Dodicesima parte del reportage di Marco Grassano sull’Olanda.
Ester comincia ad accusare la fatica. È certo allenata a fare molto jogging, ma i muscoli che si attivano per pedalare sono diversi, e in alcuni casi antagonisti, rispetto a quelli della camminata e della corsa. In più, gli zaini pesano.
Sostiamo in corrispondenza di una piazzola acciottolata a grandi sassi irregolari e delimitata da muretti di pietra, che avvolge il cippo su cui posa un macigno smussato con incisa l’iscrizione 1345 leaver dea as slaef. Ignoro cosa significhi, e persino se sia olandese o dialetto indigeno.
Una bacheca fornisce notizie – fortunatamente, anche in inglese – sulla “Red Cliff” ove ci troviamo, che risulta essere “part of the moraine of the ice cap from the Saale – ice age”; sulla “Freedom”, cioè, “to the Frisians, one of the most important values”, per cui essi opposero aspra (bitter) resistenza contro il sistema feudale, riconoscendo la sola autorità dell’Imperatore romano-germanico; sulla vittoriosa “Battle” contro le truppe del Conte Guglielmo IV d’Olanda, svoltasi qui il 26 settembre 1345, che garantì ai Frisoni altri 150 anni di autonomia; sulla commemorazione che vi si tiene ogni anno a partire dal 1945, nuovo fondamentale momento di conquistata libertà.
Questa fierezza della propria storia spiega anche le scritte bilingui. Leggiamo sulla nostra guida: “il frisone per certi aspetti è più simile al tedesco e all’inglese antico che all’olandese; come recita un vecchio detto, ‘l’inglese sta al frisone come il latte sta al formaggio'”. Io però non ne capisco nulla.
Se ha affinità con l’inglese, sarà piuttosto con la lingua del Seafarer – “Mæg ic be me sylfum soðgied wrecan, siþas secgan, hu ic geswincdagum earfoðhwile oft þrowade, bitre breostceare gebiden hæbbe…” – della quale nulla decifro senza ricorrere alla versione di Pound: “May I for my own self song’s truth reckon, journey’s jargon, how I in harsh days hardship endured oft; bitter breast-cares have I abided…”.
Ripartiamo assecondando il ciglione. Un’altra fattoria circondata dagli alberi. Ennesimo scrollone sulla griglia stradale. Pieghiamo leggermente a sinistra, per lasciar spazio al terrapieno che torna a manifestarsi. Solo più avanti ricompaiono ciuffi di alberi, in particolare salici bianchi, e case aggrumate a destra, che rimpiazzano – oltre una curva di livello – l’argine, facendo pensare alla frazione Cavigino di Dernice. Altre case verso sinistra e una nuova griglia, poi i pascoli si estendono, per un lungo tratto, da ambo i lati; solo qualche sporadico albero o cespuglio ne interrompono l’uniformità. Piccole fattorie e stalle sperse nello spazio monotono.
Ancora una lieve virata a sinistra, perché un arginello diverge ad abbracciare – verso la laguna, ora più distante – una serie di case coloniche e di capannoni pastorali. Fossi colmi e pozze d’acqua stagnante. Vediamo avanzare, dinnanzi a noi, una fascia boscata, come nel finale del Macbeth, ma poi la strada, quasi ne fosse intimorita, piega in direzione della costa. Ridotti gruppi di case. Coltivazioni di mais.
Svoltiamo a destra, in un viale di olmi ai cui lati sorgono case e fattorie; mi ricorda certi punti dell’agro di Sale – la zona degli Orti, di Santo Stefano o dei Pintini. Nel tratto in cui gli alberi si allargano in un verde rione residenziale, compaiono, verso destra, le nere lapidi di un piccolo cimitero: senza chiesa, ma accompagnate dallo spesso traliccio di legno bianco cui è appesa la campanella per scandire le funzioni.
Il duplice filare cessa appena si torna in vista della laguna, nella quale sorge, in lontananza, una selva di pale eoliche – non sto a contarle. Qualche casa o fattoria dispersa, insaccata nel terreno. Mi viene in mente la Cape Cod dipinta da Edward Hopper o descritta nelle pagine di Henry David Thoreau.
Aree boscate più grandi, prima a sinistra, poi su entrambi i lati (con inseriti un ristorante e un campeggio), poi solo a destra… poi più nulla, perché ci riavviciniamo nettamente alla costa. Prima che un nuovo, insorgente argine ce ne copra la vista, osserviamo ancora i generatori, che sono veramente tanti. Anche qui pecore al pascolo sulle rive erbose.
Ester ha quasi esaurito le forze; dà una pedalata sì e due no. Qualche panchina di legno, tra asfalto e terrapieno, sembra promettere l’avvicinarsi di un borgo, ma ci imbattiamo solo in un paio di cascine.
Ci fermiamo a sedere sull’erba falciata della banchina, appena dopo la seconda fattoria. Il sole, a quest’ora declinante, non infastidisce più. Cumuli di letame coperti da teli. Grandi rotoballe impilate. Enormi distese a pascolo, con qualche sperso casolare ombreggiato da ciuffi di alberi. Una massa boscosa poco più avanti.
Dodicesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalia:
- La laguna dalla Red Cliff in Frisia