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Voi siete qui: Europa » Viaggio a Porto: al forte di San Giovanni Battista della Foce

5 Febbraio 2018

Viaggio a Porto: al forte di San Giovanni Battista della Foce

Sedicesima puntata del reportage di Marco Grassano sulla città di Porto.

Dopo un vano giro esplorativo, ci fermiamo sulla terrazza del ristorante che avevamo rasentato arrivando. Ci rivolgiamo alle cameriere, dritte come fusi, in grembiule nero con la scritta bianca “TWINS 19_74 Restaurante & bar”. Dapprima ci indicano un tavolino oblungo, dal piano stretto e nero, alto come un trespolo e servito da sgabelli in proporzione, poi ci dicono che è prenotato (due coppie vi prenderanno posto poco dopo) e ce ne propongono un altro analogo, adiacente, infine ci fanno accomodare sulle assai più confortevoli sedie ergonomiche, in plexiglass, che attorniano un tavolo tondo, dal ripiano giallo.

Il forte di San Giovanni Battista della Foce a PortoCi informano del menù di S. Bartolomeo, a soli 15 euro a testa. Tanta copiosa offerta di baccalà, però, temiamo possa essere abbioccante, per cui replichiamo di preferire qualcosa di più frugale, alla carta. Scegliamo un’insalatina di merluzzo e una di polipo come antipasto, caldo verde, poi un’insalata mediterranea e una di funghi, oltre al pane e a una bottiglia di acqua naturale. Mentre attendiamo, vado ai servizi. La disposizione interna è da locale notturno in un quadro di Edward Hopper: lungo bancone con fila di sgabelli, pavimento scuro, sedili a parete, imbottiti.

Ci servono. I piatti, poggiati su tovagliette nere che imitano l’intreccio di una stuoia, tendono alla squadratura. Le posate hanno un design particolare. L’acqua, molto fresca, è contenuta in una grossa bottiglia simile a quelle del gin, con tappo di vetro e nome del ristorante stampigliato in nero. Vezzi da locale di classe. Le insalatine iniziali si rivelano leggere e ricche di gusti, ben amalgamate dalla pezzatura ridotta di pesce e verdure. Il pane ha varie aromatizzazioni.

La zuppa è servita in piatti piuttosto fondi; il cavolo portoghese è tagliato molto fine, il brodo cremoso ma non troppo, l’olio d’oliva saporito al punto giusto, le rotelle di salsiccia molteplici. A regola d’arte anche le insalate “maggiori”. Il conto assomma a 31 euro. Siamo rimasti ugualmente entro i margini di spesa del menù del giorno.

Paghiamo col bancomat e ci dirigiamo verso il fortino, la cui costruzione, leggiamo sulla guida, fu avviata nel 1570 dal mitico re Dom Sebastiao, ma che risale, nella sua struttura odierna, al 1653, ed è denominato di San Giovanni Battista della Foce. Le nuvole ora sono esili, sfrangiate, e il sole può rallegrare di colori le superfici su cui si posa.

Il giardino pubblico della festa di S. Bartolomeo a PortoSvoltiamo a sinistra, subito dopo il parco pubblico, popolato di gente in parte sdraiata sulle panchine o per terra, e con una fila di bancarelle in cui probabilmente si vendono vettovaglie. In un’area chiusa da un basso muretto, stanno ancora grigliando carne a tutta forza, con sottofondo di schiamazzi e di musica popolare. Proseguiamo fino alla riva dell’oceano, sopra la spiaggia in cui doveva concludersi la parata. Radi banchetti bianchi, investiti da un soffio luminoso, espongono monili.

Torniamo indietro per vedere se è possibile visitare la piazzaforte. Seguiamo le persone che vi si inoltrano. Passiamo sotto un arco che si apre fra le pareti, arretrato rispetto alla via, in fondo a un vialetto di tamerici e di palme. Percorriamo dapprima il perimetro in aderenza alle muraglie esterne, dallo spessore massiccio in alcuni punti seghettato.

Pavimentazione sconnessa e inerbita a chiazze. Cumuli disordinati di grosse pietre. Nella parte posteriore, macerie belle e buone, detriti, erba diffusa a tappeto. Poi, dal cortile interno, lastricato in pietra, dell’edificio un tempo destinato a ospitare i soldati, saliamo agli spalti superiori, conservati molto meglio. Un baluardo con una guardiola, sul quale svetta e garrisce la bandiera portoghese, e da cui si possono dominare il litorale, le dighe coi loro fari, l’estuario.

Non è possibile accedere ad altro. Decidiamo di tornare a piedi, cogliendo l’occasione per completare e annotare i particolari e perfezionare il ricordo delle immagini colte di passaggio stamattina.

Ci fermiamo accanto al monumento degli “eroi del mare”. Trascriviamo il testo arcaico e tortuoso del cippo:

E vedendo il Re questa cosa, in come ci fu in essa grande potenza di navi quando passò a Ceuta, che furono ben settanta navi e barche, oltre a molta altra flotta di piccole galee, che non avreste saputo un solo luogo da cui una così poderosa armata potesse uscire…
(Dai capitoli speciali della città di Porto nell’Assemblea del 1436).

La rientranza scavalcata dal ponticello veneziano per i pedoni è il punto di scarico della rete fognaria. Spero ci sia un depuratore funzionante.

Ci serve una casa de banho. Oltrepassato il ponte, arriviamo alla fila di brutte costruzioni a monotona schiera aderente. Dopo una serie di vetrine artigianali e mercantili, entriamo nel ristorante Morfeu marginal, dove possiamo anche rifornirci di acqua. Il posto ha delle pretese: lucido parquet di mogano, ampie e spesse tovaglie bianche, alle pareti grandi foto a colori forti – papaveri sotto un cielo quasi blu spruzzato da bianchi pennacchi di nubi – e, incorniciati, ritagli di giornale con recensioni molto favorevoli.

Sullo slargo alberato prossimo alla piattaforma dell’elicottero, una serie di rotaie germoglia verso sinistra, attraverso larghe superfici d’erba, in direzione di un edificio rosa decorato da cornici bianche, con la grande insegna S.T.C.P. – Società dei Trasporti della Città di Porto – dipinta sulla facciata e due lunghe tettoie al fianco: raffinato e sobrio progetto di un secolo fa, ora accoglie il Museu do Carro Elétrico.

Osserviamo in dettaglio la chiesa marchiata dal segno dei templari. Subito sotto la croce, la cifra 1394: chissà perché. La risposta la troviamo nella grande scena di azulejos ancora più in basso, in cui è raffigurato Sant’Elmo, il patrono di questo tempio, che regge nelle mani una specie di candelabro a tre fiamme e il cartiglio Deus trinus et unus, mentre il re Enrico il Navigatore – nato, ecco, nel 1394 e nominato, in età adulta, Gran Maestro dell’Ordine dei Templari – e alcuni membri del suo equipaggio lo fissano inespressivi.

A commento, i versi di Camões, Canto V, strofa 18: Vi, claramente visto, o lume vivo / que a marítima gente tem por santo, ossia “vidi, chiaramente visto, il fuoco vivo che la marittima gente ritiene santo”. Il fuoco di Sant’Elmo, appunto.

Mi chiedo quale sia lo scopo di una simile profusione di simboli e riferimenti. Il popolo portoghese di allora non disponeva di una grande cultura, e non esisteva internet per poter cercare informazioni, come abbiamo fatto noi. Viene il sospetto che l’opera non mirasse tanto a educare la gente, quanto semmai a compiacere il narcisismo di chi l’aveva pensata: “Visto che mente complessa ho?”. Più mi imbatto in simili espressioni di religiosità, più divento, se possibile, laico.

Eccoci davanti all’immensa struttura – grigiastra e tripartita – della Dogana, il cui lato opposto domina un lungo segmento di fiume. Nei suoi spazi è accolto anche il museo della tecnologia. Di fronte all’ingresso, occupando tutto l’edificio imbiancato nella fila di case con portici genovesi che sorgono a un livello inferiore, gli allestimenti dedicati al Mondo delle Scoperte: “5.000 m2 di avventure”, promette una scritta sulla parete.

Ritroviamo la fermata tramviaria di partenza. Adesso sì che possiamo passare – per tagliare corto verso il molo dei battelli – nel vicolo notato stamattina, Rua da Reboleira: effettivamente, un altro penombroso recesso ligure, stretto fra antiche magioni dagli intonaci un po’ scrostati o dalle facciate in pietra, a volte lavorata a rilievo in decorazioni architettoniche.

Arriviamo nella piazza della Ribeira. Dopo la scarpinata che abbiamo fatto, e prima della gita sul fiume, abbiamo bisogno di sederci da qualche parte, per riposarci un po’ e bere con calma qualcosa di fresco. Ma non nel caos che c’è qui. Ci infiliamo allora nell’ennesimo angusto carruggio, in blanda salita – verso l’entroterra – dalla piazza: la Rua dos Mercadores, Via dei Mercanti. Subito all’inizio, un negozietto espone parole italiane: “La Crema / il gelato”.

Ci mettiamo in coda al banco vetrina affacciato sul vicolo – prima di noi, indolenti o leggermente impacciate, un’anziana signora e la sua probabile figlia zitella – per chiedere due granite alla frutta, preparate frullando, assieme al ghiaccio, gli appetibili gusti artigianali in vista.

Entriamo poi ad appollaiarci su alti sgabelli, a ridosso della parete stuccata dalla quale sporgono piccole mensole per appoggiare i bicchieri. I curvi sedili in plastica bianca ricordano vagamente la forma dei sanitari, ma li troviamo comodi. Dietro il bancone, semplice nelle sue linee squadrate di fòrmica bianca, due donne e un uomo, in pantaloni e maglietta neri, indaffaratissimi a spalmare su coni e in coppette, a frullare, a cuocere su una piastra tonda crêpes dolci, per poi farcirle col contenuto sciropposo di alcuni barattoli presi da un ripiano fissato al muro di pietra.

Clienti dai tratti somatici disparati, compresi quelli orientali, si alternano a ordinare, in molte lingue. Bizzarra la donna inequivocabilmente italiana che si incaponisce a parlare con le cameriere un francese scadente.
Sedicesima parte – Segue.
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalie:

  • Il forte di San Giovanni Battista della Foce
  • Il giardino pubblico della festa di S. Bartolomeo
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