Con questa prima parte inizia il reportage di Marco Grassano sul suo viaggio compiuto tra luglio e agosto del 2018.
Pensando all’Olanda
vedo ampi fiumi
scorrere lentamente
per un’infinita pianura,
file di pioppi
incredibilmente esili
come alte piume di fumo
stagliarsi all’orizzonte,
e sprofondate
nell’enorme spazio
le fattorie
sparse nei campi,
gruppi di alberi, villaggi,
torri tronche,
chiese e olmi
in un connubio grandioso.
Il cielo è basso
e il sole si smorza
lentamente in grigi
vapori screziati,
e in tutte le contrade
si teme e si sente
la voce dell’acqua
con i suoi eterni disastri.
Hendrik Marsman, Ricordo dell’Olanda, 1936
Il viaggio
Arriviamo all’albergo di Malpensa verso le 22 e un quarto, dopo una passeggiata al chiardiluna lungo strade poco simpatiche per camminare la notte, prive come sono di marciapiedi. Davanti a noi, alla reception, un gruppo misto di tre o quattro persone, guidato da un uomo che parla italiano col portiere e russo con le donne. Si siedono poi a mangiare una pizza alla caffetteria interna.
[adsense-inarticle]Per tornare all’aeroporto prendiamo un taxi, alle 4.35. Il tassista parla lombardo: “Ossibèla… S’agh vard no…” dico con un po’ di impazienza dopo aver tentato invano di allacciare a tentoni la cintura di sicurezza; “… el ghe riess no” completa lui la frase.
Facciamo il check in e ci accomodiamo al gate 11, dove è previsto l’imbarco. Sono le 5.30. A un tavolo del vicino baretto (chiuso), tre ragazzi giocano a carte: un biondastro somigliante al novizio Adso nel film Il nome della rosa, anche perché tiene sollevato il cappuccio della felpa violacea come fosse quello di un saio; uno più scuro di pelle e capelli, con qualche mèche verde; il terzo, biondastro anche lui e con barba incolta, mi ricorda Lapo Elkann. Di fronte a noi, una ragazza dai capelli mori e lisci, abbastanza graziosa, indossa quel che dapprima mi pare un abito scuro da sera, un pezzo unico con maniche lunghe; poi però, a una più attenta osservazione, la parte superiore si rivela una giacchetta separata, con ancora l’etichetta penzolante.
Decolliamo alle 6.25. Durante il volo mi leggo qualche capitolo di La camera da letto, romanzo familiare in versi di Attilio Bertolucci che ho scelto come compagnia letteraria per la vacanza, assieme all’edizione bilingue del Faust di Pessoa.
Sbarchiamo prima delle otto. Cerchiamo un posto per far colazione ancora nell’area passeggeri. In uno spazio delimitato in parte da sedili a tribuna con prese per i passeggeri che usano il portatile o il tablet, un ampio chiosco espone mele e altra frutta, con cui prepara succhi. Subito dopo, ad angolo, il bar HMS host, feeling good on the move.
Ci avviciniamo all’uomo dietro il bancone, un tipo alla Edoardo Raspelli, di nome Cees. Parla un ottimo inglese, cosa che del resto è una caratteristica comune, qui, a differenza che a Malta. Ci prendiamo un bel caffelatte nel bicchiere di carta grande, e io mi concedo anche una fetta di torta di mele con uno spruzzo di panna montata. Ci appollaiamo sugli scuri sgabelli imbottiti, guardando il notiziario continuo della CNN sullo schermo appeso in alto di fronte a noi. “Vuole ancora una fetta di torta?” mi tenta Cees quando mi accingo a pagare. “Eh, magari potessi…” replico io.
L’arrivo ad Amsterdam
Varchiamo i cancelli finali dell’aeroporto e ci troviamo in uno spazio enorme, caotico di passeggeri, pieno di indicazioni e di accessi alla ferrovia e ad altri mezzi di trasporto, per ogni direzione. Ci portiamo, in fondo, al botteghino dei biglietti dei treni e ne prendiamo due per la fermata di Sloterdijk, nodo di vari trasporti pubblici – metro, tram, autobus – vicino al quale è ubicato il nostro albergo.
L’addetta bionda ci informa, in inglese impeccabile e garbato, che dobbiamo prendere la linea per Amsterdam centrale, ai binari 1 e 2. Troviamo la scala che vi conduce e scendiamo. I tabelloni elettronici sono più esaurienti e comprensibili che da noi, anche per chi ignora la lingua. Altra gente in attesa, tra cui una famiglia di turisti italiani con figlia grande, alla quale passo le informazioni di cui dispongo.
Dopo pochi minuti il convoglio arriva e vi prendiamo posto. Ci muoviamo in un paesaggio fittamente intrecciato di verde e costruzioni moderne. Non so se mi piace, anzi, probabilmente no, ma è evidente in esso lo sforzo per garantire ovunque la presenza abbondante di elementi vegetazionali.
Facciamo un po’ fatica, una volta usciti dalla stazione, a trovare la direzione giusta. Scendiamo e risaliamo scalinate, superiamo passerelle dedaliche e torniamo a scendere, transitando sotto il cavalcavia della metropolitana. Notiamo una profusione di bici parcheggiate, un ammasso davvero impressionante. Strisce pedonali attraversano le copiose piste ciclabili, pavimentate in rosso, sulle quali transitano anche i motocicli, per cui occorre prestare particolare attenzione.
I semafori hanno simboli diversi per biciclette e pedoni. Un corvo saltella sul marciapiede. Muovendo ad angoli retti – prima a sinistra, poi a destra, poi ancora a sinistra – sul marciapiede e sui passaggi a zebra, in un’area di costruzioni rade ma grandi, arriviamo all’albergo Teleport Hotel, edificio in due corpi e a due piani. Alla reception il personale mostra tratti somatici multietnici o misti, ma tutti parlano olandese e inglese. Facciamo il check in. Ci vengono consegnate le tesserine magnetiche per aprire la porta del corridoio e quella della camera.
Foto turistiche della città, alcune con ciclisti o “donnine allegre” dal volto perfettamente visibile, coprono totalmente le porte e ornano i muri, appese in pannelli senza cornice. In stanza, la parete maggiore è decorata con colori acrilici, in disegni che forse sarebbero più adatti a una scuola primaria o un asilo. Moquette verde marcio; frigorifero, forno a microonde, bricco per il tè, lavandino in acciaio; tazze e ciotole negli armadietti che lo sovrastano; posate per la colazione nei cassetti; letto con materassi di lattice e lenzuolo imbottito, visto che qui non deve far caldo… tranne che ora.
Prima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalia:
-
- Dalla stazione della metropolitana di Sloterdijk