Undicesima puntata del reportage di Marco Grassano sulla città di Porto: dalle parti di Rua de Entre-quintas.
Rimontiamo di un livello arrancando sul selciato irregolare. Andiamo ancora verso est. Una gialla costruzione a un solo piano, ristrutturata da poco. Di fianco, una geometria di alte siepi, potate a parallelepipedo, circonda una fonte. Bordure di fiori di stagione (in questo momento, petunie bianche e rosa). Sul lato esterno, a sud, un supporto per pergolati in muratura gialla, spoglio. Sotto, a perpendicolo, piccole serre in abbandono. Sul muretto lungo il camminamento incede, solenne, un pavone dalla coda a riposo. Ancora oltre, il portoncino ad arco visto, arrivando, da fuori, che però non si può aprire.
Proseguiamo quindi nel periplo del palazzetto. Un grande giardino all’italiana, triangolare, alla nostra destra. Passando sotto un ciuffo di alti alberi, risaliamo sullo spiazzo anteriore. Oltrepassiamo un’ampia rotonda erbosa, divisa in spicchi e decorata da fiori e da siepi: in varia foggia, di varie specie botaniche. Usciamo attraverso il cancello principale.
[codice-adsense-float]Per il ritorno, decidiamo di contornare il parco dall’altra parte. Costeggiando la cinta, ci infiliamo in una stradina fiancheggiata a destra da un breve schieramento di case basse, abbastanza anonime ma ben tenute, Rua de Entre-quintas: ecco, qui risiedeva Carlo Alberto. Le abitazioni finiscono quasi subito, dando spazio a un alto muto di pietra. Sulla sinistra, l’ingresso di una moderna, svettante biblioteca, raffinatamente progettata, e un altro cancelletto – chiuso – che dà sull’area dei giardini. Auto parcheggiate. Una di esse, con alcune persone appena salite a bordo, si mette in moto e torna indietro. Ancora un accesso al parco, aperto stavolta. Da lì il nostro percorso si infila, scendendo e restringendosi, tra due pareti di pietra cieca, di nuovo come nelle creuze liguri.
Acciottolato di sassi grandi. In mezzo, le solite lastre a coprire lo scolo delle acque reflue. Passiamo, a galleria, sotto una casa cadente. Affissa al muro, una legenda plastificata racconta in breve la storia dell’assedio che Porto, schierata coi liberali, subì negli anni 1832-33 ad opera delle truppe realiste. Assedio vano, perché la città non cedette, e fu soprannominata A Invicta.
Però, nell’autunno del 1832 vi si diffuse un’epidemia di colera e di tifo che spinse i cittadini (ovviamente, quelli abbienti) a cercare rifugio sulle alture più salubri, come questa. Ci imbattiamo in un gruppo di turisti brasiliani, in salita (due coppie, più giovani di me), che mi chiedono se da qui si arriva ai giardini. Rispondo affermativamente, consigliando loro di seguire la linea dei lastrici centrali. Confondo, però, il maschile col femminile, e invece di traço, appunto “rigo, linea”, dico traça, che in portoghese significa “traccia”, ma anche “astuzia, inganno”. In ogni caso, mi capiscono. Forse pensano sia un’accezione curiosa del vocabolo, peculiare alla madrepatria.
Riprendono le case: più fatiscenti, però. Riprendono anche le macchine parcheggiate. Un ultimo tratto in discesa, e ci troviamo di nuovo in Rua da Restauração. I giardini sovrastano, da sinistra, la strada e un’inquietante, lugubre magione: intonaco molto grezzo recentemente rifatto, portone condannato coi soliti mattonacci grigi, finestre a bifora vuote come le orbite di un teschio. Un lungo portico di calcestruzzo sostiene il terrazzamento inferiore del parco.
Giunti all’altezza dell’ospedale, ne fiancheggiamo ora il quarto lato fino ai giardini pubblici di Praça da Cordoaria. Prendiamo a destra. Ci si para dinnanzi la mole stentorea, vagamente mussoliniana, della DOMVS IVSTITIÆ, con la bronzea statua dal piglio marziale (pur se a seni scoperti) di una Giovanna d’Arco lusitana e le marmoree iscrizioni latine scolpite anch’esse nei caratteri perentori dei vecchi “DVX” che costellavano le italiche pareti. Malgrado sia una realizzazione degli anni Cinquanta, il palazzo tradisce ancora la smaccata simpatia di Salazar per il nostro Benito, o almeno per le sue idee. In queste aule – racconta il romanzo di Tabucchi – l’avvocato Lotón tenne la sua solenne, filosofica arringa, lacunosamente sbobinata, sul treno del ritorno a Lisbona, dall’enviado especial protagonista del libro.
Pochi passi e siamo di fronte al Centro della Fotografia. Ci servirebbe una toilette. Pensiamo di avvalerci del vicino Corner Bar: ricordo di aver notato che da una porta metallica bianca, accanto ai tavolini, uscivano persone; forse lì ci sono i servizi. Scopriamo però che si tratta dell’accesso pedonale a un parcheggio coperto. Percorriamo quindi l’intero incavo fra i giardini (a destra, una sfilza di vetrine di abbigliamento), fino all’altro bar, più grande, veduto stamattina.
L’interno del Costa Coffee è vasto, con numerose e ampie vetrine che offrono tanta luce. Pavimento in parquet. Ai tavolini, dal piano di legno chiaro, sedie imbottite; vi sono anche, qua e là, poltrone e divanetti in cui sprofondare. Grandi foto artistiche appese alle pareti. Attorno al lungo bancone e alle sue vetrine espositive (panini, dolciumi, bibite), un viavai di clienti e camerieri indaffarati. Dietro, in bella evidenza, i prezzari dei cocktail e della caffetteria (alcuni degli articoli, curiosamente, in italiano: Espresso/ristretto, Espresso con panna/macchiato; Corto; Latte; Cappuccino…). Prendiamo due frappè (batidos) misti, di ananas e cocco: gelidi e gustosi. Per aprire la porta dei bagni (luminosi, puliti) bisogna digitare il codice riportato, a grandi cifre, in fondo allo scontrino.
È ancora troppo presto per rientrare. Il Mercato di Bolhão al pomeriggio è senz’altro chiuso, ma possiamo ugualmente tentare un’esplorazione dei suoi paraggi.
Imbocchiamo Rua da Fábrica e la seguiamo verso est. Passando davanti alla Souza & Almeida, osserviamo che i due vecchietti sono in libreria anche oggi. Sfociamo nella piazza del Municipio e la attraversiamo rapidi, sulle strisce, con altri pedoni. Il pavé chiaro, istoriato da disegni neri, della breve, pedonale Rua Sampaio Bruno. Quasi all’angolo con Rua Sá da Bandeira, seduto su una coperta, un uomo chiede silenziosamente l’elemosina. Sdraiati di fianco, con gli occhi chiusi e le gambe distese, i suoi quattro cani, di razza e dimensioni diverse.
Rua Sá da Bandeira piega sensibilmente a sinistra, quasi volesse evitare, all’ultimo istante, l’impatto col teatro omonimo. Accanto all’ingresso della biglietteria, il curioso contrasto tra l’arcuata vetrina incorniciata di legno scuro, come nei vecchi negozi di stoffa, e l’alta tecnologia per “suono e luce” in essa esposta. Il Magazzino (armazém) del Caffè. Una rivendita di armi e munizioni.
La via prosegue in un viale di alberi ancora giovani, fiancheggiato di vetrine. All’incrocio – regolato da un semaforo – con Rua Formosa, gli alberelli finiscono. Immediatamente dopo riconosciamo, a destra, il Mercato: chiuso, come ci aspettavamo.
Torneremo a visitarlo di mattina; per il momento, gli curiosiamo attorno. La concezione funzionale è la stessa di Porta Palazzo, a Torino: una base in muratura che ospita, sul lato strada, vetrine di negozi, mentre, verso l’interno, regge una struttura in ferro battuto, a protezione dei posteggi vendita. La soluzione architettonica è però più simile – per la squadratura regolare della pianta, per gli ampollosi portali di accesso e per le tonde torrette angolari (su due soli angoli: il piano dell’edificio è costante, mentre, attorno, le strade salgono…) – al mercato di Lisbona, anche se qui la sinfonia di superfici, di spigoli e di curve si sviluppa in un insieme maggiormente ricco e articolato.
Undicesima parte – Segue.
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalia:
- La Rua de Entre Quintas
Archivio:
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