Dopo aver fatto tappa a Iraklio, Gortina, Festo e Rethimno, il viaggio di Marco Grassano a Creta fa sosta a Chania (La Canea).
Ripercorriamo all’indietro la litoranea. Ci lasciamo alle spalle l’imbocco della nostra viuzza e il bar della colazione a Rethimno. Le due spalliere di case si sfrangiano e finiscono. A destra abbiamo ora direttamente il mare.
Ritroviamo il tratto, inciso nella roccia, percorso ieri abbandonando la Statale. Al crocevia, ci reimmettiamo sulla grande arteria, indicata come EO 90. Le corsie sono separate da un alto cordolo di cemento. Poco oltre, la barriera sparisce. Rimane, a vietare i sorpassi, la doppia linea continua.

Di nuovo corriamo affacciati alla costa, con qualche edificio o stazione di servizio direttamente strapiombante sull’acqua. A sinistra, il livello del terreno si impenna in un rialzo ininterrotto. Cespugli e alberi da ambo i lati. Proseguiamo senza che intervengano particolari mutamenti. A volte la strada si infossa, scavata fra pareti più o meno profonde; altre volte si fa vicinissima al mare, parzialmente nascosto da conifere o tamerici.
Tagliamo qualche ridotto promontorio. Quelli più massicci, li assecondiamo dall’esterno. Affusolati cipressetti a bordo strada. Il cobalto della marina, a destra, è un silenzioso conforto di immaginata freschezza.
Mare in vista
Tra i petrosi dossi di sinistra, il lembo estremo di un’ampia spaccatura, o canyon, accoglie una chiesetta bianca. Una sterminata spiaggia libera, con pochissimi bagnanti. Tratti a rozzo viale: quasi sempre di tamerici, separate da qualche oleandro. Edicolette e croci ricordano vittime di incidenti. L’asfalto è inondato di sole. La spiaggia, quasi atlantica, è sempre lì ad accompagnarci.
La segnalazione iconica di un autovelox, con la scritta ΠΡΟΣΟΧΗ (abbiamo poi scoperto che significa ATTENZIONE). Senza più l’intrusione delle alture, che costringevano la strada a mantenersi aderente al lido, ci spostiamo, seppur di poco, verso l’interno. Gli edifici hanno ora spazio sufficiente per svilupparsi su ambo i lati: grandi attività commerciali, balneari e ricettive, circondate da palme e da ulivi col tronco imbiancato.
Viaggiamo in linea retta, pianelli. I rilievi rocciosi sulla sinistra si tengono nettamente in disparte. Un’area di scivoli acquatici e di piscine, come a Borghetto Borbera. Ancora tamerici e oleandri. L’indicazione blu Παραλία / Beach. Eucalipti snelli, sulla sinistra. A destra, tamerici dal tronco spennellato a calce.
Andiamo e andiamo. Poco per volta, le alture si riavvicinano, a partire da una prima, bassa propaggine. Ricompaiono gli uliveti. Curviamo, dolcemente ma a lungo, verso sinistra, fino a compiere una svolta di quasi novanta gradi. Abbandoniamo così la costa. Tamerici frondose, eucalipti e conifere, rincalzati, a destra, da un folto d’alberi che danno la sensazione del bosco spontaneo. Sempre a destra, una vasta area umida, probabilmente di interesse naturalistico, si protende verso una vicina chiostra di colli scarsamente vegetati. A sinistra, siamo ormai a ridosso della parte esteriore dei rilievi orografici. Li scansiamo piegando a destra.
Lungo la Statale E 75
Il percorso taglia ancora tra le rocce di un entroterra increspato, che ricorda morfologicamente – eccettuando l’intricata flora arborea e arbustiva, qui decisamente mediterranea – le valli meno scoscese del nostro Appennino. Questo tipo di paesaggio, con scarsissime costruzioni, si protrae a lungo, aprendosi poi in una vallata o tavoliere di ampio respiro. Ogni tanto, qualche stretto ponte di strada secondaria scavalca la Statale, che adesso si chiama E 75 – o, forse, reca entrambe le sigle.
Alcune costruzioni con annesso parcheggio spazioso, a posti tracciati. Si direbbe che aspettino l’arrivo di indefinibili clienti. Ulivi e alte conifere, in pendio dietro le cortine d’alberi e di canne che sfilano a bordo strada. Per brevi tratti, incidiamo di nuovo la pietra.
La carreggiata si srotola, lievemente sinuosa, in blando declivio. Appena prima di una chiesuola piatta, candida e rossiccia, le cui campane pendono, in bella vista, fra quattro colonne, sormontate da un piccolo tetto, ritroviamo, sullo sfondo, la visione di un lembo di mare. L’uscita, verso destra, di Καλύβες. Per Χανιά mancano ancora diciassette chilometri.
Curviamo dapprima leggermente a destra, poi nettamente a sinistra, così da portarci in posizione parallela alla costa. Ecco che, durante qualche attimo, la distesa equorea rientra nel nostro campo visivo, per poi venire di nuovo coperta dalla vegetazione e dai dislivelli del terreno.
Avvicinamento a Chania
Puntiamo su un massiccio roccioso irregolare e spoglio. Lo raggiungiamo. Per seguirlo, anche nei suoi meandri costieri, pieghiamo verso nord di novanta gradi – fino a raggiungere di nuovo il mare, qui profondamente insenato – e quindi di altrettanti a ovest. Ancora cortocircuiti mnemonici con qualche litoranea ligure. Annunciate in caratteri latini, l’uscita di Kalami, a duecento metri, e la meta di Chania, a 14 chilometri. Una schiera di conifere sul lato sinistro. A destra, visioni del mare luminoso si insinuano fra i rami delle tamerici.
Adesso, l’altura che costeggiamo è spoglia, e fa pensare piuttosto alla Corsica o alla Sardegna. A bordo strada, cipressi alti e affusolati. Tamerici. Cipressetti. Conifere. Verso il mare, soltanto arbusti o suolo nudo, e pali elettrici di legno. Qualche passaggio scavato nel ciglione accresce, temporaneamente, la fascia di terreno e di piante a destra.
Deviamo leggermente verso l’interno, perché la città si avvicina. Riprendono corpo tamerici e conifere, poi si torna ai cespugli stenti e radi.
Al termine di una lieve curva, che precede il riproporsi di uliveti, vediamo stendersi in fondo, tra il litorale e il colle che lo domina, il chiaro caseggiato. Subito dopo, l’indicazione verde dell’imminente uscita. La imbocchiamo. Confluiamo in un’ampia carreggiata rettilinea, fiancheggiata da ulivi e palme. Iniziano gli insediamenti commerciali, sempre più densi. Un viale di alti platani, immerso in una bianca luce provenzale. Nella schiera di piante si inserisce qualche maestoso eucalipto. Appaiono, attorno, sparse villette residenziali e piccoli frutteti.
La periferia di Chania
Questa scucita periferia di alberi e costruzioni si protrae parecchio. Poi le case unifamiliari, con giardinetto antistante, si compattano in un quartiere abbastanza raffinato. La via prosegue a senso unico. Sorgono, bruscamente, edifici di mole maggiore, pieni di vetrine. Il GPS ci fa girare a destra, nell’ampia strada alberata – divisa in due da un’aiuola di mirti – che costeggia i giardini di Piazza Venizelos. In tutte le città cretesi, la toponomastica ricorda questo antico Primo Ministro isolano. Ma una via intitolata a lui l’ho notata anche a Cannes, dove credo trascorse i suoi ultimi giorni.

Prendiamo ora a sinistra. Avanziamo, a senso unico, per diversi isolati, né brutti né belli. Platani, ancor giovani, lungo i marciapiedi. Una piazzetta ombrosa, di fianco a una chiesuola di pietra in fase di parziale restauro, ospita tavolini di bar, dove sono sedute varie persone.
Quando già scorgiamo l’acqua del porto in fondo alla prospettiva delle abitazioni, il navigatore ci fa svoltare a sinistra, su un selciato in leggera salita: Οδός Κανεβάρω, Ιταλός ναύαρχος φιλελλήνας. “Via Canevaro, ammiraglio italiano amico della Grecia”: per le tante volte in cui viene citato nel libro e nel film su Zorba, lo riconosciamo subito.
Ruderi di spesse pareti fra casupole basse. Un arco in testa a un vicolo mi fa pensare a Piovera o al quartiere vecchio di Bassignana. Una vasta tettoia, sulla destra, ricopre un’area di rovine, dopo le quali dovremmo girare. Lo facciamo.
Arrivo alla pensione
Il nostro alberghetto (Δωμάτια / Rooms 47) è qui. Siamo però finiti in un culdisacco, chiuso, in fondo, da un cancello rugginoso, che impedisce l’accesso al parcheggio – individuato, prima, sulla mappa – nel quale contavamo di fermarci.
Facciamo retromarcia e tentiamo di sostare nella stradina dirimpetto, anch’essa cieca, i cui spazi laterali sono, però, o già presi, o deliberatamente ingombrati da sedie, cassette, bidoncini. Evidentemente, gli abitanti li vogliono riservare per sé. Nuovo dietrofront.

Neppure il vicolo sull’altro lato delle rovine si dimostra utile. Ma la successiva, stretta Οδός Άγιου Μάρκου απόστολος ευαγγελιστής ci porta proprio dove volevamo andare. Merito, certo, del mio patrono – apostolo ed evangelista, come specifica la targa. Le arcate, rimaste a cielo aperto, di un’antica chiesa, forse dedicata al Santo. Uno slargo dove muratori sono intenti a ristrutturare una delle case. Un gomito, seguito da un altro cancello: spalancato, stavolta. Ecco, il posteggio è questo.

Un avviso, anglo-ellenico, informa che oggi lo stazionamento è possibile solo fino alle ore 20, ma non specifica la data e si direbbe abbastanza vetusto, con lettere scolorite, incerte. Entriamo, quindi, senza ulteriori indugi. L’area è male asfaltata, zeppa di vetture, spesso lasciate in posizioni discutibili.
Girando, troviamo, con sollievo, un varco nella disordinata compagine, a ridosso di un ciuffo di tamerici, sul lato che si affaccia a dominare la baia. Prendiamo le valigie, chiudiamo l’auto e ci dirigiamo verso la pensione, non senza prima aver scattato qualche fotografia al panorama.
Diciottesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- Il porto di Chania visto dal parcheggio
- La chiesetta in restauro notata arrivando
- I ruderi di San Marco
- Il parcheggio visto dalla pensione