietta gialla Nadador salvador, ma i bagnanti oggi sono ben pochi. Altri raccordi con la litoranea superiore. Un porticato chiuso da grate di ferro. Più avanti, sullo spiazzo dello stabilimento Spiaggia del Pontile di Carreiros, una singolare scenetta ci fa sorridere: varie decine di persone di ogni età, tutte rivolte verso la nostra destra, ballano con movimenti ondeggianti, e peraltro abbastanza goffi, il noto successo estivo Despacito.

Racconto a mia figlia che qualche mese fa la canzone è stata usata, adattando le parole, anche per la campagna elettorale del referendum in Venezuela. Una podista mora, giovane e carina, che mi pare un personaggio televisivo, ci sorpassa rapida. La incrociamo più avanti, mentre rifà il percorso all’inverso.

Siamo di nuovo su un esiguo camminamento che da un lato sovrasta la Spiaggia dell’Uomo del Timone e dall’altro rasenta due aree giochi per bambini e un piccolo balneario. Inizia quindi una passerella di legno su pali, dal perimetro irregolare, sotto cui si rifugiano, infagottate contro l’aria intirizzente, sparute coppiette che sonnecchiano o guardano l’oceano. La passerella termina. Andiamo avanti su una lunga strettoia in cemento fino alla Spiaggia dell’Acquario, col suo chiosco bar.

Scendiamo un paio di rampe per aggirare un edificio che mi ricorda qualche colonia elioterapica per bambini, di quelle un po’ scolorite risalenti al Ventennio. All’angolo, quasi ci scontriamo con una famigliola che si dirige, in bicicletta, in senso contrario. Ancora il contorno zigzagante di una passerella in legno. Fra gli scogli, rovesciato e coi ferri arrugginiti in piena vista, un minuscolo ex monumento in cemento armato riproducente una scialuppa, eretto originariamente chissà dove, chissà quando e con chissà quali intenzioni.

Il misterioso ex monumento alla scialuppaDa un po’ ci incuriosisce la sagoma misteriosa, simile alla testa di un’enorme balena, che vediamo stagliarsi davanti a noi nel bel mezzo di un lungo molo proteso nell’acqua. Ora che la distanza si è ridotta, e consultando cartina e internet, scopriamo trattarsi del Terminal Passeggeri del Porto di Leixões, importante e recentissima (2015) realizzazione dell’architetto Luis Pedro Ferreira da Silva.

Da qui in poi, inizia Matosinhos. Attraversando i giardini dell’Avenida de Montevideu, risaliamo sul lungomare per tornare indietro. Vialetti polverosi fiancheggiati da filari di alberi – o piuttosto di alti arbusti – per me sconosciuti, ma che una targhetta identifica come Metrosideros excelsa, specie australiana. Su questo tratto litoraneo si reca, in taxi, l’inviato speciale protagonista del romanzo di Tabucchi, per visitare il locale notturno di dubbia moralità al quale lo ha condotto la sua indagine. La descrizione parla di un palazzotto liberty con cornici di piastrelle verdi e piccoli timpani in stile manuelino. Ma non credo esista davvero. Per ora, quel che vediamo sono solo brutti esemplari di recente costruzione.

Altri ciuffi di Metrosideros annunciano la piazza nel cui centro si drizza la statua bronzea di un marinaio in giaccone e cappellaccio di incerata che regge un timone: “L’Uomo del Timone, mostra coloniale 1934”, come precisa appunto la scritta sul lato posteriore del basamento.

L’area verde prosegue fino a un altro slargo, più grande e interamente asfaltato: la Spianata dell’Imbarcadero. In mezzo, un tendone bianco sulle cui pareti si allineano grandi ritratti di scrittori: Pessoa e Saramago, ovviamente, ma anche García Márquez, Hesse, Melville, Dostoevskij… Entriamo e cominciamo a curiosare lungo i banchi pieni di libri, di ogni tipo e argomento.

Mia figlia indugia su quelli fotografici e di viaggio, trovando dettagli linguistici ridicoli – “Vorrei riservare un tavolo” – in una guida dell’Italia; io mi soffermo invece sulla letteratura. Sfoglio volumi di poesia, Vinicius de Moraes, Neruda tradotto, un’antologia di Pessoa curata da Eugénio de Andrade, ma poi scelgo, per soli 5 euro, il romanzo Azul-corvo della bella scrittrice carioca Adriana Lisboa, vincitrice del Premio Saramago 2003.

La litoranea passa a chiamarsi Avenida do Brasil. I Metrosideros cedono il posto alle palme, non più alte di essi. Quasi tutti inguardabili, con l’eccezione di qualche piccolo superstite di inizio Novecento spesso bisognoso di restauro, gli edifici sulla nostra sinistra. Il brutto prefabbricato di una pizzeria. Tamerici. Panchine rossastre, rivolte non al Giardino degli Inglesi e alla scogliera, bensì verso l’asfalto e le case: vista incantevole, non c’è che dire.

Si riodono gli sbraiti amplificati dell’annunciatrice mentre snocciola il numero di figuranti per ogni associazione. Spiega poi che, nonostante il grande lavoro necessario per realizzare tutti quei magnifici abiti di carta, che a vederli così ben fatti nessuno direbbe che lo sono, alla fine della sfilata le caretas, ossia le maschere, andranno a tuffarsi in mare – che, come sappiamo, è oceano – sulla spiaggia dell’Ourigo.

Ci ritroviamo davanti i mascheroni di Podence visti all’inizio. Fanno inversione nella via parallela, accompagnati da tambureggiamenti e scuotimenti di sonagli con ritmo di corteo brasiliano. Ecco ancora un frate, un prete, un pastore, una specie di karateka dalla cintura rossa, donne in fucsia e in turchino, due maratoneti che probabilmente non c’entrano nulla. Sono gli ultimi passaggi, in questo tratto. La folla rompe le righe e prende a camminare in totale confusione. Raccogliamo, per ricordo, un brandello rosa intenso, come una larga stella filante, staccatosi da qualche costume.

Sulla tribuna c’è ancora una donna. Non può essere la presentatrice: tiene la bocca chiusa, mentre la voce continua a cicalare. Tutti i prati attorno alla fortezza e le aiuole del giardino si stanno gradualmente riempiendo di tovaglie da picnic imbandite e di persone che vi siedono attorno. Mi commuove, questo sforzo per strappare un magro svago festivo a una vita di poca gioia. Penso a una strofa di Vladislav Chodasevic:

La domenica sull’erba non più verde
recarsi in treno, stender la coperta,
e di nuovo assopirsi, e testardamente
trovare che tutto questo diverta.

Il cielo, per fortuna, inizia a schiarire, a farsi più leggero.
Quindicesima parte – Segue.
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalie:

  • L’oceano
  • Il misterioso ex monumento alla scialuppa
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